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Politica Italia

Col fiato corto

download (2) Il 2019 inizia con uno scompaginamento istituzionale e politico che investe tutti gli attori della scena nessuno dei quali, tuttavia, sembra avere molta birra.

Partiamo con Mattarella che, con il discorso di Capodanno, ha provato a fare da sponda ad una resipiscenza delle forze che si oppongono al governo. Il suo discorso è dimenticabile al pari di quello dello scorso anno (i ragazzi del ’99) e di tutti quelli analoghi dei decenni precedenti e dimostra che la figura del PdR ha perso, per carattere ed errori dell’attuale inquilino,  il ruolo di centralità politica che ha avuto per molto tempo, dovendosi acconciare a quello di spalla di altri e limitandosi a dare il LA ad interventi che lo prescindono. Il calo di credibilità e popolarità che lo affligge sin dal tentativo (goffo) di golpe di fine maggio non accenna a passare e condiziona i suoi interventi, spesso sottotraccia e marginali.

Del resto la condizione del Paese è talmente grave che tutti i meccanismi decisionali in essere si dimostrano inadeguati in quanto lenti e farraginosi e questo condiziona anche le decisioni del PdR. La relazione con l’UE è ormai inefficace, in quanto troppo lunga e complessa, e restringe i tempi di intervento di tutti gli attori istituzionali, non solo il Parlamento ma anche il PdR chiamato di fatto a firmare leggi ad occhi chiusi per evitare eventi (esercizio provvisorio) che avrebbero effetti esiziali sul debito pubblico. Ormai la Costituzione, con le sue regole minuziose, ha fatto il suo tempo: non ci sono più mesi (o anni) per discutere e decidere ma al massimo giorni e ore. Una profonda revisione della Carta sarebbe ormai necessaria per adeguare il diritto all’economia come sempre avvenuto nella storia.

Anche il discorso del 31 dicembre si è limitato (salvo l’intervento sulle tasse del non profit) a principi ed esortazioni di carattere talmente generale (siamo buoni) da apparire patetico se non fosse stato che ha dato il via all’insurrezione dei sindaci piddini guidati da Orlando. Per inciso, se si pensa che tutti gli attacchi al governo arrivano solo dalla Sicilia (procura di Agrigento, sindaco di Palermo) si capisce come la pregnanza di Mattarella sia limitata alla Regione di origine.

L’attacco piddino tramite sindaci è durato due-tre giorni ed è poi abortito. I limiti della strategia erano due: il primo è che la mancata applicazione, volontaria, di una legge dello stato implica il compimento di un reato o comunque di un illecito amministrativo tale da consentire la destituzione dei sindaci ed il commissariamento dei comuni per cui nessuno, capito questo, ha inteso seguire la strada di Orlando limitandosi a minacce molto più generiche e confuse, atteso che non esiste la possibilità per un comune, a differenza delle regioni, di eccepire un conflitto di competenza nei confronti dello stato; il secondo è relativo al consenso che, come i primi sondaggi hanno dimostrato, non esiste per provvedimenti a favore degli immigrati irregolari, comunque definiti. La legge è stata impugnata dalle regioni rosse e la Consulta deciderà, nel frattempo la legge si applica e quindi il mini putsch avviato dall’omino mannaro si è subito spento.

Se l’opposizione piange, il governo non può ridere. Le contraddizioni sono ormai evidenti e rilevanti visto che il M5S ha perso la sua componente elettorale destrorsa, ormai emigrata nella Lega, e sta ricercando spazio vitale a sinistra omologandosi alla retorica pro-immigrazione ed europeista. Non si spiega altrimenti l’uscita di Di Maio sulle navi Sea Watch e Sea Eye che ripiomba l’Italia in un problema che non la riguarda (migranti “salvati” da navi tedesche e olandesi in acque libiche e trasportati in acque maltesi) e apre un altro canale, sia pure minimo, di accesso al nostro paese. Sembra che questo fronte che include anche il Papa non voglia accettare che il tema dell’immigrazione per bisogno è chiuso, in Europa, per almeno un decennio. Tuttavia il M5S sta deliberatamente cercando la crisi di governo attaccando la stessa constituency di Salvini e creando le condizioni, con le espulsioni, per abbassare sotto al fatidico numero di 161 il numero dei senatori a favore del governo che, per definizione, non avrebbe più la maggioranza. I prossimi mesi vedranno un aumento delle tensioni fra i due soci con il che possiamo scordarci provvedimenti seri come quello sulla legittima difesa. Le condizioni economiche, che nel primo semestre dimostreranno sicuramente un peggioramento della dinamica del PIL, consigliano anche di non impegnarsi troppo su reddito di cittadinanza e quota 100 che potrebbero essere vittima dei veti incrociati. Questi provvedimenti sono molto limitati come impatto elettorale e attenuarli non sarebbe una tragedia per la Lega, molto di più per i pentastellati che non hanno molto altro da dire ma proveranno a tornare ai temi d’antan (taglio stipendi parlamentari, ecologia).

