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M5S, Politica Italia

M5S: Back to the Past

download (4) Secondo la nota legge di Peter, in una gerarchia, ogni persona tende a salire di grado fino al proprio livello di incompetenza. Sembra che questo stia accadendo anche al M5S che, dopo una crescita enorme nel corso di 9 anni, si scontra con una serie di limiti amministrativi, politici e organizzativi.

Tutti questi problemi possono essere ricondotti ad un’unica causa: il M5S ha sprecato il tempo disponibile per costruire una struttura organizzativa professionale e dotata delle competenze necessarie a farne una forza in grado di governare in modo efficace. Queste omissioni si riscontrano soprattutto nella compagine ministeriale ed in quella parlamentare ma investono profondamente anche il rapporto con iscritti e militanti.

I ministri pentastellati, così come molti degli attuali parlamentari, sono semplicemente i capetti emersi da una selezione iniziata nel 2009 e passata attraverso il successo elettorale del 2013. Provenienti in gran parte dall’estrema sinistra, l’interesse settario a conservare le loro prerogative ha bloccato l’afflusso di energie nuove che, specie nel 2013, era formidabile: con la scusa di “conflitti di interesse” veri o supposti, non si voleva aprirsi a e confrontarsi con professionisti preparati e competenti, in grado di gestire numeri, processi e risorse, spesso alla prima vera esperienza politica, che avrebbero potuto formare una struttura di primi e secondi riporti, motivata e leale, la cui necessità, in tempi di manine e correzioni abusive, oggi è evidente. Si è preferito salvaguardare le incompetenze e cercare di colmare i buchi con qualche campagna acquisti che, sia in fase elettorale che adesso, mostra molti limiti.

Parlamentari e ministri sono soggetti la cui formazione culturale e politica è oggettivamente scarsa ma soprattutto nata in un’epoca ed in un contesto profondamente diversi da quelli odierni. Lo stesso concetto di decrescita felice che fa da substrato ideologico al reddito di cittadinanza in cui solo, di fatto, si consustanzia la fase propositiva del Movimento, nasce in un’epoca di società ricca ed affluente in cui, ricordo, si diceva che il PIL non contava e che occorreva individuare altri modi di valutare il benessere di una società. Presupponeva una crescita subitanea ed esplosiva dell’intelligenza artificiale, della robotica, della manifattura 4.0 sintetizzata nelle stampanti 3D che avrebbero creato valore senza lavoro, ponendo così problemi di distribuzione del valore a prescindere dal lavoro, paradigma invalso da millenni. Questi fenomeni si sono verificati in misura modesta, almeno in Italia, e per quanto i problemi che pongono non siano in generale peregrini, mi sembra chiaro che non sono quelli italiani, paese in cui la decrescita c’è, non è felice e soprattutto si accompagna ad una implosione tecnologica che rende quasi inane il tentativo di riparare un ponte o di costruire argini alle piene di un fiume che, 100 anni, furono benedette per l’aiuto dato contro il nemico. Il carattere mistificatorio di queste questioni appare chiaro se si pensa che fu addirittura il governo Gentiloni a introdurre un set di indicatori del “Benessere equo e sostenibile” (Bes) che furono inseriti nel documento di economia e finanza del 2016. Fra questi ricordo le emissioni di CO2 e l’abusivismo edilizio. Premesso che, in un’epoca di comunicazione istantanea twittata, affiancare 12 indicatori al PIL appare comunicativamente poco efficace, qualcuno può veramente sostenere che l’attenzione pubblica sia orientata verso questi numeretti politicamente corretti e non verso i dati economici “hard” come PIL, deficit, debito, disoccupazione? Prova ne è che il caos di questi ultimi due mesi verte sulle varie combinazioni e previsioni relative a questi 4 numeri e non ad altro.

