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La deriva che vediamo

download Ernesto Galli Della Loggia (di seguito GDL) sta affrontando, in una serie di articoli sul Corriere che meritano attenzione, diversi aspetti del rapporto ormai conflittuale fra popoli ed élite. Il primo punto di merito è senza dubbio  il fatto che l’autore riconosca espressamente l’esistenza di questi due termini dialettici, impegnati al momento in un confronto con aspetti anche aspri come la rivolta dei JJ in Francia sta dimostrando plasticamente,  distaccandosi così dalla vulgata che vorrebbe questa contrapposizione essere artificiosa e mero frutto di deteriori tattiche politiche poste in essere da personaggi malvagi come Salvini, Orban, Le Pen, Bolsonero, Trump e via procedendo nel Pantheon del politicamente inammissibile come definito dalle sinistre politically correct.

Lo sforzo del Professore è iniziato con una acuta ancorchè impietosa disamina del rapporto élite/popolo così come si era strutturato in due partiti profondamente popolari come erano il PCI e la DC. È  poi proseguito con un lucido scritto in cui ha evidenziato come la triplice opzione delle élite per liberismo/individualismo/cosmopolitismo – che ha preso il posto della antica triplice religione/socialismo/nazionalismo – abbia nell’insieme determinato la rottura del patto sociale su cui si fondava la coesione del nostro Paese, certamente, ma probabilmente anche del grosso dell’Occidente così come eravamo abituati a concepirlo nel lunghissimo periodo post IIGM. Del resto, se in Italia governa una bizzarra coalizione populista e sovranista, è anche vero che Trump è stato eletto negli USA, che il Brexit è avvenuto nel miticamente stabile Regno Unito e che la Francia ha in corso, da una parte e dell’altra, una deriva sudamericana che solo gli occhiali strabici della nostra capacità critica stentano ad assimilare a quella venezuelana. Ed il Professore è stato onesto intellettualmente nel riconoscere che “In conclusione l’età della globalizzazione rappresenterà pure il nostro definitivo destino, come ci viene ripetuto da anni, ma sta di fatto che finora essa non ha visto migliorare significativamente le condizioni di vita delle popolazioni occidentali. Tanto meno ha assicurato l’esistenza di un mondo più cordialmente «vicino» e pacifico, una convergenza delle culture, una diffusione dei valori della libertà e dei suoi istituti: anzi“, circostanza che parrebbe chiarire definitivamente da che parte stanno i torti e da quale le ragioni di questa profonda cesura. Nel chiudere il pezzo, GDL ritorna all’ovile dicendo  che “a questo fallimento, beninteso, la protesta nazionalista-identitaria contro le élite non è in grado di offrirsi neppure lontanamente come un’alternativa credibile. È solo pura protesta e basta. Non è la medicina, bensì in qualche modo è essa stessa la malattia” tuttavia riconoscendo che “il terreno di coltura del virus non sta in questa protesta che nasce dal basso: sta in alto“.

GDL, come in altre occasioni Fubini, pare intuire le ragioni degli sfiduciati ma alla fine stenta a riconoscere agli stessi la capacità di proporre soluzioni a quello che, inopinatamente ma onestamente, chiama comunque “fallimento”. Questa sensazione si accentua con la lettura dell’ultimo articolo dedicato alla deriva italiana in cui la prospettiva viene radicalmente rovesciata, si accentua la critica ai nuovi governanti (a cui non viene assolutamente riconosciuto il ruolo di “nuove élite”) e soprattutto si ribalta la prospettiva vedendoli come “lo specchio di qualcosa di più vasto, di un’ irresponsabilità diciamo così sociale (e vorrei aggiungere etica) che ormai nel nostro Paese sta conoscendo una diffusione a macchia d’ olio“.

