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Serva Italia

imagesLa vicenda della manovra di bilancio italiana sta francamente finendo in modo sconcertante. Dopo la forzatura del 27 settembre, giorno in cui la proposta del 2,4% segnava la rottura, sia pure blanda,  della continuità con la politica economica italiana imperniata sul rispetto dei diktat della Commissione Europea, si è assistito a due mesi contrassegnati da un crescendo di vis polemica dei vice premier condito di parole forti, in qualche caso maleducate, e dalla continua riaffermazione della giustezza delle scelte e della ragionevolezza degli obiettivi di fronte ad un ambiente che ha tirato fuori tutte le minacce possibili, nessuna delle quali manifestatasi nella realtà. La sicumera di Salvini e Di Maio lasciava supporre che dietro a loro di fosse qualcosa di più, un blocco di poteri “nazionalista” che avesse capito la necessità di staccarsi dal carro mortifero dell’Unione per riprendere un percorso più autonomo. Nel corso di due mesi era sparito Mattarella, ridotto a parlare alle scolaresche, era apparentemente cresciuta la figura di Salvini (Di Maio è ormai un morto che cammina per motivi suoi) e si era progressivamente creato uno schieramento politico, mediatico ed intellettuale, anche internazionale, a sostegno di quella che, più ancora della Brexit, pareva essere la sfida esiziale per un’UE minata da debolezza, conflitti esterni e contraddizioni interne.

Premesso che tre mesi sono tanti, troppi, anche per una manovra di bilancio che porta via comunque tempo ed energie da dedicare ad altro, lo scorrere del tempo aveva progressivamente e paradossalmente rafforzato la posizione contrattuale italiana se non altro perché si erano viste le prime avvisaglie di quell’instabilità politica che si era a lungo  vaticinata come conseguenza delle insensate politiche europee: la fine politica della Merkel, il disastro politico istituzionale della Gran Bretagna alle prese con la Brexit, le rivolte di piazza della Francia. Premesso anche che qualche aggiustamento finale è sempre opportuno, sembrava che la forza contrattuale pendesse sul piatto italiano: chiudere velocemente al 2,2%, prima dello scorso week end, poteva essere un buon affare.

La scorsa settimana si sono verificati invece i primi inopinati passi indietro con il lungo comunicato congiunto con cui Salvini e Di Maio si tiravano fuori dalla trattativa: facendo finta che Di Maio non ci sia, appariva strano che Matteo che parla di tutto (migranti, accordi internazionali, sicurezza, esercito, scuola, rosario, presepe) si dimostrasse improvvisamente timido sul provvedimento che più chiaramente ed immediatamente poteva stabilire la cifra politica del governo. Avevo ben notato che questo passo indietro aumentava la caratura “tecnica” dell’esecutivo avviando un incomprensibile corsa al ribasso nella trattativa con l’UE. Salvini aveva cercato di rimediare facendosi dare un mandato a trattare nella manifestazione dell’8 dicembre e, per carità di patria, si era sperato che ciò fosse il segnale di un recupero della natura politica della questione e dell’apposizione di un limite allo sbracamento.

Quello che Salvini non poteva prevedere e che, una volta avvenuto, non ha capito è stato il cambio di passo della crisi UE dello scorso fine settimana, segnato dal doppio evento della vergognosa fuga in Germania della May per sfuggire dal voto della Camera dei Comuni e della capitolazione di Macron davanti ai Gilet Jaune. In particolare, la decisione del “finocchio-in-chief” di passare armi e bagagli al populismo peronista d’antan, concedendo un aumento dei salari a babbo morto, ha completamente cambiato il quadro di riferimento dei rapporti fra UE e singoli paesi. Se la gente sciopera per un mese di fila, non erano reali i timori del governo populista circa lo scoppio di scontri sociali? Se la Francia può passare in un pomeriggio dal 2,8 al 3,6 perché l’Italia deve scendere dal 2,4 che, a questo punto, rappresenta anche un eccessivo sfoggio di virtù? E se Moscovici non ha perso tempo a dichiarare che le regole sul deficit non valgono per la Francia, come mai nessun grido sovranista si è levato per tutelare interessi e dignità italiane palesemente calpestate da un’UE che non nasconde neanche più l’esistenza di figli e figliastri?

Invece si è andati a Bruxelles con una proposta del 2,04% che:

  • E’ sbagliata per il metodo, perchè se avvii una trattativa con i “Commissari” sai dove parti e non dove arrivi, come Grecia e UK hanno dimostrato, perchè non hanno elettori a cui rendere conto e perchè più sono cattivi e più benemerenze acquisiscono per il loro futuro impiego in qualche ente internazionale;
  • Ci affoga nei numerini che si volevano, a settembre, ignorare visto che mai si è parlato in passato di un deficit con due decimali;
  • Si presenta come una presa per i fondelli che ricalca quei puerili meccanismi di marketing che, per invogliare i consumatori, offrono prodotti a 9,99 invece che a 10: davvero si pensa di imbrogliare la gente cambiando di posto ad un decimale?