Rispetto a queste contraddizioni, il Movimento si presenta con una proposta amministrativa e politica che appare ormai starata rispetto alla realtà. Al netto della oggettiva incompetenza di molti ministri “grillini” (Toninelli, che ha incredibilmente disperso un patrimonio di credibilità politica suggellato dagli applausi di Genova di fronte a 45 morti, la Grillo, la Lenzi), il richiamo identitario alle ideologie ancestrali (decrescita, onestà, tutela ambientale estrema)  non solo contraddice i vincoli – giuridici, economici o semplicemente logici – che impediscono oggettivamente di chiudere la più grande acciaieria europea per sostituirla con un parco giochi o di mettere in discussione la politica di approvvigionamento energetico nazionale, ma crea anche ulteriori divisioni fra militanti ed elettori. È passato nel silenzio della luna di miele estiva un fatto che a mio avviso dimostra in pieno questa frattura: l’accordo promosso da Di Maio con la cordata che ha vinto la gara Ilva, che salvava la fabbrica ridefinendo obblighi e impegni dei nuovi proprietari, fu approvato da ben il 94% dei lavoratori della fabbrica i quali evidentemente, di fronte a scelte concrete e di rilevanza individuale, sconfessarono le posizioni superambientaliste dei militanti 5 stelle locali, e addirittura di Emiliano e del PD pugliese, per scegliere la concretezza di un lavoro non più blindato, sporco, malpagato, inquinante ma sicuramente più stabile e dignitoso delle mance di cittadinanza. Uso a ragionar di numeri, mi permetto di evidenziare che il 94% di circa 6.500 votanti fa oltre 6.000, cioè 25 volte di più delle preferenze ottenute da Di Maio nelle parlamentarie di gennaio 2018.

Le convulsioni politiche della componente governativa del M5S sono una conseguenza della crescente contraddizione fra attivisti, “rappresentanti” ed elettori. I primi hanno posizioni dure e pure, d’antan, che poco si conciliano non solo con i vincoli posti ai secondi da un’azione di governo che tenga conto realisticamente delle compatibilità esterne ed interne ma anche, credo, con il consenso dell’elettorato che è molto più vasto della comunità degli iscritti e, ancor più, di quella degli attivisti. I nuovi elettori sono gente che votava PD o Berlusconi e che, votando M5S, non voleva ovviamente imbarcarsi in una crociata per promuovere impoverimento, deindustrializzazione, regresso, controllo sociale. Caso mai voleva il contrario, magari si aspettava solo un po’ più di assistenzialismo, sicuramente un po’ più di rigore normativo e sicurezza.

Credo, anche per esperienza personale, che il 4 marzo molti abbiano votato M5S perché, sulla base della propaganda allora imperante, non se la sentivano di votare direttamente la Lega e Salvini, descritto come fascista e razzista, pur condividendone le posizioni ostili all’immigrazione incontrollata: si è trattato di una sorta di sosta intermedia in un percorso che andava dal PD alla destra. Le posizioni sempre aleatorie del movimento davano la suggestione di un cambiamento moderato e senza rischi. Questo equivoco psicologico, prima ancora che politico, è svanito rapidamente nelle settimane successive mano a mano che si è visto che il leader leghista è, in generale, uomo di parola, determinato, efficace, molto lontano dal cliché politically correct che vigeva in precedenza: il solo fatto di essere ministro, ha impedito ai media di procedere come nel passato, semplicemente censurando, ridicolizzando o criminalizzando le sue posizioni. Da qui “un’apertura della mente” di molti elettori, crescentemente anche del M5S, che si sono semplicemente spostati sulle posizioni di buon senso di Salvini.

Il M5S è l’unico partito in cui gli iscritti contano qualcosa. Essi non contano niente nella FI padronale, nella Lega carismatica, nel PD delle primarie che si rivolgono direttamente a elettori e simpatizzanti lasciando ai margini i militanti. I militanti rappresentano invece un condizionamento esiziale per la politica pentastellata. Per quanto attenuata, la retorica dell’uno vale uno e del controllo dal basso ancora permea la cultura organizzativa e la visione di sé del movimento. L’apoteosi di questi concetti sono le varie parlamentarie e simili in cui, con poche preferenze, si creano o disfano le carriere politiche di parlamentari e, quindi, ministri. Gli iscritti attivisti militanti, riuniti nei meetup di antesignana memoria che sembravano essere stati fatti fuori addirittura da Dibba e Fico ai tempi del Direttorio, sono improvvisamente riapparsi con il loro potere condizionante dopo che si era tentato di sterilizzarli con la piattaforma Rousseau. In effetti, la trasposizione della decisionalità su uno strumento asetticamente informatico aveva in primis, ed al netto di legittimi sospetti di manine e brogli, lo scopo di depotenziare quelli che urlano e bruciano manifesti in piazza annegandoli in un mare, magari non magnum ma relativamente ampio, di iscritti non militanti.

