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Politica Italia, Politicamente scorretto

Da grande

download (1) Come sempre conviene partire dai numeri ed i risultati delle regionali sarde sono i seguenti:

  2019 2014 2018
M5S 9,72% 0 42,48%
LEGA 11,35% 0 10,79%
FI 8,01% 18,52% 14,78%
PD 13,48% 22,07% 14,82%
PSDAZ 9,80% 4,68% CON LEGA
CSX 47,81% 42,45% 17,06%
CDX 32,93% 39,65% 31,04%
CDX CLASSICO 24,09%
CDX LISTE LOCALI 23,72%

Con un minimo di onestà intellettuale, non si vede come Il PD possa festeggiare e pensare di vedere la fine del tunnel e come FI possa ipotizzare di avere un ruolo di condizionamento sulla Lega. L’escamotage patetico del “testa a testa” (fake news pure ma ovviamente fornite dalla stampa di qualità e quindi oggetto di discussione per mezza giornata) è servito solo a buttare un po’ di fumo negli occhi che sparisce appena si leggono i numeri.

Il M5S paga uno scotto enorme ma sappiamo ormai che le regionali non sono le elezioni adatte per lui: il voto di scambio si manifesta all’ennesima potenza con un profluvio di liste civetta e di riempilista il cui compito è portare quelle poche decine di preferenze che si tramutano in altrettanti voti per il candidato governatore. Il M5S è e resta un partito di opinione e mediatico e paga inevitabilmente lo scotto nei momenti in cui i suoi riferimenti non sono forti e la comunicazione paga pegno ad interessi più concreti. Il movimento è privo di classi dirigenti locali visibili ed all’altezza e questa è la conseguenza delle scelte sbagliate del dopo 2013 quando si volle evitare di mettere in discussione i “magnifici ragazzi” di Beppe usciti dal biennio d’oro 2012-2013. Conseguentemente si azzerarono i meet up, che brulicavano di esterni interessati ad un’esperienza politica, spesso la prima, si chiuse il bandone verso tutte le forme di cooptazione dall’esterno e si rifuggì da qualsiasi forma di rapporto con le istanze del territorio viste, l’un per l’altra, come portatrici di conflitti di interesse e particolarismi. In più la Sardegna è terra ostica visto che nel 2014 Beppe non autorizzò l’utilizzo del simbolo e questo qualcosa avrà voluto dire. Adesso vogliono cambiare: vedremo, ma il redde rationem sono le europee di maggio dove un risultato franco sopra il 20% potrebbe ricambiare il verso della narrazione adesso tutta rivolta contro Di Maio ed il governo.

Se Di Maio ha trovato il suo “D’Alema moment”, Salvini ne è sfuggito per poco. E’ ingeneroso valutare negativamente il risultato di un partito che non aveva mai partecipato a queste elezioni e che comunque, nella sua liaison con il PSd’Az, quasi raddoppia i voti di un anno fa. Tuttavia il successo non è eclatante come in Abruzzo e conferma la saggezza del consiglio dato in un precedente post in cui avevo suggerito di vincere a Cagliari e poi staccare la spina al suo impegno con le regionali. Vincere troppo stanca (gli altri) e crea forme di rigetto ed opposizione che possono trovare canali strani ed imprevisti. In più, la Lega è poco avvezza alla politica meridionale, alle sue opacità ed ai suoi bizantinismi, manca di una propria classe dirigente locale che possa consigliare, gestire e filtrare i rapporti: il rischio di trovarsi vicino a personaggi e situazioni da cui si dovrebbe stare lontani, specie se si è Ministro degli Interni, è altissimo come l’evoluzione della protesta dei pastori sardi dimostra. Si conferma come nel sud la politica non sia parte del sistema ma sia IL sistema e questo dato ha spiazzato negli anni tutti i politici settentrionali che si sono limitati a cooptare, volta volta, personaggi equivoci ed ambigui e gruppi di interessi locali in vendita al miglior offerente. Lo fece Berlusconi, lo ha fatto il PD fino a rimanere prigioniero dei De Luca, dei Crocetta e degli Emiliano, adesso lo sta facendo Salvini. Per di più Matteo si impegna e rischia molto per poco beneficio visto che solo in Friuli si è portato a casa un proprio governatore mentre in Abruzzo ha aiutato la Meloni, in Sardegna un tizio che rappresenta un partito che campa di trasformismo ed in Basilicata si appresta a correre in soccorso degli odiati amici di Forza Italia. Non si vede il senso di un simile impegno anche perché ogni vittoria del secondo forno aumenta le perplessità sul mantenimento del primo, contraddizione che presto dovrà essere sanata.