Premesso che 2,04% è un proposta e quindi si andrà in trattativa per cui si chiuderà più in basso, ci sono varie considerazioni economiche e politiche da fare.

Un deficit/Pil attorno a 2 è inferiore a quello dei governi di sinistra degli anni passati e di molto inferiore a quello spagnolo e francese. Per ottenerlo si è passati attraverso due mesi di turbolenze finanziarie che avranno effetti sul costo del debito. Si dice che senza questa manfrina si sarebbe finiti a valori più bassi e che comunque gli accordi erano per lo 0,9 ma non si dice che questo numero era l’ultimo prodotto del governo Gentiloni a legislazione invariata e quindi con la previsione dell’aumento IVA di 12 miliardi pari a 0,6-0,7 di PIL: siccome neanche il PD lo voleva, il deficit sarebbe stato in ogni caso attorno all’1,5-1,6% e del resto l’1,6% era l’obiettivo che Tria intendeva proporre alla UE a settembre. Lo sforzo del governo può quindi valere uno 0,4-0,5 al massimo, meno di quanto Macron ha concesso di domenica: niente male davvero per un governo del popolo. Se andiamo poi a vedere la qualità, si nota che la Commissione sposa il reddito di cittadinanza ma non la riforma Fornero, come avevo anticipato, per premiare il M5S futura architrave del politically correct in Italia e bastonare la Lega.

Politicamente non aveva senso impiccarsi ad un numero, che non ammette mediazioni ma solo vincenti e sconfitti, ed oltretutto Salvini era sin dall’inizio per un più prudente 2%. Però se ti impicchi volontariamente, rendi quel numero un simbolo di tutto un po’ (autonomia, crescita, equità) e ci fai sopra due mesi di propaganda poi non puoi retrocederlo al rango di numero. Come detto la proposta prevede, al meglio, un arretramento di 0,36 su 2,4 e quindi del 15%: questa scelta svuota di senso tutta la “teoria” posta a base della manovra in cui, evidentemente, non credevano nemmeno gli autori e priva di credibilità non soltanto i leader ma anche le “eminenze grigie”, in primis Savona la cui presenza stava per provocare un colpo di stato ma che poi si è dimostrato silente, confuso e pavido: se si ha paura dello spread a 300, cosa sarebbe successo in caso di reale intenzione di uscire dall’Euro? Soprattutto il passo indietro è ancor più ingiustificabile rispetto ai nuovi eventi perché conferma il ruolo di un’Italia ancella e sottomessa, oltretutto con dati congiunturali migliori di tutti, che va a Bruxelles con il cappello in mano mentre tutti gli altri si fanno i cazzi loro: un colpo che ritengo ferale rispetto alle ambizioni sovraniste di chicchessia.

Il governo si scopre “tecnico” e la figura di Salvini ne esce, a mio avviso, irrimediabilmente colpita e ridimensionata. Questo avrà effetti anche sul lato immigrazione-sicurezza-Global Compact visto che i risultati ottenuti riposavano tutti solo sull’energia, determinazione, credibilità e forza politica del leader leghista in un quadro normativo nazionale ed internazionale sostanzialmente immutato. La Lega, che sconfessa le tesi anti-UE ed anti Euro con cui aveva lungamente flirtato, si scopre priva di una cultura di governo realmente alternativa a quella corrente: come detto, non si può gestire un processo difficile e rischioso come la riforma di un Paese distrutto nelle barbe senza una base solida di cultura (politica, economica, storica) ed ideologia e senza una classe dirigente che abbia in mente qualcosa in più rispetto al sostegno acritico ai padroncini. In effetti, sembra che abbia vinto la Lega “padana” rispetto a quella “nazionale”, che forse muore in fasce, e nel complesso la Lega si scopre solo partito dei NO sul piano securitario senza capacità politica propositiva in campo istituzionale ed economico. I limiti della classe dirigente, a partire da Salvini stesso, erano chiari a tutti ma questa volta è mancato anche l’istinto politico di cogliere l’attimo, che forse non si ripeterà più, che fino ad oggi aveva contraddistinto il Capitano.

La scommessa sulla Lega è, oggi ed in attesa di nuovi possibili cambi di scenario, persa. La rinascita italiana non avverrà su queste basi ed il nostro Paese non sarà parte attiva del processo di riforma, trasformazione o dissoluzione dell’UE e, quindi, ne subirà in ogni caso le conseguenze negative. Si resta basiti rispetto al fatto per cui chiunque in Italia, ad un certo punto, diventa irrimediabilmente europeista secondo i canoni correnti. Sarà dovuto probabilmente a motivi concreti (minacce o vantaggi) ma forse si tratta solo del perpetuarsi di quello spirito di minorità, sfiducia in se stessi, soggezione, autodistruttività che emerge periodicamente – si tratti di Caporetto o dell’8 settembre – e che conduce il Belpaese verso una cupio dissolvi secolare. Speravamo nella Lega ma probabilmente anche questa speranza è vana: peccato.

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