La riemersione dei meetup e delle manifestazioni di piazza dei gruppi locali si accompagna in effetti alla scomparsa delle votazioni su piattaforma e, in definitiva, del sostegno dei diarchi al capo politico attuale: Casaleggio latita come Grillo che inoltre, quando parla, crea problemi. Visto che molti parlamentari sono di prima nomina, la loro posizione contrattuale nei confronti dei militanti è debole: poche decine di voti alle parlamentarie fanno spesso la differenza fra 10 anni di mandato ed un posto da precario. Da qui le convulsioni delle seconde file e le pressioni su Di Maio per alleggerire le pressioni della base, il tutto complicato anche dalla presenza di personaggi esterni, se non estranei al movimento, come De Falco e Lannutti, che sono emersi all’improvviso, vincendo alla grande selezioni “parlamentarie” su cui si possono nutrire seri dubbi, ma che sembrano giocare più il ruolo delle quinte colonne poste a guardia di Luigino.

Su tutto si staglia la mediocrità di Di Maio che paga la mancanza di carisma, non compensata da acume, competenza ed equilibrio, che per molti anni ne aveva rallentato la crescita all’interno del movimento allora dominato da Grillo. Il ritorno di Dibba lo metterà in discussione nella base mentre il ruolo istituzionale che Fico gli ha rubato depone a favore di una cooptazione di quest’ultimo nell’establishment europeo ed italiano. Nel governo soffre e perde costantemente un confronto con Salvini che gli dà un giro di pista su tutti le qualità che fanno, di un uomo, un uomo politico. Il movimento non si aspettava probabilmente una partenza così decisa ed efficace di Salvini sulle cose che la Lega aveva promesso e adesso paga uno scotto difficilmente recuperabile. Non da sottovalutare la storica ambiguità grillina sui temi immigratori e securitari che pone il partito in difficoltà nel momento in cui le decisioni devono essere prese.

Il M5S si è invece impiccato con promesse costose come il reddito di cittadinanza che sono poco compatibili con la realtà e poco apprezzate dagli elettori. Il rischio è che la scommessa che inizialmente l’establishment aveva fatto sui pentastellati si sposti su una Lega che ha vinto, anche in Europa, la battaglia anti immigrazione e appare essere più conciliante sull’economia. Il futuro del movimento sarà seguire la Lega sulla strategia di interventi a costo zero, per l’una su immigrazione e criminalità, per l’altro su onestà e giustizia: è quello che sta accadendo e non è detto che la Lega, con qualche correttivo, non possa essere interessata a seguire un percorso che in fin dei conti riecheggia i concetti di legge e ordine che a destra sono apprezzati. Ciò ovviamente comporterà la rottura con il mondo berlusconiano che di prescrizione campa: non è detto che sia un male visto che il potere di interdizione di FI è legato soprattutto alle amministrazioni locali e regionali del nord che la Lega può ormai vincere anche da sola.

Dall’altro lato il metodo del M5S di procedere a strappi, con accelerazioni improvvise e non concordate, espone a logoramento i rapporti fra i partner e pregiudica l’immagine del governo che appare oggettivamente ondivago ed incapace di sintesi politica. In queste condizioni anche arrivare a maggio sarà dura e sarebbe un peccato far cadere questo esperimento che sembra piacere agli italiani e si sta imponendo verso l’UE.

Gli interventi sulla giustizia non potrebbero prescindere da una serissima riforma che rendesse efficiente e responsabile il lavoro dei magistrati ma questo, purtroppo, richiede un cambiamento politico che investa le “Istituzioni” e che al momento non è alle viste.

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