In attesa che il Soviet Supremo Parlamento Europeo con la sua legge sulla censura sul diritto d’autore renda tutto ciò illecito, vale la pena come di consueto lasciar parlare l’autore facendo un copia incolla dei passaggi più significativi del pezzo:

  1. Si può parlare a vanvera di qualsiasi argomento, tutti si sentono autorizzati a dire la propria su qualunque cosa senza pensarci due volte, non ci sono più esperti di nulla;
  2. È lo specchio di una società che sta diventando nel suo complesso incapace di pesare le idee e le persone, di misurare le differenze: tra i fatti e le fantasie, tra chi ragiona e chi straparla, tra chi sa e chi non sa, alla fine tra il bene e il male;
  3. È perché negli anni non ci siamo accorti che stavamo diventando un Paese disarticolato e invertebrato, un organismo privo di qualunque centro d’ ispirazione ideale come di qualunque istanza di controllo culturale;
  4. Per più aspetti il problema dell’Italia di questo inizio secolo è anche, nella sua essenza, un problema di assenza di autorità. Di un’autorità socialmente riconosciuta e policentrica, come si conviene ad una società democratica, ma comunque di un’autorità. E invece non siamo disposti a riconoscere l’autorità più di niente e di nessuno. Non esiste più alcuna autorità a cui il Paese dia la sua fiducia, né esiste più – in un perverso quanto ovvio circolo vizioso – alcuna sede disposta a pensarsi fino in fondo come depositaria di una qualche autorità;
  5. Da noi non hanno ormai più nessuna vera autorità la famiglia, la scuola, la cultura, la stampa, la politica, la Chiesa, la Banca d’ Italia, le istituzioni dello Stato a cominciare dalla magistratura (fanno ancora una parziale eccezione la Presidenza della Repubblica e l’Arma dei carabinieri, sempre che quest’ ultima sappia fare al suo interno la pulizia che recenti vicende indicano come necessaria);
  6. Dove per autorità intendo quella che s’impone di per sé stessa, per la propria intrinseca autorevolezza, serietà, coerenza, caratteristiche capaci in quanto tali di generare consenso e dettare idee e comportamenti. Senza la quale autorità si diventa per l’appunto ciò che noi oggi siamo: un Paese senza guida in cui ognuno può dire e credere ciò che vuole, spesso anche farlo, nella massima irresponsabilità e illudendosi di non pagare mai pegno. E invece il pegno si paga sempre: e infatti noi lo stiamo già pagando.

Nel complesso GDL pare esprimere un rimpianto per i bei tempi del passato in cui, al netto di tutta la retorica cattolica e comunista per il riconoscimento della dignità e dei diritti dei governati, era tuttavia ben chiara la distinzione fra gli uni e gli altri, fra le élite ed i bifolchi, fra chi stava in alto e chi stava in basso, fra chi comandava e chi obbediva. Il fatto che i sottoposti alzino la testa può essere forse dovuto al “fallimento” delle élite ma, a suo avviso, non è comunque un bene perché poi, alla fin fine, risposte positive questi non le sanno dare.

GDL ha pragmaticamente ragione nel ritenere che la distinzione fra élite (intese come classe dirigente, non solo politica ma etica, culturale, economica e sociale) e governati sia una necessità umana atteso che non esiste un esempio di società che si sia effettivamente autogovernata senza che una parte di essa ne abbia presto o tardi assunto la guida. In questo senso la democrazia rappresenta solo uno dei metodi esistenti per la scelta delle élite e, la storia lo dimostra, neanche il più antico, durevole o diffuso. I tempi attuali, con la crescita di paesi retti da democrazie “forti” o addirittura da regimi sic et simpliciter autoritari, sembrano mettere in discussione anche l’assioma secondo cui le democrazie sono regimi più efficienti. Lo scoppio della democrazia, specie in Europa nell’ultimo secolo, si è accompagnato in realtà alla crescita politica di un movimento di per sé antidemocratico come il socialismo marxista, traducendosi in una sorta di compromesso realizzato un po’ nel tentativo di limitarne l’espansione ed un po’ come conseguenza proprio di questa espansione. Non è forse un caso che il tasso di democrazia in Europa, via UE, si sia ridotto a partire proprio dai primi anni ’90 allorchè la spinta o minaccia comunista venne meno.

La superiorità morale usualmente attribuita alla democrazia riposa principalmente sull’assioma che questo metodo di selezione favorisca la vicinanza fra governanti e governati e, soprattutto, consenta l’ascesa ai vertici della piramide di soggetti che ne inizialmente ne stavano alla base. In entrambi i casi il presupposto è la sussistenza di un adeguato substrato intellettuale e culturale delle popolazioni che consenta loro di orientarsi fra le diverse opzioni e di proporne di nuove e, insieme, di permettere l’emersione di nuove leadership elitarie. Una volta che ciò si verifica, la cartina di tornasole della genuinità di queste ingenue opinioni è data dall’atteggiamento che si assume nel momento in cui si verifica una reale cesura fra classe dirigente corrente e popolo governato: esattamente la situazione che caratterizza il momento attuale ed in cui la reazione tende invece ad avvicinarsi a quella dei dirigenti della Germania Est che, dopo le rivolte degli anni ’60, avevano “perso fiducia nel loro popolo”.