Conte ha assunto un ruolo più pregnante nel governo come largamente previsto in occasione dei commenti sulla trattativa con l’UE sulla finanziaria. Le ultime 48 ore sono state sconcertanti: la sua dichiarazione che c’è un limite al rigore sui migranti (quale: 15? 15.000? 150.000?), quella successiva sulla volontà di portare in Italia dei migranti irregolari con l’aereo di stato, tanto più grave in quanto non esiste esempio di capo di governo che, direttamente ed in prima persona, violi le leggi dello stato oltretutto con mezzi pubblici ed a spese dei cittadini con il suo Air One, quindi l’accordo preso con UE e paesi europei per la redislocazione non solo dei 49 migranti ma anche di altri 230 salvati da Malta, in autonomia, nei giorni passati, senza che per una volta l’Italia fosse stata chiamata in causa. In tutti i casi si tratta di una plateale e ostentata rottura del patto politico e di lealtà con la Lega la quale, dal suo punto di vista, ha invece molto subito supportando le scelte pentastellate in materia di economia e grandi opere.

Rispondendo all’appello del Papa, incontrato poche settimane fa, il messaggio inviato dal premier è chiarissimo: sono uno di voi. Conte è parte dell’élite ed è stato cooptato dalle élite europee, svincolandosi dalla tutela dei suoi vice e soprattutto di Salvini che rimane il bersaglio della politica corretta europea: del resto non puoi nasconderti dietro di lui nella trattativa con l’UE e poi pretendere che non si ritagli un ruolo tutto suo.  Peccato che queste uscite siano controproducenti visto che hanno ottenuto il risultato di strappare Salvini dalla cupio dissolvi alimentare in cui era sprofondato per ripiombarlo nella propaganda anti immigrazionista che, francamente, è la cosa che gli riesce meglio, mentre non è detto che questo spirito di appeasement sia alla fine apprezzato anche dalla base del M5S che nel contempo corteggia nientepopodimeno che i ribelli francesi di giallo vestiti.

Nell’insieme il consenso al governo rimane saldo ma l’entusiasmo sembra essersi un po’ spento. Questo vale soprattutto per la Lega di Salvini che deve fronteggiare numerose contraddizioni interne.

La prima è quella fra Lega Nord e Lega Nazionale che nei prossimi mesi, con il tema della maggiore autonomia richiesta da Veneto, Lombardia ed Emilia, sarà deflagrante. Trattenere maggiori imposte sul territorio significa impoverire le regioni del sud che invece non sono in grado, con le loro risorse, di finanziarie servizi adeguati al mondo sviluppato. Appoggiare le regioni del nord mette in discussione la vocazione nazionale di Salvini e, se è vero che il nord è leghista, è il centro sud che gli dà quel quid in più per avere un ruolo nazionale. Questa contraddizione è talmente forte che potrebbe portare ad una spaccatura della Lega e ad una scissione.

La seconda è quella dell’alternativa fra centrodestra e populismo. La dirimente è l’atteggiamento verso UE ed Euro e se Salvini non ha in prospettiva di attaccare questi temi (del resto il suo è un elettorato relativamente benestante che non vuole perdere l’aggancio all’Europa) ma di limitarsi solo all’immigrazione, allora l’ancoraggio a destra sarebbe più opportuno in quanto porterebbe sulla barca anche la Meloni e buona parte di FI lasciando i grillini alle loro ubbie e divisioni che del resto, come anticipato, sono la principale minaccia al governo.

Salvini confonde poi molto i suoi diversi ruoli, in particolare di capo politico e di ministro. In passato l’ambiguità gli ha giovato perché nei primi mesi di governo ha coperto molti ambiti non suoi (Libia, Egitto, Israele, rapporti con le associazioni imprenditoriali, ecc.) ma adesso dovrebbe prendere consapevolezza della distinzione: se i migranti arrivano con l’aereo presidenziale o con accordi di vertice europei non può reagire con le prerogative del ministro che intende chiudere i porti (quali?) ma con quelle del leader e, specularmente, se un sindaco si ammutina il ruolo preminente è quello di ministro che scioglie il consiglio comunale e non quello di capopopolo che invita gli elettori a punire i sindaci nelle urne.

