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Economia e società

In hoc signo

Il 2,4% di deficit/PIL non è ovviamente un numero ma un simbolo: per Roma e per Bruxelles è il simbolo della ritrovata indipendenza politica italiana e del rifiuto del declino austeritario previsto per i paesi periferici. Da questo comune punto di partenza ovviamente divergono le valutazioni, pessime per l’UE e ottime per il governo italiano.

La scelta di numeri per simboli (3% deficit/PIL, 60% debito/PIL, 2% inflazione) ha marcato il passaggio dell’UE da comunità di popoli solidali a organizzazione tecnocratica preposta alla gestione dei rapporti di debito/credito interni. Ne consegue che avere scelto, da ambo le parti, un numero per simbolo pone problemi relazionali drammatici atteso che i numeri, in economia come nello sport, sono giudici oggettivi ed imparziali di successi ed insuccessi.

Il governo, in materia economica, ha subito la perniciosa prevalenza del M5S che a settembre, provato dal protagonismo salviniano e privo di proposte costruttive, ha dovuto giocarsi il tutto per tutto su spesa pubblica e reddito di cittadinanza. Probabilmente Salvini, rappresentante di un elettorato che in gran misura la crisi l’ha superata, avrebbe dovuto essere più prudente e non sbilanciarsi molto su temi che si sapeva avrebbero trovato resistenze in Europa, tuttavia ha seguito le impronte pentastellate rinunciando oltretutto a gran parte del suo programma (flat tax, condoni vari), concordando sull’eliminazione di misure efficacissime come Industria 4.0 e concentrando tutta la sua politica economica sulla riforma della Fornero.

Se il simbolo dell’azione politica diventa il 2,4%, trovare un compromesso non è facile, né è facile ipotizzare una soluzione “win win” come quelle diffuse nel business, in cui tutti i contendenti ottengono benefici ed a pagare è un terzo gonzo (di solito un fornitore o un dipendente), perchè di terzi polli disponibili a farsi spennare non se ne vedono a giro. L’UE non ha neanche preso in considerazione il merito delle misure, concentrandosi solo sui saldi, dall’altro lato la razionale esposizione della ragionevolezza di molte misure non può prescindere dal fatto che l’indice deve rimanere quello, non tanto per motivi economici ma politici: se l’accordo sarà su un numero molto più basso, avrà perso il governo, altrimenti avrà perso l’UE.

Una trattativa con l’UE, come la Grecia e la Brexit dimostrano, è nei fatti impossibile perchè un organo non eletto, per di più formato da politici con un piede e mezzo nella fossa, non ha bisogno di cercare consenso e non ha interesse o compassione per gli interlocutori, anzi la faccia dura di Moscovici e Dombrovskis è un ottimo viatico per future carriere in uno dei grandi carrozzoni internazionali di cui il mondo è pieno. Avviare una discussione che vada oltre un minimo ritorno ai canoni diplomatici, con la sospensione da ambo le parti di minacce, insulti e sarcasmi vari, non significa che le parti abbiano molto da dirsi, proprio perchè nel momento in cui si discute di un numero, qualsiasi scostamento comporta vittorie e sconfitte. I pontieri (Moscovici, Tria) sono all’opera ma i margini di manovra sono limitatissimi. Questo è il motivo per cui la manovra non approda in Parlamento e sarà approvata con doppia fiducia a cavallo di capodanno.

Premesso che la Lega poteva evitare questa sfida, ormai il dado è stato tratto e cominciare a offrire riduzioni di spesa senza aperture non è una politica saggia: l’UE dirà di no a tutto fino a tornare a quei livelli (1,6%) che aveva benignamente concesso in estate. Di converso, il governo ne uscirà ridimensionato a avrà deluso i non pochi supporter (consenso al 57-58% stabile) che apprezzano un atteggiamento più muscolare. Del resto la procedura di infrazione non ha alcun effetto pratico. Premesso che i tempi di applicazione sono biblici e sfoceranno nella seconda metà dell’anno quando i problemi ormai saranno generalizzati, essa si può tradurre solo in un taglio di trasferimenti all’Italia: peccato che il Belpaese sia contributore netto dell’UE e quindi potrebbe a sua volta ridurre i propri trasferimenti. In un modo o nell’altro, l’Italia non è la Grecia. I mercati hanno patito un po’ (non tanto) il contenzioso ma il calo dello spread da 310 a 290 non significa sostanzialmente nulla, né panico né sollievo per scampato pericolo.

Continuare a cercare escamotage per mantenere un 2,4% virtuale svuotato di significato per il rinvio delle misure più importanti (RdC, pensioni) è addirittura peggio: se queste misure porteranno vantaggi al PIL, perchè rinviarle? E se invece le rinvio, non ammetto implicitamente che si tratta di bufale? In definitiva cali dell’obiettivo sotto il 2,2% renderebbero più efficace, politicamente, una rottura con l’UE ed un radde rationem alle europee di maggio.

Di fronte ad una recessione europea in arrivo, stringere i cordoni della borsa è un non senso che ci rimanda alla stagione infausta di Trichet. L’unico compromesso interessante, davvero una soluzione win win,  sarebbe scambiare rigore fiscale con lassismo monetario, ergo quantitative easing a tempo indeterminato garantito da Draghi prorogato alla BCE:  certo non più il pannicello caldo che abbiamo visto ma una azione determinata contro il debito pubblico italiano che deve essere portato a rendimento negativo perchè altrimenti, per meri motivi matematici (il debito è superiore al PIL), non scenderà mai. E’ una soluzione di interesse comune perchè il ciclo sta svoltando e, novità, l’Italia non è la pecora nera ma è in sync con il resto d’Europa, addirittura quasi virtuosa (PIL III Trimestre: Germania -0,2%, Italia -0,1%). Questo solo come mossa tattica perchè nel lungo periodo, in mancanza di driver di crescita globali come la Cina dell’ultimo scorcio di ‘900 (ci sarebbe l’Africa ma campa cavallo), il problema del debito, che è globale e non solo italiano, non può essere risolto se non con un’altrettanto globale ondata di inflazione: 6-8% per 8/10 anni, così da distruggere economicamente un debito nominalmente stabile e fare reset. Peccato che il petrolio non superi più stabilmente i 50$, trascinandosi dietro le commodity, per cui l’inflazione può essere solo endogena, con politiche di bilancio molto, molto accomodanti: il 2019 sarà l’anno della verità per i prossimi decenni.

Nel caso di sconfitta del governo, Salvini verrebbe ridimensionato nelle sue ambizioni in Italia ed in Europa e, del resto, un’internazionale nazionalista è un ossimoro per cui farebbe meglio a concentrarsi sull’Italia lasciando perdere strategie europee che sono molto aleatorie. Il maggior perdente sarebbe probabilmente Di Maio che, perso il reddito di cittadinanza, vedrebbe la fine della sua carriera, almeno nell’ambito del M5S.

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