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Immigrazione

Mal Mediterraneo

download Nel fine settimana passato abbiamo visto scene dalla Libia che ci eravamo in parte scordati. Sono ripartiti alcuni grossi gommoni carichi di migranti e ci sono stati due naufragi, uno verso l’Italia e l’altro verso la Spagna. Dei due naufragi, quello “spagnolo” è passato velocemente nel dimenticatoio anche perché la stampa locale non ne ha parlato molto. In Italia abbiamo avuto invece i classici interventi di Mattarella e Francesco, peraltro molto più sobri del solito: in particolare, il Papa ha citato entrambi gli eventi durante l’Angelus, abbinandoli e posponendoli al dolore per un attentato in Colombia, limitandosi a esprimere un mesto dispiacere per persone in cerca di un futuro e “forse” vittima di trafficanti e ha finito, in modo per lui inusuale, pregando l’Ave Maria. Di fatto, noccioline rispetto a quello a cui ci aveva abituato in passato sin dal viaggio a Lampedusa nel 2013.

Le polemiche si sono avute solo dagli intellò alla Gino Strada mentre l’opposizione politica ha taciuto e solo tardivamente si sono mossi Fico ed i suoi. Sul naufragio, qualche dubbio corre. Come in altri casi, non si hanno riscontri ufficiali ma solo testimonianze di uno dei tre salvati: appare strano che ci siano centinaia di morti in un tratto di mare relativamente piccolo, molto trafficato e sorvegliatissimo. Il numero di 117 morti stride con i rilievi della nostra aeronautica, che sul gommone ne aveva contati 20, e con le cronache che parlavano prima di 20 e poi di 50. Ed infine appare strano che persone in stato psico-fisico precario siano però in grado di dire, per prima cosa, con esattezza il numero dei passeggeri morti distinguendoli anche per sesso, età, condizioni fisiche (donne incinte). Sono format che si ripetono costantemente e che, con il massimo rispetto per i defunti, andrebbero meglio investigati. Altro punto ormai chiaro è che i barconi partono solo se ci sono le navi ONG all’orizzonte, sono loro che creano il traffico.

Ciò detto si rilevano anche alcune novità. La prima è che il flusso logistico trafficanti-ONG, che in passato funzionava con meccanismi oliatissimi, pare essere saltato: a parte quello naufragato, altri 3 gommoni sono stati salvati dai libici mentre erano diretti in nessun posto. È possibile che i vecchi trafficanti, venuto meno il grosso dei flussi, abbiano chiuso il business e passato la mano a soggetti meno esperti e meno in grado di gestire i rapporti con le navi ONG al largo, così come pure è possibile che le ONG siano ormai troppo ridotte al lumicino (3 navi invece di 25) per poter operare efficacemente: quella che è ormai solo un’azione di testimonianza svolta per tenere il punto e logorare il governo italiano appare inefficace dal punto di vista meramente operativo. Occorre comunque anche tenere conto di altri aspetti. Il primo è che, fino alla scorsa estate, non esisteva una zona SAR libica, che oggi è stata invece istituita, e quindi è possibile che le ONG, che probabilmente in passato arrivavano tranquillamente dentro le fatidiche 22 miglia nautiche delle acque territoriali, debbano oggi veleggiare al largo rendendo i contatti più impervi. Il secondo è che, a dispetto della vulgata corrente, la marineria libica appare abbastanza organizzata ed efficiente e coordinata con i centri SAR italiano e maltese così da contrastare l’azione di raccolta delle ONG. Il terzo è che le ONG mancano oggi del retroterra rappresentato dallo schieramento militare italiano (in primis la mitica Diciotti) ed europeo (Sophia) che probabilmente rappresentava un elemento chiave della loro efficacia, insieme al coordinamento diretto con il centro SAR italiano che le guidava sugli obiettivi. Ed infine, è probabile che la loro operatività anche in passato fosse mediocre, tale da costituire un pericolo addirittura per i migranti salvati, ma fosse offsettata da media ed autorità compiacenti.