Salvini assume sempre moltissimi rischi: lo ha fatto con l’immigrazione (Diciotti e See Watch), lo sta facendo con il suo impegno politico sul territorio. I motivi possono essere diversi: carattere competitivo, sensazione di invincibilità, voglia di sfruttare un momento magico, mancanza di alternative reali in termini di leadership locali e nazionali. La realtà è che, in un clima mediatico e politico come quello attuale, già una minima battuta di arresto in Sardegna è stata interpretata come sconfitta, figuriamoci cosa accadrà quando ci sarà un sconfitta vera e propria. La sua personalità fa premio su strutture e programmi ma copre altrettanti buchi interni e Matteo non può ignorare che la politica politicante è un mostro che vive di situazioni istantanee e che gli si può rivoltare contro in ogni momento.

Questo anno vissuto pericolosamente ha però prodotto risultati importanti. L’immigrazione è stata fermata e la visibilità e centralità politica di Salvini hanno alimentato una certa narrazione politico-sociale di destra che ha preso campo e contrasta ormai significativamente l’egemonia culturale del politicamente corretto. L’Italia si è dimostrata un laboratorio politico importante in cui i vecchi poteri hanno perso gran parte del loro piglio come le difficoltà di PdR e magistratura dimostrano. Ci si è staccati dall’acritico conformismo pro UE e pro ONU e si sono ripresi in mano i bandoli della situazione libica in cui, alla fin fine, Haftar vince spesso ma non sfonda mai, segno che qualcosa là ancora contiamo. L’opinione pubblica è ancora largamente a favore dei partiti al governo ed una somma di 55-56% alle europee potrebbe sgombrare il campo da ipotesi di crollo del governo Conte che oggi dilagano. Tuttavia appare maturo il tempo per il passaggio ad una seconda fase.

Il grande consenso che Salvini ha comporta anche grandi responsabilità: cosa vuole fare del Paese che, per l’ennesima volta, sembra essersi votato ad un salvatore? Escluso, apparentemente, che Salvini si limiti a nutrire un egocentrismo ed un culto della propria personalità analogo a quella di Renzi, ha in mente un progetto per l’Italia che possa essere coltivato nei prossimi 15-20 anni della sua vita politica o si ripromette di schiacciarsi sulla mera gestione del potere? Si tratta di una scelta non banale. Al momento la seconda opzione appare essere quella prevalente, supportata da una corsa elettorale continua che, dopo il 6-0, sembra pronta a cominciare il secondo set ma che non trova completo riscontro nella sua azione ministeriale e, soprattutto, in quella della sua delegazione di governo. Salvini rischia di schiacciarsi sul format berlusconiano di un politico che vince spesso ma non riesce a governare efficacemente. Come detto in altre occasioni, Salvini confonde spesso il triplo ruolo di front runner elettorale, leader politico e ministro ed il suo attivismo trova poco riscontro nella produzione normativa che non è ancora giunta, per dire, ad una normazione strutturale per il contrasto all’immigrazione clandestina ed alle ONG, ad una revisione della normativa penale, a partire dall’abrogazione della Gozzini e delle sue conseguenze, che renda effettive le pene edittali, ad una revisione della legittima difesa. Oltre a ciò, le prestazioni degli altri ministri leghisti appaiono molto modeste, a partire dalla Bongiorno, che pare schiacciata su un ruolo puramente professionale replicato ovunque, e dal ministro Bussetti, che sta affrontando le tematiche scolastiche con l’occhio del precario e non con quello dello stratega.

L’epoca post Mani Pulite, contrassegnata dalla scomparsa di una classe dirigente nazionale e da una serie di scelte avventate (Euro in primis), è stata un completo fallimento per il Paese. Il riconoscimento di questa circostanza esonda ormai dai blog populisti-sovranisti per approdare alla stampa di qualità, addirittura estera. Questo emergere di opinioni eterodosse fa pensare, talvolta, all’esistenza di un blocco di interessi nazionali che si sta formando per spingere verso una strada diversa. Spesso questa sensazione viene fugata dalle decisioni del governo ma è un fatto che l’opzione alternativa (quella, diciamo, totalmente e puramente globalista-eurista-euroconformista-politically correct) incarnata da Mattarella e dal PD non appare più essere all’ordine del giorno tanto che anche i ministri mattarelliani (Tria, Moavero, Trenta) stanno cedendo posizioni. Una classe politica nazionale dovrebbe porsi domande strategiche almeno su tre “mondi”:

