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Economia e società

Sono solo canzonette

891ac8edf5b54e0b68df65dbdab10e06-k2sH-U3100343908328KPB-1224x916@Corriere-Web-Nazionale-593x443 Alessandro Mahmood, uno sconosciuto cantante italiano di ascendenze egiziane per parte di padre, vince il 68° Festival della Canzone italiana di Sanremo e parte il delirio politically correct della stampa di qualità. Di seguito qualche esempio:

Aldo Cazzullo, “Mahmood e l’inevitabile integrazione che arricchisce l’Italia”, Corriere della Sera: L’arabo con un nome arabo che vince il primo Sanremo sovranista con un verso in arabo rappresenterebbe oggettivamente una notizia Siamo noi un po’ provinciali a stupircene. Perché gli italiani di origine straniera (nel caso di Mahmood a metà: la mamma è sarda) sono e saranno sempre di più. Un Paese con il tasso demografico tra i più bassi al mondo, separato da due ore di gommone da un continente dove una donna fa in media sette figli (come in Niger), è destinato inevitabilmente a mescolarsi. E’ un processo che va governato, e sottratto al controllo dei mercanti di vite umane. Ma è un processo inevitabile, che può creare problemi di integrazione, ma può anche arricchirci.

Padre Enzo Fortunato, Huffinghton Post: “Sanremo, ha vinto l’integrazione”. Vorrei sottolineare gli aspetti più spirituali di questo Festival della canzone italiana, sulla linea tracciata dal Cardinal Ravasi. Mahmood, ha vinto questa edizione di San Remo, con una canzone che si intitola Soldi. E’ questa una bella notizia per il nostro Paese. Il brano offre più di qualche elemento di francescanesimo, perché ci ricorda il padre di Francesco, Pietro Bernardone, che pensava solo al guadagno. Un tema caro al giovane rapper milanese che ha già capito che nella vita c’è altro: la ricerca di senso e di significato, l’affetto, l’amore. Ha vinto l’integrazione. Con buona pace di qualcuno, questa vittoria ci mostra il futuro del nostro Paese, dove si intrecciano razze, culture, fedi e religioni. Dove la pretesa di un popolo puro è solo dei pazzi. “Se commetterete un’ingiustizia, Dio vi lascerà senza musica”, stando a questa affermazione di Cassiodoro, letterato del regno Romano-Barbarico vissuto a cavallo tra il 400 e il 550 d.C., sembra proprio che non siamo ancora in pericolo.

La RAI sovranista (ma poi Foa, alla fin fine, decide qualcosa o no?) impacchetta un bello scherzetto ai sovranisti sfuggendo ai comizi di presentatori ed ospiti e piegando il concorso stesso alle esigenze pro-imm. Alessandro conferma i punti saldi della retorica immigrazionista: inevitabile, doverosa ma soprattutto positiva: come avrebbe fatto il Paese del bel canto, quello che tanto ha dato da creare la terminologia ancora oggi impiegata nell’opera (dove il pidgin usato si basa sull’italiano e non sull’inglese), il Paese di Nilla Pizzi, Domenico Modugno, Pavarotti, Tenco, Lucio Dalla, Mina, Fabrizio De Andrè, come avrebbe fatto senza il rap di Alessandro? Il Paese dei Papi e dei Santi come avrebbe vissuto senza la spiritualità di un mussulmano?

Poi per caso si scopre che il Festival è stato deciso dalla tecnocrazia visto che, fosse stato per i votanti da casa, avrebbe vinto “Ultimo” con largo margine ed Alessandro sarebbe arrivato solo terzo mentre è stato il voto della giuria d’onore quello che ha fatto volgere l’esito a favore dell’italo-egiziano: meglio ancora, un fulgido esempio di un’élite che interviene appropriatamente per correggere gli errori dei deplorables vomitevoli che non capiscono niente del senso della vita e della musica, magari usiamo questo meccanismo per i prossimi referendum.

Un’apoteosi, una goleada, il segno di un destino che ha tirato fuori da un cappello ignoto un ulteriore evento ed un altro personaggio che ne definiscono il percorso obbligato e progressivo, uno di quelle tante figurine del presepio politically correct dove si ritrovano tutti quelli giusti che lottano contro razzismo, fascismo, nazismo, xenofobia, islamofobia, omofobia, sessismo, sfruttamento dell’ambiente e da dove sono invece esclusi tutti quelli normali, medi, mediani, dubbiosi perchè intrisi di buon senso e senso comune, insomma gli Average Joe. In questo presepe si trova adesso in compagnia di una schiacciatrice nera e lesbica, di una schermidrice amputata, di una Miss zoppa, perché lo scopo di queste rappresentazioni costringe a coartare persone, eventi e fenomeni, a distorcere logica, senso, obiettivi e processi di qualsiasi cosa per piegarli all’obbligo immanente di lottare per un mondo altro da quello normale: i campionati del mondo usati come palcoscenico dell’orgoglio afro-lesbo, il concorso per la più bella che esalta la disabilità,  il principale evento RAI dell’anno, cui assistono principalmente persone dai 55 in su, trasformato in una sessione rap in dispregio dei principi del marketing ma in ossequio di quelli del politicamente corretto: prepariamoci adesso al prossimo evento telefonato, una Miss Italia(R) dai tratti esotici.

Certo non tutto può andare come si vuole: Mahmood forse eccede dichiarando di essere “un ragazzo Italiano”, non comprendendo che in questo momento il suo ruolo avrebbe richiesto di rinnegare la naturalizzazione ed enfatizzare le sue origini, addirittura disconoscere il concetto stesso di nazionalità in un mondo no boarder, urlare la rabbia per aver dovuto cercare il successo per ottenere l’integrazione o almeno mettersi una coccarda francese ed intonare “Allons Enfants”. E poi si scopre anche che lui è un immigrato alla Salvini maniera, di quelli che sono entrati con documenti in regola e nome proprio, che non sono nati il 1° gennaio di 17 anni prima, che insomma hanno chiesto “per piacere” e detto “grazie”. È uno di quelli che è venuto in Italia perché la preferiva alla sua Patria e che magari vorrebbe che rimanesse così, senza islamizzarsi e senza meticciarsi troppo, perché proprio così gli piaceva e gli piace, con quel modo un po’ così che hanno gli italiani, dal tempo dei romani, di educare gli altri e di assimilare tutti senza farlo tanto parere. Un esempio, insomma, ma del migrazionismo che piace a Salvini (ed al blogger), non di quello che piace a Francesco ed al PD.

La canzone fa schifo ed il personaggio non mi piace: un ragazzotto coatto senza neanche lo spirito della romanità, rozzo, pieno di piercing e tatuaggi, non ha niente da dire ad un sofisticato blogger fiorentino di mezza età. Non mi ci riconosco così come non mi riconosco, per dire, in Marco Carta, Marco Mengoni o Il Volo. Non penso che ci darà molto di più, in termini di PIL e di significati, di quanto abbiano fatto questi cantanti, vincitori di Festival, tutti italiani da generazioni. Penso che ci darà molto meno dei padri immigrati dei miei alunni albanesi e marocchini che gestiscono imprese edili e meccaniche, che lavorano da 20 anni da noi, che fanno PIL e pagano stipendi e pensioni, che mandano i figli a scuola e vengono ai colloqui. Spero che fugga dalla tentazione di diventare un testimonial della nuova società, come la discobola nigeriana, e che viva bene la sua esistenza. Buona vita, amico: non sei nessuno ma è stato bello sapere che esisti, altrettanto dimenticarti.

 

 

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