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Lega: se tanto non è abbastanza

download Con la manifestazione di Piazza del Popolo di sabato scorso la cifra politica di Matteo Salvini è ulteriormente cresciuta. Dimenticate le ascendenze nordico-padane, smussate  le intemerate sovraniste e divisive della campagna elettorale, dismessi i panni di Capitan Fracassa dei primi mesi di governo, Salvini ha assunto un afflato ben più governativo, inclusivo ed universalistico. Se il presupposto di questo cambio di rotta è la franca affermazione, in termini di egemonia culturale, delle tesi leghiste sui temi dell’immigrazione che, dati Censis alla mano, sono ormai ampiamente sdoganate a livello nazionale e, di fatto, anche europeo, l’abbassamento dei toni e l’assunzione ad una inedita figura di padre (o meglio, vista l’età, di fratello) di famiglia è la conseguenza dell’elevazione della Lega a (ennesimo?) partito della nazione. Salvini vede dilagare la sua credibilità basata su pragmatismo, franchezza, capacità comunicativa, sensazione di fiducia e lealtà che ispira: lontanissima è ormai la figura dell'”Uomo nero” diffusa artatamente durante la campagne elettorale e nei primi mesi di governo mentre sempre di più sono quelli che, esperienze concrete alla mano, con la mente ormai libera da timori e pregiudizi diffusi dai media, si affidano a lui come “ultima speranza italiana” abbandonando anche i lidi pentastellati che sono serviti, a marzo, come scalo dalla sinistra verso quello che era raffigurato come “fascista”.

La manifestazione leghista dissolve il centrodestra, che potrà essere solo cooptato nella nuova Lega Nazionale, e si oppone a quella para-grillina di Torino sotto vari profili: generale e non tematica, per dei SI e non per dei NO, con un leader e non assembleare. Salvini comprende che il suo elettorato va ormai oltre i limiti della Pedemontana e dei padroncini del nord e ad esso invia un messaggio unificante e positivo. A livello tattico si annette il governo spazzando via la finzione di Conte PdC e di Di Maio co-premier, e con l’ovazione della folla, corregge la svolta tecnicista di inizio settimana e si assume, fatto enorme, la responsabilità politica della trattativa con l’UE mandando tuttavia alla Commissione un messaggio ben chiaro: i termini della stessa sono politici e non tecnici, fanno capo a lui e non a Conte, hanno limiti ben precisi, ancorchè ignoti, oltre i quali lui può, legittimato dal suo elettorato, ribaltare il tavolo senza timore di conseguenze. Si chiuderà attorno al 2%, con un passo indietro che smentisce la forzatura di settembre ma che, ritornando alla proposta originaria della Lega, chiude il gap con il suo elettorato storico e con quello nuovo e smentisce le posizioni del M5S lasciato solo sulla riva del populismo tassa e spendi.

Tuttavia anche i limiti emergono. I messaggi che il nuovo Matteo manda sono difficilmente criticabili: chi, davvero, può desiderare meno crescita, meno lavoro, più criminalità, meno culle, più violenze sulle donne? La credibilità dei messaggi, tuttavia, è basata solo sul personaggio e sulle qualità che ha espresso finora e che rendono plausibili anche promesse senza fondamento. Perché il limite attuale della destra  non è il programma ma l’execution: come si può fare a raggiungere siffatti e nobili obiettivi? Quali misure, provvedimenti, norme devono essere varate? A chi affidare i relativi poteri? Quello che sempre più sta emergendo è l’assenza di una teoria dell’Italia e del suo destino, della sua struttura e delle relazioni fra componenti per forza numerose ed eterogenee. Una teoria che sia la base di una profonda riforma, certamente giuridica ma anche sociale e culturale,  che chiuda con l’eredità del ’68 e, in parte, anche della Resistenza, che liberi le forze represse, che indichi obiettivi comuni e positivi, che sintetizzi uno spirito di appartenenza basato sulla definizione di doveri (e obblighi, divieti e limiti) unificanti in luogo dei diritti che hanno spappolato la società e selezioni una classe dirigente coerente e complessivamente adeguata.

Non si può negare che tutto quanto ottenuto da Salvini fino a oggi è avvenuto “nonostante” la legislazione vigente e la cultura preminente: qualcosa nel medio lungo deve per forza cambiare. Si può perseguire la crescita economica nella camicia di forza dell’Euro? L’UE è lo strumento adeguato per navigare in un mondo complesso e variegato o sta forse raggiungendo i suoi limiti, quelli in cui i confini sono più ristretti dei mercati potenziali che si aprono per un Paese di antica tradizione mercantile, culturalmente aperto e politicamente flessibile? L’europeismo è la dottrina politica di elezione o sarebbe meglio avere un rapporto privilegiato con il magmatico ma dinamico mondo anglosassone oggi in fermento? E nel Mediterraneo, per converso, si può prescindere davvero da un rapporto positivo con la Russia che invece si candida a prendere il posto degli USA come fattore di stabilità? Il rapporto con l’Africa, con l’obiettivo strategico di uno scambio risorse/sviluppo che nutrirebbe la nostra economia per un secolo e getterebbe luce nuovissima su una moderna migrazione acculturante volta a sfruttare il patrimonio bimillenario che possediamo nel settore, può prescindere dalla previsione di una, sia pur estrema, opzione militare? Ed all’interno, quanto la crescita demografica può svilupparsi senza intervenire profondamente sulle leggi che hanno devastato la famiglia, come l’aborto, certo, ma anche il divorzio e la riforma del diritto familiare, norme che hanno trasformato la cellula minimale della società in una trappola infida da cui fuggire? Quanto la crescita economica è compatibile con una presenza statale che divora a man bassa reddito, tempo ed energie in vista della redistribuzione di risorse sempre più scarsamente prodotte e del servizio di un debito per il quale occorre ormai cominciare a pensare a soluzioni straordinarie? Ed al contrario, come sarà possibile ammortizzare i danni di una necessaria ristrutturazione dell’economia in chiave di maggiore efficienza pubblica e privata (ergo, licenziamenti a go go nel pubblico e nel privato) in una situazione di finanze pubbliche precarie? Quanto si può continuare ad accettare un sistema scolastico che produce livelli di ignoranza, incoscienza ed inconsapevolezza, nei giovani come nelle famiglie, di cui la tragedia di Corinaldo è solo la punta emersa?

Appare chiaro che le risposte a questi temi richiedono energie che la Lega attuale non ha e che sarà quindi necessario un processo di cooptazione che assorba risorse culturali, intellettuali e sociali provenienti da altri mondi, da quello cattolico in primo luogo ma anche da quello latamente nazionalista presente in tutti i partiti (vedasi Minniti), così come è chiaro che la cooptazione può avvenire soltanto da parte di un partito che dà le carte e gestisce il potere. Consenso e realizzazioni sono quindi, come sempre, legati a doppio filo mentre sullo sfondo permane la consapevolezza che un’eventuale caduta di “questa” Lega, pur con tutti i limiti che essa oggi ha, aprirà la strada al collasso del sistema paese. Molto è stato quindi fatto, ma moltissimo resta ancora da fare.

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