  • Europa e collocazione internazionale, caratterizzata dall’emergere di una ristrutturazione autoritaria imperniata sul blocco franco-tedesco e al contemporaneo aprirsi di fronti alternativi a partire dal Brexit (che prima o poi avverrà) rispetto ai quali appare urgente riposizionarsi;
  • Euro, rispetto al quale occorre prendere decisioni strategiche che riconoscano i “danni di guerra” che ormai evidentemente l’Italia ha subito aderendovi e chiedere compensazioni in termini di flessibilità fiscale, garanzia del debito e riduzione dei rendimenti;
  • Africa e immigrazione, dove si confrontano potenze globali e regionali con il rischio che l’Italia si riduca a ospedale da campo dei perdenti ma che offre opportunità di sviluppo immense legate alla crescita demografica di un continente che, opportunamente interfacciata da un Paese di nuovo autonomo, acculturato, dinamico e aperto come siamo, alimenterebbe probabilmente un secondo miracolo economico, a condizione che la partita sia giocata con l’intento di vincere e con l’uso dei mezzi opportuni, fra cui anche quelli militari, mentre d’altro canto occorrerà anche pensare ad una politica attiva dell’immigrazione imposta dal fatto che, entro 80 anni, il Mediterraneo sarà un lago africano su cui si affacceranno 4 miliardi di persone.

C’è poi un fronte trasversale che è quello della modernità che ha investito l’occidente frammentando le società secondo molteplici linee di frattura che sono state individuate in un bell’articolo di Faraci su Atlantico Quotidiano che tratteggia una società “a macchia di leopardo” caratterizzata da una contrapposizione radicale ed irriducibile fra opposte impostazioni che investe decine di questioni di vita quotidiana ed organizzazione sociale e che si traduce in una nevrosi che mina non solo la coesione sociale ma anche la qualità percepita della vita di ciascuno e che si traduce in quel tentativo delle cosmopoli di staccarsi dai loro paesi, disconoscendo continuamente i risultati politici imposti da exiters, deplorables e vomitevoli ma, in definitiva, ponendo a rischio le stesse basi del processo democratico. La soluzione a queste questioni non può essere l’autonomizzazione delle diverse comunità proposta dall’Autore che, a tendere, spappolerebbe gli stessi stati, né il richiamo ad un moderatismo mediocre fatto di toni bassi e di cedimenti parziali sulle singole questioni come, per esempio, proporrebbero i fautori della politica minnittiana dei pochi migranti gestiti comunque in modo irregolare. La strada da percorrere è invece quella della sintesi che, una volta respinta l’opzione integralista del politicamente corretto che rigetta come pessimi tutti i presupposti della nostra civiltà, sviluppi una teoria di destra che accolga ed integri alcuni elementi che, in ultimo, sono propri solo della nostra civiltà, come quelli relativi al genere ed al rimescolamento etnico, e che la distinguono in modo netto da altri modelli, terribili, come quello islamico. Sarebbe un passo che probabilmente sarebbe accolto positivamente dal grosso delle opinioni pubbliche, stanche in fondo di una guerra civile virtuale priva di sbocchi, e che ridarebbe unità e spinta propulsiva alle nostre società.

Si tratta di questioni enormi per un partito oggettivamente immaturo come la Lega che ancora deve metabolizzare ed accordare una tradizione nordista con un futuro nazionale. Non penso che essa possieda le risorse culturali per poter fare passi del genere ma dovrebbe essere obiettivo di un leader costruire percorsi che integrino all’interno risorse umane ed intellettuali adeguate facendo anche scouting verso altre culture come quella liberale e cattolica e, non ultima, quella grillina che dopo maggio potrebbe avere evoluzioni interessanti con la nascita di un partito più pragmatico e genuinamente governista. Sono questioni che si intrecciano con la tattica politica che, a mio avviso, dovrebbe evitare come la peste il ritorno ad un centrodestra in cui Berlusconi porterebbe quello che può portare: problemi giudiziari, conflitti di interessi, soggezione ai poteri forti, cultura stantia, personaggi ridicoli. Sostenere il governo Conte, anche in questi frangenti, almeno fino a maggio, appare necessario per evitare quella normalizzazione che appare impossibile per vie esterne data l’improponibilità di FI e PD.

In molti siti si esprime delusione per Salvini ma, nella visione della vita del blogger, il meglio è spesso nemico del bene. Matteo sta raggiungendo probabilmente  i suoi attuali limiti culturali e politici ma questo non deve indurre ad abbandonare il sostegno ad un governo che rappresenta l’ultimo diaframma prima della distruzione dell’Italia per via migratoria, né lasciar disperare, pur nell’incertezza, sulla possibilità che le sue qualità di leader aprano la strada ad un’evoluzione nel senso descritto. Lo merita la persona, finora dimostratasi degna di fiducia, e lo merita il Paese che, diversamente, andrebbe incontro ad un destino secolare di sottomissione e distruzione.

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