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Economia e società, Politica Italia

FATE PRESTO!

La vicenda della manovra finanziaria italiana volge verso la fine così come era iniziata. Il tempo trascorso dal 27 settembre non è tuttavia passato invano perché ha chiarito come la questione non sia mai stata economica ma solo politica. La discussione fra UE ed Italia è andata accartocciandosi sui numeri ma questi non sono mai stati il casus belli perché altrimenti, come in tutte le cose in cui entrano solo i numeri, una mediazione si sarebbe trovata. Il casus belli politico è relativo alla possibilità di uno stato di seguire una politica di bilancio apertamente e manifestamente eterodossa nella decisionalità e nella finalità e questa circostanza, ovviamente, la Commissione UE non può neanche discuterla perché vorrebbe dire ammettere che il suo tempo è finito e che torna quello degli stati sovrani. Al contempo, se il governo arretrasse anche di un’inezia, quelle carriere politiche sarebbero finite.

Questi ultimi giorni hanno visto ricompattare il fronte italiano: Mattarella, da Stoccolma (ma che ci fa sempre in Nord Europa?) ha lanciato richieste di dialogo che per la prima volta erano rivolte anche all’Europa e Draghi continua nella sua strategia di appeasement aprendo clamorosamente la strada alla continuazione del QE. Mattarella sembra avere rinunciato anche all’arma-fine-di-mondo del rinvio al Parlamento della legge di stabilità ed è strano e sconcertante che un omino introverso, fragile e minuto, supposto saggio ed intelligente, abbia anche solo coltivato per un momento l’idea di dare il via ad una prova di forza le cui conseguenze si sarebbero abbattute di certo sulla politica, probabilmente sulle istituzioni ma forse anche sulla Costituzione più bella del mondo, dando sostanza e fiato alle critiche di Beppe Grillo. Le forze di governo oscillano fra il 56 ed il 58%, un consenso che esprime la consapevolezza anche del popolo che questa volta, come un secolo fa, se si perde, si muore. Il governo comincia ad evidenziare difficoltà di gestione dovute alle differenze politiche ed al diverso andamento nei sondaggi ma sembrano tutti consapevoli che, qualunque cosa succeda, bene o male, consapevoli o incoscienti, su questi temi il Rubicone è stato passato.

Si consolida l’impressione che la sfida sorridente e coraggiosa ai limiti dell’incoscienza di due ragazzi che certo non nascono come politici di primissimo piano sia supportata da forze ben maggiori che agiscono dal retrobottega mentre loro sono l’interfaccia con il popolo: impresa pubblica (in primis l’ENI, che ha retto da sola la politica estera italiana negli anni del tradimento piddino, e l’ENEL di Scaroni che nel 2016 invocava, da presidente ENI, l’intervento militare in Libia), parte della finanza (Banca Intesa, Generali, forse come detto addirittura Mario Draghi), pezzi di esercito (molti i generali che andati in pensione si sono espressi contro l’immigrazione sregolata), servizi segreti, diplomazia (dopo il buon risultato di Palermo), forze dell’ordine, financo la magistratura che nelle attese di agosto doveva spazzare via Salvini e Lega e invece cerca continuamente l’appeasement e non lo scontro (dopo la Diciotti, i fondi della Lega, la Raggi,  forse non è solo un caso che nel giorno dello spread a 335 i titoli dei giornali siano monopolizzati da operazioni di stampo salviniano come quella contro i Casamonica e l’Acquarius, quest’ultima ad opera di una procura, quella di Catania, che dopo la demolizione delle accuse a Salvini conferma la linea dura di Zuccaro contro le ONG che datano indietro al non sospetto 2017), tutte queste forze, forse, non hanno perso del tutto il sentimento nazionale e, forti di cultura, orgoglio, esperienza, organizzazione e potere,  non vogliono essere svendute allo straniero in cambio di una patacca francese da appuntare sul risvolto della giacca.

L’UE ha vaticinato situazioni drammatiche dovute a downgrading e aste deserte ma niente è accaduto: l’Italia forse è troppo grande per essere salvata, forse non è abbastanza grande per non fallire, ma sicuramente è abbastanza grossa da non poter essere avviata volontariamente ad un destino greco. Per far questo, forse, il momento giusto sarebbe stato il 2011/2012 ma allora niente accadde e oggi, dopo 6 anni di QE e LTRO, di delusioni e bugie scoperte, le soluzioni alla Tsipras hanno il fiato politico corto e non esisterà mai il consenso ad una occupazione germanica per il tramite di Bruxelles. Non si può nascondere il fatto che Draghi ha avuto una funzione esiziale nel salvaguardare l’Italia ed il fatto che apra inopinatamente la strada ad una possibile prosecuzione del QE che, per forza di cose, potrebbe avere efficacia solo in una strategia di medio periodo, lascia intendere forse una prospettiva clamorosa, in parte sostenuta dall’acquietarsi del toto nomi sul suo successore: che il successore di Mario Draghi sia Draghi Mario, magari per un periodo limitato (3 anni) in modo da avere una soluzione ponte per far fronte ad una situazione di caos determinata dagli eventi politici in tutti i maggiori Paesi occidentali. Questo mini-mandato, scadente a novembre 2022, permetterebbe di bypassare le elezioni tedesche, francesi e americane, di portare a compimento la Brexit ed evitare l’Italexit: sarebbe il pegno di un compromesso pesantissimo (garanzia del debito pubblico vs consolidamento fiscale) che metterebbe in sicurezza nel medio termine il nostro Paese e, perciò, l’Unione Europea.