Ci sarebbe quindi da interrogarsi, in primo luogo, sulla concezione di “democrazia” che ha ispirato, in questi quasi 80 anni, le nostre classi dirigenti. Ammesso che oggigiorno l’Occidente, ed in generale il nord del mondo, esprime le popolazioni nel complesso più istruite, formate ed informate della storia umana e che ciononostante non si ammette che queste possano in qualche modo divenire, sia pur confusamente, attori positivi ed autonomi del loro destino in conflitto con la classe dirigente attuale, che reale considerazione si aveva, negli anni dai ’20 ai ’40, delle masse poco più che analfabete, fatte di braccianti e manovali, che si chiamavano al suffragio universale? Pur in un mondo estremamente meno complesso di oggi, si riteneva davvero, a differenza di quanto si pensa oggi, che queste fossero in possesso dei prerequisiti culturali ed intellettuali per partecipare alla vita pubblica ed eventualmente dirigerla? Oppure si riteneva, più realisticamente, che fossero solo pedine di un gioco che le prescindeva, strumenti di una lotta di potere per la selezione del vertice della piramide da cui il “basso ceto” era comunque inevitabilmente escluso?

Se GDL ha ragione (anche il blogger spesso lo fa) nel criticare il livello molto basso delle “élite”  espresse ad oggi da movimenti populisti e sovranisti e la mancanza di una leadership in grado di proporre positività e non solo critica, è anche vero che è sbagliato fare di tutta un’erba un fascio perché, ad esempio, la cifra di Orban e Trump, sperimentati al governo dei loro paesi, appare essere superiore a quella di Le Pen, Farage e anche Salvini (su Di Maio stendo un velo) ed anche di molti leader “corretti” e d’altro canto la confusione attuale non esclude, in prospettiva, una maturazione per vie interne o tramite cooptazione di risorse esterne.

Altro aspetto da considerare è che le nuove élite devono acconciarsi a problemi, processi, modalità, sistemi relazionali da cui finora erano escluse e, quindi, un periodo di acclimatamento è giocoforza necessario. Dire, come il blogger ha detto più volte, che occorre una crescita culturale della Lega (lascio perdere il M5S che mi sembra una causa persa) o la cooptazione di risorse esterne, non significa tuttavia condividere il retropensiero di GDL secondo cui niente di buono può provenire da questi movimenti visti come una “malattia”, seppur innescata dal virus delle élite attuali: di fatto si continua a pensare che il buono delle idee sta solo da una parte e che solo la cattiva execution ha creato dei problemi. Sembra di sentire rievocare le critiche degli anni ’70 al regime sovietico visto, dopo 50 anni, come risultato di una errata applicazione di principi marxisti altrimenti validi e positivi. È invece la validità stessa di principi che prescindono da concetti di umanità, comunità, condivisione, partecipazione, identità che dovrebbe essere messa in discussione.

GDL individua la deriva italiana in un popolo di cui l’attuale governo è lo specchio: credulone, antiscientifico, irresponsabile, democraticista fino all’anarchia, che non crede più nelle autorità (“la famiglia, la scuola, la cultura, la stampa, la politica, la Chiesa, la Banca d’ Italia, le istituzioni dello Stato a cominciare dalla magistratura con una parziale eccezione per la Presidenza della Repubblica ed i Carabinieri”). Al netto del fatto che sembra di sentire la lamentazione senile della sora Lella del genere “Signora mia, non ci sono più i popoli di una volta”, GDL dimentica di evidenziare come la distruzione del principio di autorità sia stata conseguenza dell’affermazione delle élite sessantottine ancora oggi al potere, più o meno a lui coeve, e dimentica anche come questo popolo, così mediocremente rappresentato, si sia invece spesso dimostrato ricco di valori civili ed umani, sia direttamente che per il tramite della fedele e stoica osservanza di decisioni nefaste spesso passate sulla sua testa (immigrazione ed Euro, tanto per dire) e come sia lo stesso popolo che accorre in massa nei momenti di massimo bisogno e che ha inserito nel suo seno, senza significative reazioni di rigetto, 5 milioni di immigrati regolari. Com’è che poi, sul web, diventerebbe facile adepto di teorie cospirazioniste, irrazionali ed antiscientifiche, razziste e nazifasciste?

La realtà è forse un po’ più complessa e parte dalla considerazione del fatto che molto di quello che, negli anni passati, è entrato a far parte del “politicamente corretto” che la stampa di qualità, Corriere incluso, sostiene a piè sospinto, è di per sé irrazionale, privo di legame con la realtà, basato su teorie scientifiche, economiche e sociali velleitarie, del tutto indimostrate e comunque fondamentalmente ostili al normale abitante di questi paesi. Il tentativo di far passare per positiva una prassi economica che ha distrutto il 25% del potenziale di un Paese che era il 7° (ma qualche volta il 5°) del mondo ha forse qualche connessione con la perdita di fiducia nelle istituzioni e nella scienza economica? E la pretesa che popoli mai incontratisi prima si mescolino, addirittura non nei tempi della demografia ma in quelli della cronaca? E la pretesa che non esistano differenze naturali fra esseri umani ma che ognuno scelga il suo sesso? E la pretesa che la religione non esprima una vocazione al soprannaturale ma si trasformi in un servizio sociale? E l’incapacità di vigilare sulle banche? E l’interpretazione di una Costituzione in termini monodirezionalmente ideologici e talmente ampi da renderla non un articolato di legge ma una sorta di Vangelo laico, fonte non di norme giuridiche ma di principi ed esortazioni? E l’intervento costante, monodirezionale, oppressivo di una magistratura che, a tutti i livelli, ha ormai abbandonato il ruolo di cane da guardia del potere per farsi essa potere, che seleziona i procedimenti in base alla visibilità mediatica ed alla valenza ideologica, che interpreta così tanto le norme fino al punto di inventarle od abrogarle?

Nell’elencare le istituzioni denegate di credibilità, GDL ne mescola alcune che sono vittime di questa evoluzione perniciosa, come la famiglia delle cui basi si è fatto strame nell’ultimo mezzo secolo, ed altre che sono invece la causa di questa disaffezione: parlo di tutte le altre che lui stesso cita ed a cui aggiungerei la scienza, ormai apparentemente in vendita al miglior offerente; la Corte Costituzionale, con le sue sentenze ideologicamente orientate; l’eurotecnoburocrazia, che ha trasformato il sogno di un’unione di popoli solidali in un inferno le cui regole si snodano secondo i parametri forte-debole, vincitore-vinto, amico-nemico, creditore-debitore; il Parlamento, snodo in ogni paese dei poteri forti cosmopoliti ed i cui membri oscillano tra connivenza con il nemico e interesse personale, abitato da personaggi improbabili, spesso di livello inferiore ai loro elettori, ridotto a funzioni oramai neanche notarili rispetto a procedure esterne a cui è estraneo, obsoleto rispetto ad una tecnologia che in pochi lustri renderà plausibile forme ricorrenti di democrazia diretta; la comunicazione, trasformatasi in un enorme, monotono, tonitruante, ossessivo apparato di propaganda che richiama alla memoria quello sovietico o nazista.

Se si riconosce che esiste un conflitto fra “queste” élite ed i popoli, allora non stupisce che queste istituzioni, che delle élite sono la cristallizzazione, abbiano perso di credibilità, credibilità che hanno perso perché, abiurando spesso ai loro ruoli e funzioni, hanno sposato posizioni puramente ideologiche. E se non si accetta che le cause del conflitto sia quell’enorme congerie di tesi ideologiche e astratte che rientra nel “politically correct” è inutile pensare che questa cesura si ricomponga, perché quella che attraversa la nostra società è una crisi di consenso che necessita di una sintesi fra opzioni che ormai costituiscono linee di frattura più profonde di quelle provocate dalla IIGM.

I partiti populisti e sovranisti rispondono ad un’esigenza fondamentale che è quella di sopravvivere contrastando scelte fondamentalmente sbagliate e dai nefasti esiti epocali. Questo giustifica la mancanza di elaborazione teorica e di proposta perchè, alla fine, non è che si può chiedere ad uno che affoga di riflettere sul senso della vita mentre invece l’abbondanza di argomentazioni che provengono dall’altra parte copre la sostanza di un tradimento verso la propria gente. Nel medio termine questo non basterà, occorreranno idee, proposte e leadership, ma nulla vieta di pensare che questo sviluppo sia possibile. Resta il fatto che i bei tempi andati, quelli in cui nessun passeggero disturbava i manovratori che eventualmente si molestavano fra loro, non torneranno perché, come dopo la rivoluzione francese, quella russa, i conflitti mondiali, le popolazioni hanno fatto un passo in avanti in termini di maturazione politica e culturale ed anche perché il web ormai c’è ed amplifica e diffonde tesi eterodosse che, nei bei tempi dell’era analogica, restavano confinate nelle mura di casa o del bar. L’alternativa è che la democrazia rinneghi se stessa e che, per difendere i valori democratici, si imponga il bavaglio a chi non condivide la narrazione prevalente: sarebbe una scelta devastante ma quanto sta accadendo in Europa non la rende del tutto peregrina.

Discussione

Un pensiero su “La deriva che vediamo

  1. Secondo me qui si cerca di interpretare la realtà con categorie sbagliate.
    Partiamo dal concetto della “Elite”. Se pensiamo agli aristocratici della antichità, tutto il loro mondo ruotava attorno ad un concetto chiave: il possesso della terra e di conseguenza di tutto quello di inanimato e animato che c’era sopra. Se invece pensiamo le “Elite” di cui parla il signore sopra, queste sono Elite Apolidi Mondialiste, il cui mondo ruota attorno al concetto chiave del “cittadino del mondo” che non ha alcun interesse al possesso della terra ma mira ad esercitare il potere sul movimento di idee, cose e persone. Non a caso intervistano un generale e questo afferma che lo scopo delle Forze Armate non è difendere la Nazione ma garantire la “libertà di movimento”. Che non è proprio esatto, la dizione completa sarebbe “garantire il controllo sulla libertà di movimento”.

    Le Elite Apolidi per definizione sono “scollegate” dai Popoli, infatti li vogliono ELIMINARE per sostituirli con famoso “meticciato” che secondo il signor Scalfari è il progetto che la Sinistra europea deve realizzare in un paio di generazioni. Non basta, le Elite Apolidi mirano all’abbattimento degli Stati nazionali e di conseguenza ci martellano con una propaganda che sostiene la INEVITABILITA’ di questo evento e anche la sua giustificazione MORALE perché lo Stato nazionale, dipendendo dal concetto di CONFINE e di possesso sulla terra di cui dicevo sopra, è contrario ai “diritti umani”, in quanto discrimina tra un essere umano “cittadino” e un essere umano “straniero”.

    Infine, le Elite Apolidi sono ovviamente incompatibili con la “democrazia” che è necessariamente collegata, come il concetto di Nazione e di Stato, ad un perimetro, alla distinzione tra chi ha diritto di voto e quindi la rappresentanza, da chi non ha questo diritto. Per partecipare alla democrazia devi essere cittadino, come nella antica Atene, godi degli onori e sei soggetto ai doveri. Viceversa, se esiste “una sola umanità”, il “governo” deve essere necessariamente “astratto”, o “tecnico”, un po’ come la gestione di un allevamento di maiali o una serra di zucchine. Infatti, cosa ci è stato detto dopo le ultime elezioni e cosa ci viene detto a proposito del concetto di “sovranità” e quindi di “popolo”? Che dobbiamo scordarci di essere “padroni a casa nostra”, di avere la sovranità e quindi votare chi preferiamo. Sono i “mercati” che decidono, oppure fantomatiche “commissioni” della UE o dell’ONU. L’ideale sarebbe smettere di votare, sciogliere sine die il Parlamento e farci governare da “tecnici” incaricati da questi “mercati” o “commissioni”. Ci manca tanto cosi.

    Perché la “sinistra” si è fatta mero esecutore delle Elite Apolidi? Per sopravvivere. Venuto meno il padrone sovietico aveva bisogno di un altro padrone e oplà, c’era li pronto il progetto del Nuovo Ordine Mondiale a cui servivano giusto dei tirapiedi. Poi ci sono le questioni psichiatriche di un certo tipo di umanità sofferente, che chiede tutela, che si ribella ai genitori, che odia se stessa e trasferisce l’odio sul prossimo.

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    Pubblicato da LorenzoC | 8 febbraio 2019, 20:28

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