Nonostante la giornata tragica, non si sono rilevate dichiarazioni a livello di UE e anche l’opposizione si è mantenuta sottotraccia. L’opinione pubblica pare essere indifferente alle notizie di naufragi e rovesciamenti delle imbarcazioni: pesa la disillusione di fronte alle molteplici menzogne su origine e motivazioni dei migranti, su organizzazione e finalità delle ONG, sulle conseguenze, in termini di aumento degli arrivi, anche di pochi atti di umanità. Del resto il raffreddamento emotivo è un fenomeno frequente, basti pensare agli attentati islamici in Europa e, molti anni fa, alle stragi di palestinesi in MO che negli anni ’70-’80 scuotevano le coscienze dell’occidente e poi, gradualmente, sono passate nel dimenticatoio.

Questi movimenti sono conseguenza evidente del rabbonimento di 15 giorni fa. In questo week end, a livello di governo, mentre Salvini ha continuato a fare il cane da guardia dei porti, Conte ha abbandonato le posizioni aperturiste delle scorse settimane confermando che i migranti devono essere sì salvati, ma dai libici, e che le ONG devono essere limitate. Tali cambiamenti sono probabilmente dovuti ai sondaggi successivi alle aperture di 15 giorni fa che hanno dimostrato che una politica soft non riscontra il consenso degli italiani. La durezza di Salvini è necessaria, perché altrimenti tutte le volte ripartirebbe tutta la talamena su bambini e donne da accogliere, ma non è più sufficiente perché la strategia delle ONG è cambiata. Dopo la chiusura dei porti italiani le ONG hanno provato a mantenere il vecchio business model spostandosi sui porti spagnoli ma questo tentativo non è durato a lungo date le difficoltà logistiche dovute alle distanze, improponibili per queste bagnarole, ed alla negatività del governo ispanico dopo che anche lì sono apparsi movimenti sovranisti. Adesso le ONG attuano una strategia più articolata, limitando i numeri ma mantenendo aperti i canali, imponendo la loro sgradita presenza ed insinuandosi nelle contraddizioni europee che rendono tutte le volte uno strazio la gestione dei 40 disperati che si presentano davanti ai porti. È chiaro che a questo punto non è più possibile agire come capo della polizia ma occorre un approccio politico, diplomatico ed economico più ampio. Il rapporto con la Libia continua a reggere anche se la conferenza di Palermo non ha risolto molto.

La prossima frontiera è il rimpatrio in Libia dei migranti recuperati in mare, procedura iniziata con il salvataggio dell’ultimo gommone da parte di un mercantile privato. La contestazione che la Libia non è un paese sicuro non regge: la Libia ha un governo riconosciuto dall’ONU, un seggio all’ONU, rapporti diplomatici normali, rapporti economici e di investimento, l’Italia collabora nella formazione e fornitura di asset militari ed allora non si vede come mai non debba essere considerata un paese dove le navi in difficoltà possono attraccare. E soprattutto non si capisce come mai i migranti vi arrivino volontariamente e vi soggiornino anche a lungo salvo poi lamentare soprusi e violenze solo quando, salvati dopo 16 ore di mare grosso, vi vengono riportati indietro. Eventuali criticità possono essere risolte come tali in collaborazione con il nostro governo, l’UE e l’ONU in modo da rendere sicuro e confortevole il soggiorno dei migranti in attesa del loro rimpatrio, come del resto sta già avvenendo per decine di migliaia di nigeriani. Perché la conclusione è che i migranti, per mille motivi noti a chi ci legge, non possono più arrivare in Europa (o, meglio in Italia) e devono essere riavviati ai loro paesi. E la Libia non solo può ma deve collaborare per la soluzione del problema migratorio, sia per i flussi di arrivo che per quelli di ritorno.

Anche il Corriere comincia a mettere in discussione il principio dell’accoglienza dei migranti salvati ma rinvia le soluzioni a epocali piani di sviluppo di un continente che da millenni è arretrato e che, pur ricco di ogni ben di Dio, non è ancora in possesso della tecnologia nautica che 23 secoli fa permise a Roma di attaccare Cartagine. Queste soluzioni prescindono, per principio, dalla Libia ma questo non ha senso perché il problema migratorio è nato con lo sconvolgimento del Paese nel 2011 e non può trovare soluzione senza una sua normalizzazione anche nelle relazioni politiche e diplomatiche internazionali: continuare a pensare che “Libia es deferente” non è produttivo né per noi, né per loro.

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