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Immigrazione, Politica Italia

La sua Africa

download download (1) La vicenda di San Donato sprofonda anche l’Italia nel terrorismo del terzo millennio ma con un cambio di narrazione drammatico ed un intrico di contraddizioni che la rende poco leggibile con le categorie correnti.

Ousseynou Sy non è un clandestino, è addirittura nato in Francia e ha ottenuto la cittadinanza italiana nel 2004. Non è un emarginato sociale perché svolge un lavoro dignitoso e di responsabilità svolto anche da molti italiani. Ha un profilo personale ed un comportamento che, pur non specchiati, non suscitavano certo allarme sociale. Il suo gesto non è stato rivendicato-giustificato con motivazioni politiche-sociali-ideologiche-religiose-familiari-esistenziali ma puramente etniche: Ousseynou Sy, pur presumibilmente mussulmano come attesta il nome, non ha invocato il suo dio ma ha inteso vendicare le morti in mare, i porti chiusi, l’estraneazione degli europei dai destini africani secoli dopo la colonizzazione. Non è quindi terrorismo, è scontro etnico in salsa europea del terzo millennio, una realtà in cui il Belpaese sprofonda dopo avere superato indenne la fase del terrorismo islamico.

Ousseynou ci conferma quanto molti avevano, da qualche anno, capito e dimostrato: cittadinanza è cosa diversa da nazionalità, cittadinanza non è appartenenza, cittadinanza non implica lealtà alle istituzioni ed alla società. Ousseynou, in cuor suo, nel suo intimo, alle quattro del mattino quando è solo con sé stesso, non è un italiano di origine africana ma un africano naturalizzato italiano: diverse sono le radici, diverse sono le appartenenze, diverse sono le lealtà indipendentemente dal fatto che l’Italia lo abbia accolto e che lui abbia meritato, secondo la legge, di essere accolto. Letto con occhi di sinistra, dovremmo dire che Ousseynou ci sbatte in faccia il suo razzismo, la sua diversità, il suo rancore per quello che i suoi “loro” hanno fatto nell’antichità e non stanno facendo adesso. Ci dice che etnie e, diononvoglia, razze esistono e che la sua è diversa dalla nostra tanto da poter proporsi, senza tanti patemi, di bruciare vivi 50 cuccioli dell’altra.

Niente di strano, l’appartenenza etnica è un dato primigenio, viscerale, identitario, profondissimo, immutabile: puoi cambiare rango sociale, religione, parere politico, persino sesso ma, se sei nero, non puoi diventare bianco, se sei africano lo rimarrai per sempre.  L’immigrazione in Europa – quella antica del dopoguerra, non quella recente – era basata sull’illusione che il modello europeo fosse talmente superiore ed egualitario da sbaragliare tutti gli altri e da attirare facilmente genuine appartenenze e lealtà: è stata appunto un’illusione, gli immigrati ne hanno beneficiato opportunisticamente ma sono rimasti quello che erano ed ogni tanto queste appartenenze ancestrali riemergono con forza e violenza.

L’Europa ha messo al bando da troppo tempo le tematiche etniche e razziali, considerate solo conseguenza di fascismo, nazismo e razzismo, ma così facendo ha perso strumenti di analisi e categorie intellettuali che oggi sono prioritarie: gli europei ammettono solo conflitti politici, ideologici e sociali e rimangono spiazzati quando questi sono riconducibili semplicemente alla religione o alla provenienza. Occorre felicitarsi per lo scampato pericolo ma preoccuparsi per il futuro: i cittadini europei di origine africana sono ormai decine di milioni, fino ad oggi hanno partecipato al gioco politico europeo sposando particolarmente, per ovvi motivi, le tesi di sinistra, ma per quanto lo faranno ancora? Quando avranno raggiunto un sufficiente livello di omogeneità, consapevolezza, organizzazione, leadership, chi ci tutelerà dalle rivendicazioni dei “loro diritti” codificati dalle norme europee ma pretese con metodi africani?

Tarrant e Ousseynou si legano in una strana relazione di distorsione della realtà e della sua percezione. Tarrant è lo specchio che restituisce l’immagine, realistica ma distorta, di un’Europa ormai meticciata, talmente tanto meticciata da non rendersene neanche più conto, che per reazione folle e criminale uccide decine di coloro che teme possano riprodurre in Oceania il modello europeo. Ousseynou è l’occhiale distorto che legge la realtà meticciata europea con gli occhi della sinistra moderna che in essa vede solo un inferno razzista, concentrandosi solo sui migranti attuali ed ignorando i tantissimi ambiti in cui la mescolanza si è ormai realizzata senza tanti problemi. A sua volta riflette, distorcendolo, il senso di colpa che si è impadronito dell’Europa dopo la IIGM e che la porta a cercare ovunque perdono e penitenza, addossandosi tutti i mali del mondo e rifiutando persino di riconoscersi alcun merito. L’Europa è preda di una crisi intellettuale, culturale ed etica che sembra aspirare solo all’autodistruzione e che alimenta, per converso, continue pretese, pubbliche e private, di risarcimento. È evidente che si tratta di paturnie prive di fondamento: la colonizzazione è stata un fenomeno storico che si inserisce nella infinita sequela di conquiste territoriali che tutti i popoli hanno posto in essere e subito (anche l’Europa fu invasa da popoli asiatici, mongoli, arabi e turchi ottomani) e del resto non è l’Europa la causa della povertà africana perché l’Africa è sempre stata povera in termini materiali ma anche intellettuali, culturali, religiosi: non si trova in Africa niente di paragonabile alle istituzione culturali, alle religioni, alle città, alle opere che europei ed asiatici (ma anche sudamericani) hanno realizzato.

