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Ecologia vattene via

download (6) Ero stato buon profeta, qualche mese fa, discutendo di ciclo dei rifiuti sull’onda dell’avvio della raccolta differenziata anche nei nostri paesini appenninici, che tutto il processo si sarebbe concluso con dei grandi roghi all’aperto di rifiuti perfettamente selezionati. Non era tanto la mia sfera di cristallo quanto la semplice constatazione che la mitica Cina aveva posto limiti seri all’acquisto di rifiuti da riciclare sin dallo scorso anno.

Avendo lavorato un paio d’anni nel settore, sia pure in ambito solo industriale, era a tutti chiaro che la raccolta differenziata era una sòla di enormi dimensioni. Lo sforzo fatto dalle aziende, motivate dalla necessità di evitare rischi e sanzioni, alimentava in Italia un business meramente logistico basato sulla sola gestione e trasporto dei rifiuti: dai produttori ai recuperatori (ditte che forniscono gli impianti di raccolta per poi raccogliere, selezionare e vendere i rifiuti) fino a trader che semplicemente li avviavano verso l’estero dove venivano effettivamente riciclati o bruciati per ottenere energia. In altri termini, in Italia manca, oppure è fortemente carente, una filiera industriale realmente in grado di trasformare le “materie prime seconde” in nuovi prodotti cartacei o plastici, con il che si evidenziano alcune contraddizioni insite nel processo.

Nata come attività di forte valenza etica (se ricicliamo evitiamo di disperdere risorse limitate sul pianeta, anche se alla fin fine così limitate non lo sono), la differenziazione dei rifiuti si scontra con due dati molto “hard”. Il primo è di carattere tecnologico e legato alla più recente ossessione per il contenimento delle emissioni: il riciclo di carta, plastica, polistirolo, vetro, per quanto abbia ad oggetto materiali “virtuosi”, rappresenta pur sempre un’attività industriale e quindi foriera a sua volta di emissioni (solide, liquide, gassose) ad impatto ambientale. Ovviamente le tecnologie aiutano e, in paesi pragmatici, si è raggiunto un equilibrio fra opportunità economiche e lavorative e tutela ambientale. In Italia predomina un ideologismo che preclude l’ultima fase del ciclo virtuoso del rifiuto differenziato – il riciclo – ed impone di fatto due alternative: la termovalorizzazione, con il che tutta la fatica ed i costi sostenuti per differenziare vengono vanificati, al netto delle possibili emissioni, o l’esportazione, con l’ulteriore bivio fra termovalorizzazione e riciclo effettivo, che mette tutta la filiera italiana alla mercé di decisioni esterne e quindi la rende intrinsecamente fragile dal punto di vista economico.

Il secondo aspetto è in effetti questo: i rifiuti non si gestiscono da soli ma richiedono imprese organizzate che ovviamente hanno dei costi da coprire. Nel momento in cui lo sbocco naturale scompare, i rifiuti differenziati restano fisicamente sul piazzale mentre da un punto di vista economico rappresentano immobilizzi finanziari che ingessano la gestione delle imprese coinvolte fino al punto in cui l’unica reale soluzione logistica e finanziaria è …. appiccare un incendio e passare la palla alle assicurazioni.

Così impostata, prigioniera di ideologie astratte e di obiettivi fantasiosi (rifiuti zero, 100% differenziata, e simili), la raccolta differenziata è priva di senso: impone costi elevati ai produttori di rifiuti (imprese ma anche famiglie tramite la TARI) per dare luogo ad una mera filiera logistica che si conclude, in gran parte, con la distruzione dei rifiuti riciclati e comunque con attività inquinanti. Il 100% di riciclo sbandierato dagli ecologisti, fra cui il M5S, a parte l’essere materialmente impossibile da raggiungere, non ha senso se i rifiuti non li ricicliamo davvero, ovvero non li inseriamo in un ciclo industriale e non logistico. Tutte le soluzioni date a questa sovrapproduzione consistono solo nel trasferirle altrove, Nord Italia o estero, dove non spariscono magicamente ma danno luogo, spesso, a combustioni controllate che generano comunque, altrove, quelle emissioni che vogliamo, a caro prezzo, evitare in Italia.

