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Conte Moment

download Con il lungo e zuccheroso comunicato congiunto di domenica sera, Di Maio e Salvini hanno rimesso a Conte la conduzione e, suppongo, la conclusione della trattativa con l’UE con ciò votandosi ad una sconfitta politica esiziale. In un precedente post avevo chiaramente espresso come il deficit/PIL al 2,4% non fosse un mero valore numerico-economico ma il simbolo di un cambiamento di passo della politica italiana verso forme di maggiore autonomia dalla UE e di rifiuto della politica di austerità che ha distrutto il Paese. In ballo c’è (c’era?) la capacità del governo di mantenere il patto politico e fiduciario con i propri elettori mantenendosi nel filone “populista” che, di fatto, significa semplicemente democratico, valga per tutti la lezione di Trump che si avvia alla rielezione forte di avere fatto quello che di solito viene considerato un comportamento inusitato ed inopportuno, cioè mantenere le promesse elettorali. Non sfugge inoltre che il sostegno al governo in questi mesi di diatriba e spread è rimasto stabile, se addirittura non è cresciuto, che nessun partito di opposizione ha tratto giovamento dalla situazione, che questo esperimento aveva attratto attenzione e consenso internazionali a livello di cultura economica, media, politica e che si è accompagnato ad un atteggiamento di sfiducia crescente degli italiani verso l’UE tanto da porre il Belpaese sul fondo della classifica europea. Non si può del resto scordare che la Lega ha flirtato a lungo, in campagna elettorale, con l’antieuropeismo, addirittura candidando Bagnai e Borghi ed eleggendoli ai vertici di importanti commissioni economiche parlamentari. Il casus belli di fine maggio su Savona e, successivamente, l’atteggiamento apparentemente sicuro se non smargiasso nella polemica con l’UE lasciavano inoltre pensare all’esistenza di un’adeguata consapevolezza e preparazione tecnico-politica circa la gravità dei problemi, l’intensità dello scontro che si doveva avviare con la Commissione Europea e la difficoltà delle soluzioni. Infine i problemi di bilancio sono comuni ad altri Paesi come Francia e Spagna che, pur eccedendo maggiormente nel deficit, non sembrano essere traumatizzati dalle contestazioni UE.

Un accordo con la UE fa leva, come detto nel precedente post, su sanzioni blande, facilmente neutralizzabili, rinviate nel tempo ad un’epoca in cui la situazione politica e, soprattutto, economica del continente (del mondo?) sarà probabilmente diversa. Nessuno dei rischi vaticinati da mesi si è avverato, neanche l’esplosione dei rendimenti e dello spread, perché nessuno al mondo vuole immolarsi per i “Commissari” Moscovici e Dombrovskis, il che significa che l’UE è priva di vere armi. Il governo pareva avere visto lontano e attuato una strategia di confronto efficace e fruttuosa ma, come spesso accade in Italia, sul più bello tutto finisce e si passa alla strategia opposta.  L’eredità dell’8 settembre è dura a morire e contagia sistematicamente i vertici politici italiani: accadde a Berlusconi, accade a Renzi, sembra accada adesso anche a Luigi e Matteo e la decisione di quest’ultimo appare del tutto illogica. Oltretutto si fa un accordicchio ad inizio dicembre quando fra 20 giorni, con la fine del QE, si chiuderà l’ombrello di Draghi ed il debito italiano sarà rimesso al buon cuore dei mercati alimentati dalle consuete dichiarazioni ostili, a mercati aperti, di qualche miccio proveniente da località sperdute prossime al circolo polare artico, premessa di manovre correttive del 2019 che verranno imposte da una Commissione Europa priva dei limiti imposti da un governo non più legittimato dal consenso popolare: se non è una resa senza condizioni, poco ci manca. La cosa sconcertante ed inusitata è che la resa avviene nel momento in cui si tratta di fatto da una posizione di forza, atteso che non esistono maggioranze in parlamento alternative, che governi puramente tecnici non sono più proponibili, che nuove elezioni avrebbero un esito scontato e che l’UE ha soltanto in mano la possibilità di scatenare l’equivalente finanziario di una guerra termonucleare che tuttavia, a differenza del 2011, troverebbe forte l’opposizione americana. Questa inconsapevolezza è segno della mancanza di una vera cultura, ideologica e politica ma anche storica ed economica, a cui non si può evidentemente sopperire con promesse da marinaio, ruspe e battute smargiasse. Se qualcuno mai vorrà  bene all’Italia, dovrà ripartire cominciando a ricostruire una grammatica ed un pensiero attorno alla Patria ed ai suoi destini.

