//
stai leggendo...
Economia e società, Politica Italia

La guerra scomoda

download Ieri il Presidente della Repubblica Mattarella ha celebrato i 100 anni dalla fine della Prima Guerra Mondiale con un’intervista rilasciata al Corriere della Sera. Nelle more dell’entrata in vigore della censura tutela del copyright stabilita dal Soviet Parlamento Europeo, mi permetto riportarne ampi stralci:

  1. Occorre “ribadire con forza tutti insieme che alla strada della guerra si preferisce coltivare amicizia e collaborazione, che hanno trovato la più alta espressione nella storica scelta di condividere il futuro nella Unione europea”;
  2. “Lo scoppio della guerra nel 1914 sancì in misura fallimentare l’incapacità delle classi dirigenti europee di allora di comporre aspirazioni e interessi in modo pacifico anziché cedere alle lusinghe di un nazionalismo aggressivo”;
  3. “Nessuno Stato, da solo, può affrontare la nuova dimensione sempre più globale. Ne uscirebbe emarginato e perdente. Soprattutto i giovani lo hanno compreso”;
  4. Soprattutto i giovani lo hanno compreso. Sono cresciute giovani generazioni che si sentono italiane ed europee”
  5. “Oggi – afferma il capo dello Stato – possiamo dirlo con ancora maggior forza: l’amor di Patria non coincide con l’estremismo nazionalista”;
  6. “Le democrazie hanno bisogno di un ordine internazionale che assicuri cooperazione e pace, altrimenti la forza dei loro stessi presupposti etici, a partire dall’ inviolabilità dei diritti umani, rischia di diventare fragile di fronte all’esaltazione del potere statuale sulla persona e sulle comunità”;
  7. “Il 4 novembre 1918 – dice il presidente – è il giorno della piena conquista dell’Unità d’Italia, con Trento e Trieste, al prezzo di centinaia di migliaia di morti e di sofferenze immani”;
  8. Poi, “il fascismo fece propria e diffuse l’idea della guerra ‘generatrice’ della Patria, attraverso il sangue degli italiani”;
  9. E “l’esasperazione del nazionalismo fu posta alla base di una supremazia dello Stato sul cittadino, di una chiusura autarchica”;
  10. “l’amor di Patria – ripete – oggi è inscindibile con i principi della nostra Costituzione, che ne sono il prodotto e il compimento”;
  11. “la ricomparsa degli stessi spettri del passato, pur guardando con preoccupazione a pulsioni di egoismi e supremazie di interessi”.

Se si pensa al profluvio di retorica che, nel 2011, anticipò ed accompagnò le celebrazioni per il 150° anniversario dell’Unità d’Italia, non si può non notare la modestia, la mestizia e, diciamolo, l’imbarazzo con cui ci si è approcciati a questo centenario. Solo in extremis la stampa ne ha parlato, le celebrazioni sono state modeste e questo intervento di Mattarella ha evidentemente lo scopo di ridimensionare il significato di questa guerra vittoriosa o di addirittura, come sempre, di mistificarlo, di connotarlo negativamente e di criminalizzarlo. Il contrasto è ancora più evidente se si pensa che neanche il Risorgimento, richiamato invece dal PdR come prodromo della Resistenza, fu una passeggiata scandita da amicizia fra i popoli e affermazione dei diritti. Richiese anch’esso oltre mezzo secolo (1815-1871), tre guerre (di Indipendenza) e migliaia di morti. Provocò una cesura fra cattolici e laici che durò per quasi altri 60 anni. Non fu insomma un evento “a costo zero”.

Per lunghi anni si è pensato che la I GM fosse il compimento del Risorgimento con la conquista delle “Terre Irredente”, fazzoletti di montagne all’epoca poco fruttifere che si volevano italiane solo per una questione di principio, per dare a tutti gli italiani il diritto di autogovernarsi. Con i criteri attuali, visto che il contributo in termini di PIL sarebbe stato nullo se non negativo, sicuramente l’intento sarebbe stato dichiarato “insostenibile”, sanzionato da qualche lettera di richiamo e ascritto al “voler vivere al di sopra dei propri mezzi” tipico di noi italiani. Sicuramente fu il lavacro sacrificale attraverso cui nacque il popolo italiano inteso come unità di destino: fu nelle trincee di luoghi ai più sconosciuti che si realizzò quella fusione di etnie, dialetti, sensibilità, fino al punto di capire che una sconfitta in quel conflitto sarebbe stata la sconfitta di tutti e che il futuro di tutti sarebbe stato pregiudicato. Fu con la I GM, e non con l’Erasmus, che quelle generazioni, fino ai “Ragazzi del ‘99”, compresero di sentirsi Italiani in un momento in cui chiaramente in Europa non si potevano coltivare amicizia e collaborazione. E, non ultimo, il massacro influenzò profondamente la consapevolezza politica degli italiani aprendo la strada alla società di massa, al suffragio universale, al superamento del regime liberal-nobiliare, all’affermazione di concetti di democrazia sostanziale. Senza scordare che l’esito della I GM dimostrò che l’Italia aveva saputo manovrare con discreto cinismo e abilità diplomatica a tutela dei propri “interessi nazionali” e, unica volta, che aveva saputo vincere una guerra: troppo per celebrarla senza mettere in discussione la vulgata di popolo pavido, inetto e imbelle che si vuole oggi promuovere.