Diversamente, la forza degli eventi si farà sentire ovunque e si porterà probabilmente via l’Euro e l’UE come la conosciamo. Non saranno però gli gnomi di Zurigo e lupi di Wall Street a spararsi nelle palle per le ubbie di omini che vengono da paesini del Lussemburgo e della Lituania. Tedeschi e francesi mandano avanti Austria e Olanda per lasciarsi le mani libere per una minima soluzione di compromesso, soprattutto in un momento in cui l’Italia si presenta come un invidiabile esempio di stabilità politica in confronto alla GB straziata dal Brexit, al crepuscolo della culona che non lascia eredi ed al ridicolo del presidente psicopatico e pederasta assediato dai gialli giubbetti. I dazi americani colpiscono la Cina che rallenta e, insieme, cominciano a colpire le esportazioni di berline di lusso e la Germania fa -0,2 di PIL, al cui confronto il nostro tanto disprezzato 0,0 ci conferisce la dimensione di una locomotiva economica. La disperazione ormai evidente delle banche tedesche fa da contraltare ad una Commissione che ha solo la procedura di infrazione come ultima soluzione, mossa propagandistica che 12 mesi fa sarebbe stata terrificante e che oggi viene liquidata da politici e pubblica opinione con un’alzata di spalle.

La crisi economica e dei mercati mescola le carte e crea ombre in cui tutti i gatti sono bigi e non si sa più di chi è la colpa di cosa. I 164 miliardi che la ricchezza italiana avrebbe perso, su vari fronti, dall’inizio dell’anno, si scontrano con i 9.000 miliardi persi dalle sole borse negli ultimi due mesi: tutta colpa del reddito di cittadinanza e dell’addio alla Fornero? Se il petrolio, proxy della crescita economica, perde 20 dollari in un mese e 5 in un giorno, la colpa sarà solo dell’instabilità italiana? Il mondo, indebitatissimo come non mai, sta rallentando e si staglia all’orizzonte un fosco dubbio sulla validità della stessa strategia UE, trasformatasi in una sorta di enorme Lega Anseatica fuori tempo che ha giocato tutte le sue carte sul mercantilismo spinto unito alla feroce aggressione agli stati e territori che, al suo interno, sono meno dinamici ed al ripudio del metodo del consenso sostituito con la continua reiterazione dei suoi propri “valori non negoziabili” di stampo liberista. Ha così scommesso su una prosecuzione senza limiti, politici e temporali, della globalizzazione senza capire che in realtà esiste un pendolo storico che nelle sue fasi alterna aperture e chiusure e adesso sta tornando il tempo delle seconde sull’onda di una assoluta mancanza di consenso verso ricette che snaturano economia e cultura del mondo progredito. La globalizzazione non è un destino segnato per sempre ma rischia di rivelarsi una parentesi di breve durata mentre la rinuncia a politiche di stimolo endogeno alla domanda e di proiezione politico-militare sul globo mettono l’UE, i suoi membri ed il suo destino alla mercè delle decisioni di Trump, Xi e Putin.

Il fallimento dell’unificazione politica guidata e imposta da economia, euro e mercati deve anche mettere una pietra sopra alle ambizioni di questo genere che hanno solo insanguinato un secolo. Può forse essere un fenomeno curioso da un punto di vista storico e geografico, ma la realtà è che l’Europa come continente appare irrimediabilmente segnata da una frammentazione etnica e nazionale, e perciò politica, irreversibile in tempi storici e quindi, come tale, da accettare. La I GM, con la vittoria della logica nazionale su quella di classe, segna ancora la realtà europea ma a sua volta rimanda a fenomeni che affondano nella caduta dell’Impero Romano e nella nascita di embrioni di stati nazionali. L’UE che tenta una reductio ad unum di realtà inconciliabili appare sempre più avviata su un percorso simile a quello dell’Impero Austro-Ungarico in cui gli sforzi di dominio all’interno minano le potenzialità esterne: non si vede chi debba avere paura di un gigante economico privo di forza militare e, all’interno, dilaniato da lotte politiche e statuali continue. Abbandonate mire di potenza millenaristica, che rimandano pari pari al Terzo Reich, sarà più produttivo accettare la realtà di una miriade di medie potenze che seguono percorsi diversificati che, evidentemente, non possono non ammettere nuovamente anche opzioni di carattere militare. Proprio l’omogeneità dei piccoli stati europei rende del resto plausibile uno sforzo in questo campo, atteso che nessuno altrimenti accetterebbe di morire da mercenario per gli interessi di Macron e Angela, e rivitalizzerebbe per gli stessi motivi la democrazia che non può esistere in mancanza di uno spirito di “unità di destino” che, dopo quasi 70 anni, certo non alligna in un’Europa considerata come tale. 

Questa crisi è stata scandita dal tempo, i secondi dei mercati contro le procedure defatiganti di una istituzione che, anche quando vuole essere cattiva, non riesce a non essere pachidermica: la stessa procedura di infrazione richiede minuti di SkyTG24 per essere spiegata e alla fine allungherebbe soltanto il brodo per mesi, in attesa del nulla. Nel frattempo il governo è impegnato nel gestire situazioni senza sbocco che tolgono tempo, energie e concentrazione dalla soluzione di problemi reali. Non si vede cosa significhi attendere e cercare di mediare su cose su cui ci possono essere solo vinti e vincitori, non compromessi. Come nel 2011, per piacere, FATE PRESTO! Mandate la manovra in Parlamento, metteteci la fiducia, come del resto fece il Renzi sconfitto nel 2016, e speditela a Bruxelles. Poi, festa finita e chi vivrà vedrà.

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