Di Maio è in una situazione in cui sarà in qualche misura tutelato dalla UE che approverà il reddito di cittadinanza concentrandosi sul mantenimento della Fornero: non lo farà, ovviamente, per lui ma per mantenere consenso al M5S che da sempre appare, specie nella componente fichiana che non a caso sta riemergendo forte con le uscite su decreto sicurezza e caso Regeni, compatibile con molte posizioni dell’Unione e possibile architrave di una futura maggioranza europeista, insieme o al posto del PD. In ogni caso la sua vicenda politica va ad esaurirsi in un mix di incapacità personale, lacerazioni interne e problemi familiari che ricordano stranamente il percorso renziano.

Salvini, che ha abdicato a tutti i punti economici qualificanti del suo programma (flat tax, pace fiscale reale), perderà anche quel po’ di credibilità che si era giocato sulla riforma  previdenziale e sta gettando via, come il suo omonimo di Rignano sull’Arno, l’opportunità di accreditarsi come leader in grado imprimere il suo segno politico sul prossimo decennio (non diciamo ventennio perché porta male). La cifra politica di un personaggio è legata al doppio capo delle sue realizzazioni e del consenso politico che raccoglie: è il primo che alimenta le seconde che a sua volta rigenerano consenso. Questo è tanto più vero in un momento in cui i cicli politici sono estremamente brevi mentre ci sarebbe necessità di tempo per attaccare quel deep state che, ovunque, limita la democrazia continuando a propalare ideologie e decisioni contrarie alle popolazioni occidentali.

Salvini, politico che sembra essersi fatto da solo e quindi più maturo di Di Maio ma probabilmente carente di spessore politico e coraggio, non dovrebbe dimenticare il profondo cambiamento della natura del consenso che lo sostiene: se ancora il 4 marzo il popolo nordista dei padroncini era predominante, ancorché parzialmente diluito da uno sfondamento marcato nel centro Italia, il 32/34/36% di cui viene accreditato oggi deriva da un cambiamento strutturale del suo elettorato e dall’afflusso di votanti che premiano quelle supposte doti di passione, chiarezza, pragmatismo, efficacia, credibilità, affidabilità, lealtà che ha finora dimostrato. È un elettorato che, forse più di lui, ha consapevolezza della criticità del momento e delle scelte da compiere e che pare sovrapporsi in gran parte anche al predetto elettorato storico che, al netto delle opinioni delle “Unioni Industriali” e Confvarie locali i cui vertici sono ormai inemendabilmente piddini o forzisti, credo non abbia altro che da guadagnare da un sostegno alla crescita economica interna. Un compromesso al ribasso ne azzera la credibilità, riduce la cifra politica salviniana al rango di politicante di un paese periferico e ritorce contro di lui, abbassandole al rango di fanfaronate, le manifestazioni verbali di cui si è riempito la bocca verso le istituzioni europee. Questo elettorato viene consegnato, senza combattere, alla triade Mattarella-Conte-Tria.

Se questa sarà la soluzione finale, si avranno varie conseguenze. Salvini si sarà dimostrato una tigre di carta dando ragione alle anime brutte dell’europeismo filotedesco (Monti in primis) che scommettevano sull’arrivo dello “Tsipras Moment” per il governo italiano e, addirittura, allo stesso Tsipras che consigliava di arrendersi subito. Conte assumerà un potere maggiore verso i due vice, in particolare proponendosi come nuovo Di Maio, con ricadute gravi su altre vicende, Migration Compact in primis. Si aprirà evidentemente la strada ad un cambiamento della cifra politica del governo che si avvicinerà maggiormente al format del governo tecnico che si auspicava a maggio (e che questo blog, ricordo, vaticinava da molto prima in parallelo con l’ascesa pentastellata) oppure ad una crisi con esclusione di Salvini e ritorno alla normalizzazione europeista e politicamente corretta. Anche un governo di centro destra sarebbe all’insegna del ritrovato europeismo di Berlusconi e Tajani. Sarà persa, prima ancora di combatterla, la battaglia politica per le europee del prossimo anno. Sarà stata tradita la speranza in un cambiamento ordinato della strategia politica italiana e del suo posizionamento nel mondo. L’Italia riprenderà il suo percorso di sottomissione e depauperamento da cui le ultime elezioni sembravano averla strappata. Una cupio dissolvi inaudita: non vedo, in questo caso, cosa ci sarebbe da vantarsi nella manifestazione di Roma dell’8 dicembre.

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