La prima cosa che salta agli occhi è che Mattarella della I GM in realtà non ne parla, se la cava con una breve frase di circostanza tratta dal “Bignami”  (“Il 4 novembre 1918 – dice il presidente – è il giorno della piena conquista dell’Unità d’Italia, con Trento e Trieste, al prezzo di centinaia di migliaia di morti e di sofferenze immani”) per poi subito dopo passare alle conseguenze “del  fascismo che fece propria e diffuse l’idea della guerra ‘generatrice’ della Patria, attraverso il sangue degli italiani” e “dell’esasperazione del nazionalismo che fu posta alla base di una supremazia dello Stato sul cittadino, di una chiusura autarchica“: insomma, alla fin fine, viste le conseguenze, se questo amor di patria non ci fosse stato sarebbe stato anche meglio. E forse meglio se non ci fosse stato neanche il Risorgimento lasciando la penisola in una situazione di frammentazione statuale con sette staterelli più o meno feudali pronti ad essere assorbiti in un qualche superiore “ordine internazionale” del tempo. Peccato che Mattarella ignori che proprio la guerra sanguinosa fu alla base della “presa di coscienza” collettiva che dette il via alla politica delle masse ed alla nascita dei partiti popolari, socialista e cattolico: temi ben presenti nei quaderni di Gramsci, non di un sovranista d’accatto. E peccato che la ricostruzione sia sbagliata perchè non esiste un continuum guerra fascismo se non saltando a piè pari quel biennio rosso in cui contadini ed operai tornati dalle trincee scossero, in modo forse prematuro, l’assetto politico istituzionale del Paese causando la reazione dei ceti dominanti: usando la logica Mattarelliana, se anche loro avessero mantenuto il capo chino, il fascismo non ci sarebbe stato.

Dire poi che “Lo scoppio della guerra nel 1914 sancì in misura fallimentare l’incapacità delle classi dirigenti europee di allora di comporre aspirazioni e interessi in modo pacifico anziché cedere alle lusinghe di un nazionalismo aggressivo” è pura mistificazione: la I GM iniziò come guerra imperialistica con l’Impero Austro-Ungarico che aggredì la Serbia e si concluse con l’affermazione dei nazionalismi solo perché i quattro imperi multinazionali (oggi diremmo “multiculturali”?) – tedesco, russo, austroungarico e turco – dimostrarono la loro debolezza e la loro fragilità istituzionale a partire proprio dal fatto che le etnie che li componevano non erano coese e non si vedevano fuse in un’unità di destino. Il crollo Austriaco fu dovuto alla diserzione in massa di ungheresi, boemi, moravi, slovacchi, croati che non ritenevano di dover “morire per Vienna”. La frammentazione statuale europea, specie al sud e all’est, fu la conseguenza dell’affermazione di quel principio nazionale che peraltro, sin dall’inizio della guerra, aveva sconfitto quello classista con la distruzione della Prima Internazionale Socialista, spazzata via dall’adesione dei partiti socialisti alle istanze dei rispettivi governi nazionali.

Dette queste quattro fregnacce, Mattarella passa velocemente all’oggi per trarne lezioni indimenticabili:

  1. amicizia e collaborazione nel quadro dell’UE: a parte che la decisione di stare nell’UE è scelta politica e non costituzionale e come tale sottratta all’intervento del PdR, è certo che amicizia e collaborazione europee sono profuse a piene mani, come no, basta chiedere ai greci;
  2. incapacità degli stati di procedere per la propria strada: come se non esistessero, fra i soli primi 25 paesi per PIL, numerosi esempi di stati medi per dimensione e popolazione che se ne vanno per la loro strada senza ambizioni di gigantismo e confronto geopolitico a livello mondiale. Giappone, Corea, Australia, Indonesia, Svizzera: tutti esempi degeneri di stati falliti sconfitti dalla storia?
  3. L’amor di patria non coincide con l’estremismo nazionalista: sono d’accordo, ma di chi stiamo parlando? Ci sono in Italia partiti che propugnano l’estremismo nazionalista? O per essere definiti tali è sufficiente chiedere di limitare l’afflusso incontrollato di stranieri alieni per cultura e livello di civilizzazione?
  4. Le democrazie hanno bisogno di un ordine internazionale eccetera: qui siamo all’ossimoro: si scopre che le democrazie, che in altra parte del discorso sono la giusta risposta ai fascismi nazionalisti, se lasciate sole possono anch’esse prendere brutte strade che, nella vulgata corrente, le portano nuovamente nell’alveo di un generico “fumus fascista” che rifiuta tutto il politically correct, e quindi vanno vigilate negando alla radice il logos (“demos”) che le definisce e dà loro senso.
  5. Per farla breve, solo l’annacquamento delle democrazie nazionali in un alveo sovranazionale può garantire quei principi democratici e pacifisti che l’esperienza corrente dimostra quanto siano nella pratica violati.