Analogamente, deve trovare un equilibrio fra immagine di uomo comune e ruolo di leader politico: a parte che non sempre mangia Nutella®, ragù in scatola e arancini visto che ha partecipato ad eventi in smoking e ha fatto capodanno a Bormio, ma in definitiva lo si vota non perché ci assomiglia (anche perché personalmente non mangio quasi nulla di quello che mangia lui) ma per consentirgli di fare le cose che noi non possiamo fare. Capisco che in mancanza di migranti e con una soluzione della legge finanziaria molto pasticciata era meglio parlare di pasticcini alla crema ma il troppo stroppia e questa immagine di “uno di voi” infastidisce come e quanto quella di “io so’ io e voi …” che caratterizzava Renzi.

Il leader populista moderno ha un legame con il popolo che sopravanza la politica politicante e passa dal rispetto delle promesse elettorali, ribadito anche quando (vedi Trump con The Wall) probabilmente non possono più essere realizzate, con l’ulteriore notazione che “tout se tient” e quindi il cedimento su un punto pregiudica anche gli altri perché ringalluzzisce gli avversari ed invece, in un clima psicologico costantemente surriscaldato da una comunicazione in real time sui social, ne incrina l’immagine di vincente e demotiva e scompagina le proprie fila. Per questo avere rilanciato per due mesi e ceduto infine sulla manovra è, a mio avviso, un errore esiziale, più per il metodo (concertazione con i vertici UE) che per il risultato visto che dimostra che, a un certo punto, la “politics” prevale sulla “policy” e quindi il rapporto fra pari fa premio sulla lealtà verso gli elettori. L’altra ambiguità da risolvere è quindi quella fra populismo e normalizzazione che sta mettendo a dura prova, del resto, anche il M5S.

Salvini sta cannibalizzando anche il suo partito: non esiste uno che gli faccia da spalla e complemento, che moduli ed articoli i messaggi, gli argomenti, i toni. Anche in questo caso ricalca il vecchio Renzi che pretendeva di coprire da solo, senza il partito, tutto l’arco politico che andava da SEL a FI. Non si capisce se è una scelta deliberata o una necessità: per esempio, la Bongiorno che da ministro della funzione pubblica è intervenuta a suo tempo sulla prescrizione, non poteva dire due parole sulle accuse di incostituzionalità della legge sulla sicurezza? Ammesso che la Consulta è ostile a Salvini, non poteva una giurista trovare qualche argomento che mediaticamente facesse da contraltare ai sindaci piddini scatenati? È una strategia o, come penso, una reale carenza di personale politico qualificato della Lega? E, nel secondo caso, non sarebbe il caso di correre ai ripari prima di fare come i grillini che hanno sprecato 5 anni per vellicare “portavoce” inadeguati? Un “One man party” non è un leader che deve poter pensare a sviluppare la propria struttura.

D’altro canto occorre operare anche una cesura netta fra campagna elettorale ed amministrazione. Molti problemi non possono essere risolti solo con energia personale e forzature politiche, con un continuo rimando al frequente susseguirsi di eventi elettorali, occorre invece un cambiamento normativo per il quale occorre certamente tempo ma anche capacità di analisi, progettazione e gestione e quindi un approccio diverso all’organizzazione e strategia del partito.

Ma la contraddizione più evidente è quella fra presenza parlamentare reale e sondaggi: il 32-25 che sembra caratterizzare il rapporto Lega/M5S è ampiamente invertito in Parlamento e gli effetti si vedono perché, specie su giustizia ed economia, ma da oggi anche sull’immigrazione e da domani sulla sicurezza, la Lega si dimostra essere junior partner mentre il M5S sta espandendo il suo ambito fino ad attaccare le stesse competenze degli Interni. È questo il problema più evidente che dovrà presto trovare una soluzione elettorale. Dato che Mattarella non farà mai, di sua sponte, una cosa che avvantaggia Salvini, è giocoforza attendere maggio e sperare che le elezioni europee sanciscano il cambio di valori elettorali. Tuttavia passare indenni questi quasi cinque mesi non sarà per niente facile. Può darsi che un passaggio all’opposizione ben motivato potrebbe rinviare, anche se non sciogliere, questi nodi.

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