E se anche volessimo fare ammenda, dovremmo comunque mettere un limite invalicabile: quello per cui è inaccettabile annichilirsi per riparare torti del profondo passato. Dovremmo stabilire con chiarezza che l’Europa, i suoi abitanti e la sua civiltà hanno un valore e hanno quindi il diritto di difendersi e perpetuarsi, di rimanere quel che sono e di scegliere chi può entrarvi. In mancanza di un’elaborazione intellettuale e politica così chiara, necessaria da parte della sinistra buonista che invece ha già individuato tutte le colpe nella politica di respingimento di Salvini, rimarrà sul campo l’equivoco per cui un senegalese qualsiasi può pretendere di riaprire i porti o altrimenti uccidere 50 persone.

Al contrario la questione spiazza anche Salvini perché ha bisogno di una elaborazione più complessa che vada oltre la lotta al traffico di clandestini ed ai porti chiusi. Occorre cominciare a pensare ad una “fase 2” in cui, chiuso l’accesso agli irregolari, bisognerà cominciare a valutare rischi ed opportunità di un fenomeno che può non piacere ma che sarà sempre più pressante per la crescita demografica africana. Occorre una strategia più ampia e consapevole che ci permetta di difenderci ma anche di trarre vantaggio da fenomeni non eliminabili. L’immigrazione è evidentemente un problema perché comporta l’inserimento in un contesto avanzato di sistemi (civili, sociali, religiosi, politici) diversi, incompatibili e deteriori. Ma è anche un destino poco eliminabile se non con una forte riaffermazione dei nostri valori e sistemi con il rifiuto della logica e della retorica etnica e razziale della sinistra perché l’esperienza europea non è quella degli USA: qui i neri sono stati conquistati, come avvenuto ovunque nel mondo, anche a scapito degli Europei, ma non deportati: quelli che ci sono lo hanno fatto volontariamente e non in modo forzato e godendo dei diritti riconosciuti a tutti gli europei e quindi, diversamente dagli USA, nessun indennizzo è ipotizzabile nei loro confronti.

Dall’altro lato, un ragazzino egiziano si è attivato per aiutare compagni e professori e adesso la sinistra vuole premiarlo con la cittadinanza immediata: è curioso che l’italianità sia considerata prodromo di xenofobia, nazionalismo e fascismo se sostenuta dalla destra ed un premio se invocata dalla sinistra ma così vanno le cose oggi. Ciò detto, Ramy rientra in quel curioso fenomeno che potremo chiamare pedocrazia che sta prendendo piede: non mi sembra che abbia fatto niente di speciale se non cercare di proteggersi ma una cittadinanza in più non farà male a nessuno: benvenuto fra noi.

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Discussione

Un pensiero su “La sua Africa

  1. Sono felicemente sorpresa di leggere un articolo tanto chiaro e centrato.
    Le cose stanno esattamente così, nonostante la pastoia del “politicamente corretto” impedisca alla realta di palesarsi.
    Ousseynou Sy è stato mosso da odio razziale, non altro.
    Ma l’odio razziale, è sempre e solo attribuito ai bianchi (ma si può dire? o è politicamente scorretto?) in modo strumentale e martellante, quasi a voler inibire qualunque critica nei confronti di etnie difficilmente integrabili.
    Non è razzista dire che è necessario difendere la propria identità culturale. È di buonsenso.
    Difendere i propri ideali, la propria cultura e integrità non contrasta con il rispetto di quelle altrui, al contrario.
    È chi perde la bussola, in nome di un meticciume tanto retorico quanto irreale, che non rispetta i popoli e le loro diversità, che trovano accoglienza negli Stati, ove queste diversità di sentire comune, sono protette e rispettate.
    E se in Europa, negli Stati europei, non si recupera questo senso di apparteneza, l’orgoglio per la propria cultura e identità, finiremo talmente male, da non avere più attrattiva neanche per quelli che oggi assaltano le nostre coste.

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    Pubblicato da Graziella | 15 aprile 2019, 11:49

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