La raccolta differenziata, economicamente parlando, ha pochissimo senso: la richiesta di materiale da riciclare è modesta ed i prezzi sono bassi e non remunerativi. Se questo è il giudizio del mercato, vuol dire che questo sforzo ed impegno sono vani e meglio si farebbe a cessarli. Ma ideologicamente non si può e da ciò deriva che quello che sarebbe un “mezzo” in ultimo diventa un “fine”: obbligare le imprese e, soprattutto, le famiglie a gestire i rifiuti in modo complesso e faticoso per controllarle ed indurle a non produrne e quindi a limitare i consumi. Come lo vogliamo chiamare? Pauperismo? Decrescita felice? La realtà è che si tratta di ciclo insensato negli obiettivi e costosissimo nei processi.

Il blog non ha mai nascosto il suo scetticismo sull’ideologia ecologista che è stata la copertura del processo di deindustrializzazione europea e di trasferimento di tecnologie, produzioni, lavori e redditi ad altri paesi meno schizzinosi. Peraltro è sempre stato difficile cogliere consenso su questi punti visto che l’ecologia ha mille diramazioni, come visto anche contraddittorie fra loro, ed una scusa ecologica per contrastare lo sviluppo economico alla fine la si trova sempre, basti pensare alle posizione estreme sposate da questo papato che, nelle loro ultime conseguenze, ci riporterebbero alla preistoria. Del resto il primo uomo che accese un fuoco creò gas serra ma non si può ignorare che la nostra tecnologia è questa e che, salvo passi in avanti al momento non prevedibili non solo dal punto di vista tecnologico ma anche economico sociale, la produzione di emissioni e di rifiuti è implicita in questo modello. Ammesso e non concesso che essa generi malattie, non possiamo nasconderci che quando la tecnologia era meno sviluppata anche la vita media umana durava la metà e che quindi quel che ci toglie con le malattie moderne ce lo ha anticipato ampiamente consentendoci, con il maggior valore aggiunto, di curare ampiamente quelle antiche e di migliorare le condizioni di vita.

Il fattore ecologico sta diventando dirimente nelle vicende politiche dei paesi sviluppati rappresentando, insieme e più ancora dell’immigrazione ma con questa intersecandosi nella figura dei “migranti ecologici” che sembra fatta apposta per scardinare il diritto d’asilo, la frontiera di quelli che vengono definiti “nuovi fascismi”. Ovunque si manifesta una diversa sensibilità ecologica fra ceti urbani e popolazioni periferiche con gli elettori delle cosmopoli che ormai hanno perso il contatto con la realtà produttiva, economica ed infine sociale di quelli che non vivono di “gestione delle informazioni”. Nelle recenti elezioni bavaresi, l’exploit dei verdi in generale ed a Monaco in particolare conferma la distonia di popolazioni che campano, oltretutto molto bene, di berline di rappresentanza ad alto prezzo ed alto impatto ambientale ma che si prefiggono di ostacolare tali produzioni a favore di altre tecnologie molto più immature e di cui non si riesce a prevedere l’evoluzione della catena del valore: come se avvocati ed informatici di Monaco potessero davvero pensare di mantenere il loro benessere e stile di vita cool senza il supporto della base produttiva di BMW e Audi.

L’impatto dell’ecologia sulla produzione è stato lungo e graduale, diramandosi in decenni e venendo coperto da una propaganda come sempre unidirezionale, senza considerare che l’ecologia è stata la strada percorsa dai partiti socialisti post muro di Berlino per mantenere una presa dirigista sulle dinamiche di sviluppo socio-economico una volta esaurito il comunismo. Adesso tuttavia l’ecologia inizia ad impattare sui consumi con costi crescenti per cittadini muniti di redditi precari e decrescenti e con manifestazioni molto più rapide ed evidenti. Il primo esempio di reazione è forse quello dei “Giubbotti Gialli” francesi che incarnano tutti i luoghi comuni esecrati dal politically correct: periferici, incolti, anziani, low income, più sensibili alle loro necessità che a quelle di aria, acqua, animali e piante, attaccati alle loro vecchie Renault diesel e, come in una parodia dell’archistar di Crozza, incapaci di  prenotare una Tesla (a partire da 80.000 euro, pagamento cash). Di fatto si tratta della prima rivolta anti-ecologista della storia europea: scendere in piazza per avere il diritto ad utilizzare più facilmente mezzi inquinanti. Se l’ideologia è la negazione del buon senso, probabilmente anche in campo ecologico il pendolo della storia sta iniziando a tornare indietro.

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