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M5S, Politica Italia

Secondo Marco

marco-travaglio-con-carta-igienica-griffata-renzi-1118507Il M5S scarica di nuovo su Rousseau tutti i suoi limiti e contraddizioni. Limiti di leadership e cultura politica, contraddizioni mai sciolte della collocazione politica fra destra e sinistra e del rapporto leader-militanti.

Salvini è indagato per rapimento per la nota vicenda Diciotti. È evidente che la richiesta del Tribunale di Catania è l’ennesimo atto di uno scontro fra politica e magistratura che si trascina da decenni. Giova ricordare che il reato per il quale si vuole perseguire Salvini, differentemente da quelli che riguardavano Berlusconi, non è stato compiuto prima dell’ingresso in politica ma è coevo addirittura all’assunzione di ruoli di governo il che marca la differenza morale: non si è entrati in politica per coprire i reati ma si sono commessi reati in ossequio ad una posizione politica promessa agli elettori. Giova ricordare che la Procura di Agrigento aveva chiesto l’imputazione per 18 reati, ridotti a 1 da quella di Palermo e poi a zero da quella di Catania che aveva chiesto l’archiviazione. La decisione inusitata e rara del tribunale dei ministri di Catania rientra in una guerra intestina alla magistratura con diramazioni esterne. Giova ricordare che il reato di rapimento è inusitato per una decisione politica e mostra a tutti l’inadeguatezza dell’armamentario logico e giuridico con cui si pretende di affrontare una questione eminentemente politica come è quella dell’immigrazione. Giova ricordare che niente sarebbe successo se la Diciotti non si fosse ammutinata rispetto alla linea governativa di chiusura dei porti e di come la sua missione nel Mediterraneo sia cessata dopo quella vicenda. Giova ricordare anche che questa giustizia così rigorosa con Salvini è la stessa che non ha indagato su due tizi che si assicuravano che un dirigente MPS si fosse correttamente suicidato e che pretende di inquisire Al Sisi per un omicidio commesso in Egitto. Da Mani Pulite in poi i magistrati hanno ampliato a dismisura ruolo e poteri, pretendono di esercitare una supervisione sulla politica che va aldilà del perseguimento dei reati: se fino ad ora si arrogavano il ruolo di censori della morale pubblica con pletore di atti dovuti ed indagini finite nel nulla ma che hanno rovinato carriere politiche, adesso pretendono di dettare apertamente la linea, oggi sull’immigrazione, domani probabilmente su altro (Euro, grandi opere, ambiente).

Salvare Salvini da un processo politico non sarebbe solo un elementare atto di giustizia ma, forse, l’evento che chiuderebbe una stagione improvvida ed aprirebbe la strada ad un più corretto rapporto politica-giudici con forse una riforma della magistratura. Mandarlo a processo significa invece continuare in una soggezione che sconfessa la democrazia in nome di una retorica onestista che risale oramai alla questione morale di Berlinguer e che si scontra con il fatto che il Paese si trova a competere in un mondo in cui l’etica è l’ultimo dei problemi.

Salvini a processo guadagnerà voti ma perderà autonomia, reputazione e credibilità, soprattutto all’estero: ricordate quante volte B. è stato chiamato a testimoniare in occasione di appuntamenti internazionali? Come verrà veicolata all’estero, dove Salvini si propone capo del movimento sovranista, la notizia di un rinvio a giudizio per reati comuni? Potrà in futuro prendere decisioni simili, per esempio rispetto alle navi ONG, senza rischiare un aggravamento della posizione processuale? Credo che se dovesse accadere, dovrebbe prendere in considerazione l’ipotesi di mantenere il ruolo di leader politico ed eventualmente di vice premier ma di lasciare quello di Ministro degli Interni ad un uomo di fiducia.

Può darsi che la Lega tragga benefici da un processo politico ma il M5S deve fortemente interrogarsi su cosa è diventato e cosa vuole fare in futuro. Marco Travaglio indica i pacifici lidi del passato fatto di costituzionalismo unilaterale, moralismo d’accatto, preminenza dei giudici rispetto ai politici. Sono le sue posizioni di sempre che hanno incontrato negli ultimi 5 anni quelle del Movimento a cui viene riproposto il principio dell’uno vale uno lasciando oltretutto sullo sfondo il fatto che a breve il rinvio a giudizio verrà chiesto anche per Conte, Toninelli e Di Maio rei confessi.

La retorica travagliana disconosce un fatto determinante: il M5S non è più quello delle origini, non è più un partito di sfigati che si ritrovavano in birreria la sera, ha abbandonato molti principi, primo fra tutti quello di non avere un capo per cui non è più vero neanche per lui, come sempre nella vita, che uno vale uno. È invece diventato un partito che ha preso impegni verso gli elettori ed ottenuto voti sulla base di proposte molto concrete che adesso è in grado, se vuole e riesce, di attuare,  che è al governo di uno dei primi 10 paesi al mondo e che ha firmato un contratto con un altro partito che, fino ad ora, ha rispettato gli impegni lasciandolo libero di dire cagate sesquipedali su sussidi e blocco delle opere: non ricorre, al buon Marco, che i contratti vanno applicati con la diligenza del buona padre di famiglia? Ed è conforme a lealtà, giuridica prima che politica,  quella di mandare al macello gli alleati? E dove pensa di andare un partito così, che non dà garanzie a nessuno, neanche al PD bramato da Marco, di poter rispettare la parola data? La lezione dell’opportunismo egocentrico e presuntuoso di Renzi non deve mai dare frutti?

Vero è che il M5S uscirà oggi comunque cambiato: la frattura fra moderati governisti ed aspiranti tupamaro non potrà essere di molto rinviata e non è nemmeno detto che il risultato, qualunque sia ma soprattutto se sarà a favore di Salvini, sia alla fine rispettato da tutti i senatori pentastellati. Si evidenziano i limiti di una democrazia diretta, adatta per nomine e questioni interne,  che non può essere usata né come clava, né come escamotage per sfuggire alle responsabilità di un capo: occorre una ONG che vada a salvare Di Maio ormai impresentabile quasi ovunque. Si azzera la credibilità del M5S come forza di governo ponendo le basi di una sua estinzione politica. Si rischia di affondare un governo in crisi politica a causa delle divisioni interne al movimento ma fortemente appoggiato dall’elettorato e che sta rappresentando comunque un elemento nuovo nello scenario UE ed un disturbo evidente per quelli che sono ormai i competitor internazionali del Belpaese. Si rischia di fare un regalo immeritato a quel partito straniero, capeggiato da Mattarella, che annaspa nel buio e che pescherebbe il jolly di un governo tecnico tutto accoglienza e patrimoniali. A pensare male si fa peccato ma spesso si indovina: forse è proprio quello che si vuole.

Casaleggio ha già detto che i sondaggi dimostrano una maggioranza favorevole a Salvini: sapendo come vanno le cose su Rousseau, magari una “manina” salverà la situazione ma, per il Movimento, è il momento di decidere cosa vuole fare da grande. O, altrimenti, sparire.

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