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Economia e società, Politica Italia

L’amico americano

Nei terrifici commenti della “stampa di qualità” (perché libera non ha più, neanche lei, il coraggio di chiamarsi) dei giorni passati, due delle scadenze più temute erano il 26 (giorno del giudizio di Standard & Poor’s) ed il 31 ottobre (Halloween ma anche giorno del giudizio di Moody’s). Improvvisamente, nel silenzio esplicativo della stampa di qualità, Moody’s si è espressa invece ieri con un downgrade di un notch fino al livello Baa3, un solo gradino sopra Ba1 che indica investimento speculativo. La comunicazione è uscita dopo le 22.00 europee (mercati chiusi) ed attorno alle 16.00 americane (in USA le borse aprono alle 8.30, le nostre 14.30). Il grafico dello spread (fonte “di qualità”: https://finanza-mercati.ilsole24ore.com/spread.php?QUOTE=spread-btp) è il seguente:

spreadSi vede chiaramente un movimento strano (repentino aumento del valore seguito dal crollo dello stesso), tipico più del Forex che del tranquillo mercato dei bond, attorno alle 15.56 (9.56 USA) ed un altro simile, anche se minore, alle 17.00 circa (11.00 USA).

Il grafico del rendimento del BTP decennale italiano (time frame 5 minuti) conferma un crollo del rendimento dalle 15.50 alle 16.05 (da 3,690 a 3,615).

btp

Il Bund tedesco, nello stesso tempo, aumenta il rendimento di circa 2 punti base. Alla fine in un quarto d’ora lo spread cala di circa 10-11 punti base e prende la strada di un ribasso che lo fissa, alle 17.30 europee (11.30 USA) a 314 e che proseguirà fino alla chiusura dei mercati USA allorchè si attesterà a 311 con un minimo di 303 un’ora prima della chiusura.

A pensar male si fa peccato ma spesso si indovina, diceva il Divo. Allora tre domande:

  • Perché Moody’s, la più sofisticata delle agenzie di rating, anticipa il verdetto di quasi due settimane?
  • Perchè lo spread, di fronte ad una cattiva notizia, cala?
  • Perché lo spread comincia a calare prima delle 22.00?

La terza domanda ha una risposta chiara e semplice ed è “insider trading”, molto più plausibile di quella data dalle agenzie di stampa riferita alle dichiarazioni di Salvini che, dopo lo scazzo non Di Maio, non mettevano comunque in discussione il governo con la conseguenza logica che, paradossalmente, il governo sbertucciato da tutti da un mese diveniva improvvisamente fattore di stabilità.

La risposta alla prime due è più articolata e conferma l’impressione, espressa da sempre sul blog, che la finanza americana abbia dinamiche ed interessi diversi dalla tecnocrazia europea e che anche la politica USA, per ovvi motivi (elezioni di midterm, negoziazione con l’UE), sia della partita. Non più tardi di ieri ipotizzavo l’arrivo di una manina americana in nostro aiuto e, secondo me, questa è arrivata. Pensavo anche che ci si sarebbe fermati ad un giudizio invariato con peggioramento dell’outlook ma la decisione è comunque positiva perché:

  • sgombra il campo dal rischio di downgrade di due notches che avrebbe portato alla qualificazione dei BTP come “junk bond”, riducendo le aspettative di rischio degli investitori;
  • si accompagna ad un “outlook stabile” il che significa che per 6 mesi (prorogabili) non ci saranno novità;
  • la nota esplicativa chiarisce che il rischio di uscita dall’Euro è minimo;
  • l’anticipazione del giudizio evita il supplizio di Tantalo di uno spread che tutti i giorni faceva +10/15 punti base logorando nervi e volontà politica.

Ridimensionando i due principali rischi attuali (junk bond e ridenominazione), di fatto è come se l’ostaggio fosse stato ucciso ed i ricattati liberati dall’impegno. Negli ultimi giorni le agenzie di rating erano diventate lo spauracchio maggiore perché la “stampa di qualità” aveva capito che, in mancanza di un’alternativa politica potabile (PD e FI stentano a superare in due il 25%), l’opposizione tecnica (BdI, UPB, Boeri, Corte dei Conti, Istat) aveva il fiato corto e anche la Commissione UE non aveva adeguata credibilità (elezioni di maggio 2019, consenso politico per Moscovici & C. in crollo) per fermare il governo italiano. L’unico strumento di pressione era la minaccia di bocciatura espressa con parametri comprensibili a tutti. Non a caso, una volta perso per almeno sei mesi, e quindi almeno fino alle elezioni europee, e quindi fino alla fine della sua carriera, lo strumento di ricatto, ieri pomeriggio i toni concilianti provenivano proprio da Moscovici.

Il governo si trova adesso in una posizione di forza: i rischi della manovra sono stati plafonati e sono ormai scontati dal mercato, l’incertezza è ridotta ai minimi, lo spread conseguentemente andrà verso il basso. In queste condizioni abbassare i target di deficit (da 2,4% a 2,1%) vorrebbe dire spararsi sui piedi perché:

  • è la proposta di Renzi (Leopolda 9);
  • ci si piegherebbe ai diktat fuori tempo massimo;
  • non ci sarebbe comunque modo di recuperare la valutazione di merito di credito precedente;
  • si darebbero messaggi incerti sul significato politico della manovra (rivoluzione o appeasement?);
  • i costi della manovra, in termini di rendimenti, sono ormai definiti e sono tutto sommato tollerabili.

Resta un rischio legato a S&P’s, che comunque penso si adeguerà, e due questioni aperte:

  • l’instabilità interna al M5S che appare dilaniato fra leader ed anime e riversa le tensioni sul gabinetto;
  • l’efficacia reale della manovra, che è importante perché il debito aumenterà per forza e alla prossima revisione ci si gioca davvero molto.

Ma queste sono problemi che neanche gli amici americani possono risolvere.

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