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Politica Italia

Times are changing

imagesIl Festival di Sanremo, nella sua modestia di significato, rappresenta la plastica dell’autismo referenziale in cui sono cadute le (vecchie?) è lite di questo Paese. La manifestazione sanremese è stata oggetto di evidenti magheggi al fine di far vincere un “nuovo italiano” conforme al politically correct: immigrato di seconda generazione, forse gay, povero, residente nella periferia estrema di Milano, Alessandro Mahmood pare essere l’ennesimo simbolo di quello che, in una certa visione, dovrebbe essere non solo la nuova Italia ma, forse, addirittura il nuovo Occidente. Per ottenere questo risultato si è agito (da mesi?) sulle procedure di selezione, sulla canzone, sul testo, sul regolamento (che dà un peso esagerato alla Giuria d’Onore), sulla scelta dei membri di questa (manco un sovranista, ma forse è un caso): tutto questo sforzo per ottenere cosa? La vittoria di un mediocre cantante che è stato subito sgamato e fischiato dal pubblico presente e che ha talmente capito il gioco da affermare, per prima cosa, di essere un italiano per evitare che la connotazione che gli si vuole dare ne comprometta la carriera? Un nuovo santino da proporre H24 per diffondere il verbo in quelle dure cervici dove ormai non entra più nemmeno la parola papale? E davvero si crede che questo modo di procedere sia efficace e che non generi invece il peggior sentimento, che non è l’odio ma la noia che determina un automatico rigetto e rifiuto del tormentone senza neanche lo sforzo di riflessione e senso critico che l’odiare comporta? Davvero si pensa che la comunicazione debba continuare ad essere a senso unico (top-down) e che si possa evitare di cominciare almeno a prendere in considerazione le istanze, magari non impacchettate in sontuosi discorsi ed elzeviri, che il bottom sta cercando di mandare in su ormai da tre anni?

Su un altro livello, in un diverso ambito, la storia si ripete con la conferma del Direttorio della Banca d’Italia. La procedura è lunga e capziosa visto che (fonte Fubini, Corriere, stampa di qualità) “la legge prevede che le nomine nel direttorio, salvo quella del governatore, siano indicate dal Consiglio superiore della stessa Banca d’Italia e confermate con un decreto del presidente della Repubblica — «promosso» dal premier Giuseppe Conte e da Tria — una volta «sentito il Consiglio dei ministri“: ci può essere una procedura che, più di questa, descriva il senso di autoreferenzialità entro cui le mitiche élite si sono rifugiate, ovviamente nel corso di secoli e decenni? È normale, latu sensu, che la nomina di organi apicali della Banca Centrale veda il Governo ridotto al ruolo di un passacarte? È normale la critica secondo cui voler effettivamente esercitare il ruolo, pur modesto, che la procedura riserva al governo venga etichettata, da Scalfari e giù giù da tutta la comunicazione, come voler “comprarsi l’arbitro” o “violare la separazione dei poteri”? Da quando la Banca d’Italia appare nella Costituzione come “potere”? Davvero il governo, espressione del parlamento e quindi degli elettori, non ha alcun ruolo nell’organizzazione di un ente che, aldilà del ruolo politico-istituzionale, ha commesso tali e tanti errori nella sorveglianza non dico di Unicredit o Banca Intesa, che forse sarebbe anche ammissibile visto quello che succede con Deutsche Bank, ma addirittura di qualche banchetta marginale da far valere nei suoi confronti la classica opzione fra “complice o imbecille?” E cosa succedeva, prima che “questo governo” arrivasse, in questo e nella altre centinaia di casi come questo dove si devono assegnare poltrone e stipendi? Semplicemente avveniva che il governo, espressione appunto perlomeno della maggioranza dei cittadini, dietro una cortina di parole vuote che accreditavano principi inesistenti, accettasse un ruolo marginale in un quadro di divisione dei poteri che spostava decisionalità, e quindi sovranità, verso poteri forti e non eletti. Vediamo che queste situazioni, di cui la cronaca politica è ormai piena e che dimostrano che il governo si trova in conflitto, spesso perdendo, con enti (società concessionarie, banche, investitori) che dovrebbero essere invece soggetti alla potestà pubblica, hanno realizzato una sorte di “manuale Cencelli” di dimensioni stratosferiche che spiegano come l’articolo 1 (sì, proprio quello che dice che la sovranità appartiene al popolo) sia stato talmente svuotato di significato reale da giustificare lo stupore di qualche piddino ignorante quando viene citato.

La sensazione è che, in Italia ma anche in Occidente, non si sia capito che la crisi del 2008 ha avuto gli effetti di una guerra. La politica è “politics“, un’attiva ignobile e specialistica che riguarda pochi soggetti e che disinteressa tutti gli altri, finchè i suoi effetti non entrano nelle case e diventano “policy“: a quel punto, continuare a giocare come prima, pensare che è un gioco per pochi, tutto un rimando da uno all’altro in un caleidoscopio di alleanze, inimicizie, conflitti, sgambetti, non solo è stupido ma diventa stolido. Come nel 1919 e 1945 alla fine le menti delle persone sono cambiate e non si dovrebbe far finta che ciò non sia successo o, addirittura, come nel 1815, pretendere di ricominciare da dove si era lasciato.

Lo spettacolo è invece ormai poco dignitoso anche perché l’impresario capo è palesemente inadatto al ruolo e non ne indovina più una continuando su un copione palesemente inadatto ai tempi: che senso ha il “ringraziamento” che ieri Mattarella ha fatto a Napolitano per la Giornata del Ricordo condito con la rappresentazione della stima degli italiani? Premesso che la ricorrenza è stata istituita da Berlusconi vigente Ciampi e che quindi Napo con questa storia non c’entra nulla, ma si crede davvero che questa leccata abbia un qualche effetto sull’opinione pubblica che già non sia pregiudizialmente a favore di Napolitano e sulla valutazione del ruolo e comportamento dell’ex PdR che sta ormai avendo la colpa di non morire prima che la storia, che ormai corre anch’essa veloce sul web, lo giudichi? Che effetto pensano che facciano queste moine fra due vecchi che non hanno più contatto con la realtà e con la gente? Oppure è semplicemente l’ennesima dimostrazione di sottomissione ad una cupola, che probabilmente esiste ma che non vediamo, da parte di un vassallo ormai screditato? E non si hanno altri motivi per farla se non inventarsi una patetica benemerenza che non esiste?

Perché l’altra sensazione è che non si sia capito che la comunicazione è cambiata, che l’asimmetria informativa che sempre gioca a favore delle élite si è ridotta (prova ne sia che sempre spesso più accade che ministri vengano a sapere le cose dal web, vero Moavero?) e che idee e opinioni e critiche si formano e corrono libere e incontrollate, in real time, su canali che dei comunicati stampa e dei discorsi a reti unificate se ne infischiano e che rigenerano continuamente l’effetto di “prima impressione”: qualcuno si ricorda forse il famoso discorso di capodanno visto da 12 milioni di persone non più tardi di 41 giorni fa e da cui doveva partire la riscossa anti-sovranista?

Messo tutto insieme (Trump, GJ, Brexit, Merkelexit, Italia) credo che siamo nel corso di un cambio d’epoca e non semplicemente di governi. Occorrerebbe una capacità di innovazione e sintesi che non si vede né da una parte (politicamente corretti) né dall’altra (sovranisti-populisti). Il primo che se ne dimostrerà capace governerà per il prossimo mezzo secolo.

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