Dà fastidio  il fatto di ricondurre tutto alla dinamica fascismo/antifascismo, anche eventi che precedono il fascismo stesso, come se tutto fosse da sempre stato deciso ed influenzato da una adesione ante litteram ad una dottrina peraltro ai tempi inesistente, oltretutto poi rimasticata in tanti di quei modi da includerci anche istanze del tutto successive come quelle legate a immigrazione, islam, gender, ecologia. Il fascismo è stato largamente brutto ma alcune cose buone le ha fatte (tanto che tutti i partiti attuali, bene o male, rivorrebbero l’IRI), e comunque non tutti i mali del mondo sono “fascisti” e non tutti i cambiamenti conducono al “fascismo”. Una riflessione intellettuale seria su ciò che è stato e ciò che non è stato e non è fascismo urge per evitare ridicole derive come il #metoo americano.

La I GM nacque come guerra imperialistica fra imperi che mise invece in moto un meccanismo patriottico e centrifugo. Essa ebbe come reazione la II GM che invece nutrì dinamiche imperialistiche e centripete sia nello svolgimento (espansionismo nazi-fascita e sovietico e, in corso d’opera, anche americano) che negli esiti (strutture sovranazionali come NATO, UE, Comecon, Patto di Varsavia). Essa lasciò un’eredità, che permane ancora oggi, di identità nazionali che nemmeno il comunismo è riuscito a scalfire (l’invasione sovietica dell’Est non portò a variazioni territoriali, salvo per i paesi baltici, ma solo politiche) e che pongono in crisi l’ultima struttura imperiale rimasta, l’UE. La maggior parte delle strutture nazionali sorte nel 1918/19 furono vittime e non artefici delle dinamiche imperialistiche successive ed il concetto di “stato troppo piccolo” non è una dottrina tipica dei propugnatori dello stato nazionale, che invece tende a chiudersi in se stesso, a definirsi in base a criteri etnici e ad escludere le minoranze, come la storia italiana e dell’est Europa mostra chiaramente,  ma la si ritrova pari pari in qualche pagina del Mein Kampf. La I GM si ricollega, allora, direttamente alla situazione dell’oggi, caratterizzata nell’UE dal ritorno di quelle contraddizioni che erano insite nei grandi imperi, e salta la II GM che appare invece come una deviazione da un percorso secolare. Nel 1914 la “Patria” sconfisse la “Classe” determinando la sconfitta storica della sinistra marxista che si è tentato di rovesciare nel 1945 con la resistenza politica, successivamente con la pressione dei partiti comunisti e oggi con il politically correct. In questo senso la Resistenza non è la continuazione del Risorgimento, come intende Sergio, ma la sua negazione, con la scelta di privilegiare un’opzione ideologica alla libertà dall’oppressione straniera. La Resistenza solo in parte è stata reazione agli invasori, in gran parte si qualifica come lotta al nazismo e al fascismo: circostanza meritoria ma viene da pensare che se i tedeschi fossero stati comunisti, molti non si sarebbero opposti.

Amor di patria, nazionalismo etnico, interesse nazionale, coraggio, stoicismo, vittoria, indipendenza: tutti concetti oggi aborriti che rendono scomoda la memoria della Grande Guerra e che inducono a mistificarla e a negarla. Niente di nuovo nel discorso dell’Omino Mannaro: come sempre un discorso antitaliano che non fa onore ad una persona che riveste un ruolo che dovrebbe essere mirato ad unificare il Paese, e non a distinguere costantemente buoni e cattivi, e ad enfatizzare gli aspetti positivi di un popolo coraggioso e generoso, e non a cazziarlo continuamente per le opinioni che esprime. Mattarella si configura come sempre più inadeguato al ruolo ed ai tempi, forse cominciare a pensare alle dimissioni non sarebbe una cattiva idea.

Discussione

Non c'è ancora nessun commento.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: