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Politica Europa

Monsieur l’Ambassadeur

La crisettina diplomatica fra Italia e Francia esprime un disagio, da ambo le parti, che troverà maggiore espressione nei prossimi mesi.

La rivolta dei Jilet Jaune, movimento poco chiaro, molto infiltrato e quindi poco appoggiato dalle opposizioni di destra e sinistra francesi, rappresenta comunque, con la sua pervicace sopravvivenza, una spina nel fianco di Macron che non sembra in grado di venirne a capo. Se si tiene conto che il numero di coloro disposti a rischiare di morire (12 morti dall’inizio delle manifestazioni), di rimanere feriti (oltre 200) o di essere arrestati è molto inferiore a quello di chi appoggia passivamente le proteste, si può ben pensare che decine (o centinaia) di migliaia di manifestanti che si ritrovano in piazza da tre mesi rappresentino la punta di un iceberg che ha probabilmente ha già affondato la carriera di Jupiter rendendo improbabile una sua ricandidatura. Appare quindi logico, da parte sua, gridare alle interferenze straniere per l’incontro di qualcuno di loro con Di Maio e Di Battista per delegittimare il movimento anche se così si appaia curiosamente a Maduro, di cui ripete il mainframe, e degrada lui stesso il rango del suo paese, da potenza nucleare a staterello apparentemene insidiato dalle trame di un paesello tradizionalmente imbelle e disprezzato come il nostro. Non so se nel lungo periodo questa mossa aumenterà il suo prestigio a livello nazionale e negli ambienti che contano. Dall’altro lato mi piacerebbe sentire Salvini cosa direbbe se il vice premier francese (non so se esiste ed eventualmente chi sia) venisse in Italia per fraternizzare con quelli del Leoncavallo e d’altro canto appare curioso che il M5S sostenga forme di protesta violenta ed eversiva che, in Italia, si vanta di avere evitato per il solo fatto di essere nato e di esistere e quindi di avere incanalato in forma democratica rabbia e protesta.

Lo scontro fra Salvini, Di Maio e Macron dimostra come ormai l’Europa sia diventata un contesto politico omogeneo in cui lo scontro non avviene più solo fra stati e governi ma anche fra partiti e leader, lasciando fuori per ora solo la possibilità per l’elettorato attivo di votare in forma transnazionale. La differenze fra politica estera ed interna si sfumano mentre si svilisce il significato di atti diplomatici che nel 1940 preludevano ad una guerra mentre oggi rappresentano meri atti di politica politicante ad uso interno. Per questo le preoccupazioni espresse dalla stampa politicamente corretta appaiono eccessive se non ridicole: non ci sarà una guerra mentre il carattere capitalistico dei rispettivi sistemi garantirà il permanere degli scambi economici, visto che nessun imprenditore degno di questo nome rifiuterà il lucro che ne deriva per supposti motivi patriottici. Sarebbe opportuno invece un corso di aggiornamento per giornalisti che li instradasse verso la comprensione di questi nuovi schemi politici per evitare di ripetere pavlovianamente refrain arcaici ed obsoleti o, perlomeno, per provare ad imbrogliarci in modo più credibile. E si sta andando probabilmente verso la fine della diplomazia, professione di altri tempi, che in epoca di internet sarà a breve vittima del tracimare della lotta politica oltre i confini nazionali e della disintermediazione che rende patetica la pretesa di operare in forme e modi di origine medievale.

L’ultima settimana si è rivelata una debacle per Mattarella ed i suoi ministri od aspiranti tali. Prima la ministra Trenta, che si è smarcata dal contesto presidenziale per annunciare il ritorno delle truppe dall’Afghanistan, poi l’impasse sul Venezuela che, al netto delle contraddizioni fra le forze di maggioranza, si è tradotto nell’ennesima presa di distanza dalla UE, infine questa crisi diplomatica che, per quanto eccessivamente pompata, li ha colti praticamente di sorpresa. Chi viene travolto dalle vicende è il Ministro Moavero che si rivela per quello che è, un ridicolo funzionario col riportino che ha fallito il salto da sottoposto a capo della diplomazia, ma anche Conte e Mattarella non rimangono indenni. Il premier è stato di fatto ridicolizzato con quel fuori onda con cui forse voleva accreditarsi fra gli euro-ortodossi e filo-tedeschi e che invece ne ha svelato la pochezza e puerilità politica, ben evidenziata dalle risposte di Mutti, con il che il suo tentativo di smarcarsi dai vice premier e di vivere di luce propria è stato rintuzzato. Il Presidente si è dimostrato totalmente isolato ed incapace di influire con la notoria moral suasion al punto che, in un discorso pubblico successivamente censurato dalle TV una volta che i commissari politici ivi residenti hanno capito la portata devastante delle dichiarazioni dell’Omino Mannaro, si è trovato costretto a richiedere apertamente al governo un pronunciamento immediato, ovviamente allineato alla UE, sul sostegno ad un politico venezuelano che, al di là delle posizioni che esprime e che sono apprezzabili, è oggettivamente un golpista: un bel salto mortale carpiato per chi si presenta come virgineo custode della legittimità costituzionale.

Queste convulsioni confermano la goffaggine e le contraddizioni del governo ma al contempo sono la spia di un disagio che l’Italia comincia ormai ad avvertire rispetto alla sua collocazione strategica. Il trattato di Aquisgrana ha oggettivamente cambiato il senso della UE creando un nucleo centrale che aggrega 150 milioni di abitanti (un terzo del totale UE), 6.750 miliardi di PIL (metà del totale UE), un apparato industriale che unisce il primo e terzo della UE, la force de frappe francese, il seggio all’ONU, le colonie francesi, la catena del valore tedesca e tutto il resto che è tanta roba. Il trattato è stato stipulato, non a caso, da due politici che entro 3 anni non ci saranno più e che non hanno più niente da perdere ma questo non significa che nasca depotenziato: i trattati sopravvivono ai loro estensori, prova ne è il fatto che il precedente trattato del 1963 ha ben funzionato definendo i termini dell’Europa franco-tedesca e ridefinendo invece gli assetti nati dopo il 1945. Con questo accordo si spazza via dallo scenario la patetica finzione dell’UE guidata da un triumvirato di cui l’Italia faceva parte a livello solo diplomatico e mediatico (ricordate le riunioni a Ventotene o sulla Garibaldi?) e spedisce direttamente il Belpaese nel girone dei sottomessi. Si può ben pensare che nel medio periodo la Francia, come i nobili decaduti, pagherà con i gioielli di famiglia (atomica e seggio ONU)  il diritto di impiccarsi facendo debiti a gogo che, siccome “la Francia è la Francia”, non spostano di niente il famoso spread ma, in ogni caso, per l’Italia rimanere legati a questo carro vuol dire entrare in una crisi secolare e mettere in dubbio unità ed indipendenza. Il Brexit d’altro canto definirà presto uno scenario multipolare in cui l’Italia potrà ritrovare un ruolo muovendosi secondo le sue caratteristiche che sono quelle di un paese di medie dimensioni, pacifico, culturalmente aperto, politicamente flessibile, commercialmente dotato e portatore di risorse culturali enormi e di capacità tecnologiche ancora apprezzabili, che tuttavia non rientrerà mai nei parametri culturali, prima ancora che economici, posti a base di UE ed Euro. I prossimi mesi riapriranno i termini di un conflitto con l’UE e con il blocco franco-tedesco che a dicembre è stato solo rimandato e che il governo affronterà, si spera, con maggiore cognizione della posta in gioco mentre la decisa virata verso il mondo anglosassone appare ormai questione di sopravvivenza.

Nello specifico i fronti aperti fra Italia e Francia sono ormai troppi: lasciando da parte cose del passato remoto (Ustica e BR) e prossimo (acque territoriali e Fincantieri), volendo anche prescindere dalle offese, le ferite aperte sono la TAV, la politica UE (in cui la Francia è figlia e noi figliastri) e la Libia. Basterebbe solo questo per abbandonare la retorica dei paesi fratelli, cugini o amici e riconoscere che, pur in un’ottica di reciproco rispetto, i problemi sul tavolo sono seri, vanno affrontati seriamente e che la soluzione alla crisettina non può più essere quella voluta dai legionari italiani (PD, Letta, Gentiloni, Fubini e Corriere, Repubblica) – che è, come a dicembre scorso e sempre, quella di chinare la testa e le brache in cambio di una patacca da appuntarsi al risvolto della giacca – ma quella di un confronto serio che non può prescindere da strumenti diplomatici, politici e financo militari, senza scandalizzarsi per un evento (il richiamo dell’ambasciatore) che, nell’era del web a cui “queste” élite non sembrano volersi adattare mantenendo schemi mentali del genere “che brutti tempi, signora mia”, è sostanzialmente incomprensibile e privo di significato se non in chiave interna: non sarà Monsieur Christian Masset a toglierci il sonno.

Queste vicende fanno emergere ogni tanto il barlume dell’esistenza di un “partito italiano” che poi purtroppo scompare rapidamente dallo scenario: sperare che questa volta non accada vuol dire riporre speranze probabilmente eccessive sull’attuale livello di cultura politica dei nostri leader.

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