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London’s (and Paris) burning

download (1) Questo blog, nato poco più di tre anni fa, ha maturato progressivamente la convinzione che il biennio 2015-2016 avesse posto le premesse per un profondo rivolgimento della costruzione dell’UE. Faceva deporre in questo senso l’analisi, necessariamente semplificata ma non per questo superficiale, dei movimenti che si intersecavano a livello politico, economico e sociale, a partire dall’immigrazione, che aveva provocato la rottura del patto sociale fra élite e popolo, dal declino economico complessivo (l’UE è l’area che cresce meno al mondo) e dal progressivo divergere delle condizioni economiche dei diversi paesi stretti dal cappio di una moneta unica che, ormai ovunque, si ritiene inadeguata. L’analisi si era giocoforza concentrata sull’Italia che subiva le problematiche derivanti da entrambi i fenomeni ma con un occhio di attenzione sulle evoluzioni, spesso irrazionali, dei vertici UE e su specifiche situazioni dei paesi membri.

Questi ultimi giorni hanno determinato una accelerazione dei fenomeni che vede epicentro il nord Europa con sviluppi tutti da definire. Gran Bretagna e Francia sono al momento i paesi maggiormente in crisi, quelli in cui il conflitto popolo-élite non può più essere mediato e nascosto dalle ritualità della democrazia rappresentativa che spesso concede ai decisori gradi di libertà molto ampi, oltre il mandato elettorale, accuratamente coperti da una comunicazione che ormai non può più, in buona fede, essere definita libera e imparziale.

In UK siamo arrivati al radde rationem dello scontro fra volontà popolare e desideri della classe dirigente, fra regime democratico e oligarchia finanziaria e, in ultimo, fra diverse componenti dell’establishment. La tragedia di una donna ridicola come la May non solo scopre il velo sul tentativo della classe dirigente locale di edulcorare, fino a tradirla, la volontà popolare espressa dalla Brexit ma sta portando alla luce anche altre problematiche e divisioni esistenti al suo interno. L’accordo proposto in extremis dalla May, uscito all’improvviso da un cappello di cui si ignorava l’esistenza, sembra essere ritagliato su misura per la burocrazia eurocratica, che in questo modo avrebbe un 28° paese membro passivo senza neanche la noia di dover accettare i suoi rappresentanti, e per la business class londinese che vuole continuare sul sentiero del business as usual. Di fatto UK non uscirebbe dall’UE e ciò, oltretutto, a costo di dividersi al suo interno con una frontiera fiscale fra Nord Irlanda e Gran Bretagna che, presto o tardi, diventerebbe anche legale. Su questa sconcertante proposta, che creerebbe una sorta di muro permanente che, per esempio, la Germania ha rifiutato nel 1990, lo scontro non è solo fra Remainers e Brexiters (e forse lo UKIP ha mollato troppo presto la presa sottovalutando il rischio che l’uscita venisse rinviata ed annacquata) ma si svolge all’interno delle élite stesse. Premesso che parte dell’establishment era ed è comunque a favore dell’uscita, è emerso uno scontro fratricida fra mondo del business e componenti nazionaliste che ricalca in parte quello che si è verificato nel 2017-18 in USA con l’uscita dall’Amministrazione Trump di tutti gli esponenti provenienti dal mondo corporate e la loro sostituzione con militari e funzionari dell’intelligence. Comincia a emergere, nel mondo anglosassone ma forse anche in Italia, una visione strategica (ideologica, politica) che non ritiene accettabile la dissoluzione delle strutture statuali in un ordine mondiale dominato dal commercio e dalla finanza e regolamentato dalle istituzioni sovranazionali. In Gran Bretagna entra probabilmente in gioco, fattore poco comprensibile a Bruxelles, anche la natura monarchica dello stato: davvero Elisabetta II, che già ha dovuto liquidare le colonie acquisite da Elisabetta I, ormai con un piede nella fossa, vuole passare alla storia come quella che ha liquidato pure l’unità dello stato britannico sorto nel 1707, traghettandolo da Maria Stuarda ad Angela Merkel? Credo che, come anche il caso spagnolo ha dimostrato, la presenza di una monarchia dinastica che trae legittimazione dalla missione storica di tutela dell’identità e dell’unità statuale implichi dinamiche molto diverse da quelle degli stati repubblicani in cui, alla fin fine, il presidente è pur sempre un funzionario che opera a titolo individuale, a tempo e non investito, salvo rari casi, di compiti epocali. Come l’aggressione alla Catalogna non fu evidentemente disposta da Rajoy ma da Felipe (tanto che il primo ministro del PPE è stato silurato in modo strano qualche mese dopo), non è plausibile che la casa regnante più prestigiosa della storia umana si possa vedere umiliata dall’avidità di quelli che sono pur sempre commoners come i finanzieri del miglio quadrato. Se questo accordo ormai è chiaro che non passerà, sprofondando la May nella disperazione e nella confusione mentale, non è chiaro se si andrà verso una hard Brexit o verso un nuovo referendum. In questo secondo caso, occorre tenere a mente che i sondaggi anche nel 2016 davano vincente il Remain, proprio là facendoci scoprire la natura partigiana e orientatrice degli stessi, e che, diversamente da allora ed ovunque in Europa, lo spirito nazionalistico è montato: davvero i britannici, che sfidarono Hitler con lacrime e sangue, adesso sono pronti ad inchinarsi per paura di AKK e Junker ed apprezzano che la loro donnetta-in-chief voli dall’omologa di Berlino per rimettersi nelle sue mani? Tornare a votare di nuovo, sancendo che nel 2016 “amo scherzato, mo’ basta” pone già abbastanza a rischio il sistema, senza escludere per sovrammercato che una nuova vittoria della Brexit, od anche una sua sconfitta con piccolo margine, scateni una crisi istituzionale profonda con la messa in discussione di una monarchia all’improvviso diventata traditrice come la casa Savoia nel 1943. Non credo che accadrà.

In Francia Macron ha confuso vittoria elettorale con investitura adottando sconcertanti decisioni e stili dirigenziali in linea con quelli dell’Ancient Regime. Dopo un mese di proteste la jacquerie dei gilet gialli è stata sedata lasciando dubbi su quello che è successo: una rivolta o un astuto gioco di ruolo per cui Macron ha avuto così modo di inviare i tank nelle strade ed i poliziotti nelle scuole? Probabilmente entrambe le cose. I gilet gialli hanno dato luogo ad una rivolta e non ad una rivoluzione, prova ne sia che nessun novello Robespierre ne è emerso, che le richieste erano confuse e contraddittorie,  che nuove alleanze non sono state fatte e che non è stata fatta l’unica cosa che avrebbe scosso le President, cioè una manifestazione oceanica a Parigi. Dall’altro lato fino a sabato il gradimento del presidente è calato fino a sfiorare il 20% per cui, se ha giocato un gioco sporco, lo ha fatto rischiando molto. Non so se potrà ripetere il giochino dello stato di guerra in caso di rivolte più strutturare come potrebbero essere quelle guidate da sindacati in una non più ipotetica fase recessiva che moltiplichi la disoccupazione. Per di più sabato si è avuto il tentativo di saldare la protesta rurale con quella delle banlieu, luoghi diversi per composizione etnica e sociale: a tirare sassi erano anche i giovani negri che nel 2017 furono elettori di quel candidato così carino e aperto. L’intervento delle forze dell’ordine è probabilmente dovuto alla necessità di evitare l’ammutinamento di Parigi, cosmopoli staccata dalla France e senza la quale oggi avremmo all’Eliseo Madame Le Pen. In compenso le decisioni di Macron, in stile re travicello o, se preferite, caudillo sudamericano genuinamente populista, hanno premiato la violenza e riconosciuto le ragioni dei populisti ma anche rotto il tabù dell’austerità,  del pareggio di bilancio, del fiscal compact, dell’asse con la Germania. Se l’UE fosse un posto in cui abitano ancora la logica, la democrazia e lo stato di diritto, stasera Junker dovrebbe chiedere scusa agli italiani. Da evidenziare anche che il referendum inglese deve essere rifatto perché il Remain è dato vincente 52/48 ma le elezioni francesi non devono essere rifatte neanche se Macron sta perdendo 20/80.

I tedeschi si avventurano in un regime change che archivia (ma sarà vero?) la Mutti bollita e sempre infatuata dei migranti. Difficile che un partito diviso come la Union democristiana, costantemente perdente, divisa, comandata dall’ennesima donnetta racchia ed insignificante che ha battuto di un soffio l’epigono europeo di Trump, con il fardello di un sistema bancario a pezzi e la prospettiva di un cambio, comunque vada, nel commercio internazionale che la penalizzerà, possa nei prossimi mesi/anni dare un indirizzo chiaro alla politica nazionale ed europea. La grande crisi politica tedesca, nata addirittura con la divisione Merkel/Schauble sulla Grexit del 2015, ha da durare ancora diverso tempo.

I vertici europei continuano come se nulla accadesse e continuano a minacciare sanzioni a destra e manca con la stessa impassibile metodicità con cui i generali nazisti ambivano alla croce di ferro nel bunker assediato dell’aprile ’45. A furia di espellere e punire, l’UE e l’Euro diventeranno cosa dei popoli germanofoni e non si vede come possa mantenersi un dominio su tre paesi che quotano 200 milioni di abitanti, 7.000 miliardi di PIL, la seconda borsa mondiale e, non ultimo, un arsenale nucleare con, oltretutto, la seria prospettiva che The Donald rimanga fino al 2024.

Con la Spagna alle prese con la sua secessione e prossima vittima dei populismi (prossimamente però smettiamo di chiamarli così e utilizziamo il termine giusto, “democratici”), l’Italia sembra avere fatto la sua rivoluzione a marzo scorso e naviga tranquilla con una stabilità politica invidiabile e dati economici (tutto è relativo) neanche pessimi rispetto al resto d’Europa. I cali di Francia e UK dimostrano che la politica può far calare il PIL non solo nel Belpaese ma ovunque ma che questo è probabilmente un vincolo da accettare dimenticando l’idea che le nazioni possano essere rette, in mancanza di consenso, con “piloti automatici” sui binari di “principi superiori” non più riconosciuti come tali.

Nella settimana si concluderà la trattativa con l’UE che procede incertamente perché ci sarebbero tutte le condizioni per (e tanta voglia di) evitare di entrare nei casini di una procedura di infrazione ma senza scordare che siamo in mezzo ad un cambio di paradigma: Più Europa non è più bello ed anche gli elettorati italiani paiono avere messo in conto la necessità di una fase di duro confronto con i vertici dell’Unione, caso mai si discute se destinare più risorse all’assistenzialismo od alla produzione. Dato il consenso per il governo stabile al 58%, non so se un compromesso al ribasso, in queste condizioni internazionali, sarebbe veramente apprezzato o piuttosto non sembrerebbe un’occasione perduta, deteriorando il ruolo politico e l’immagine decisionista e salvifica dei leader e, in particolare, di Salvini. Sarà questione di numerini: in ogni caso, inutile aspettarsi contributi dall’UE, l’intelligenza, purtroppo, non abita più là.

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