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Economia e società, Politica Europa, Politica internazionale, Politica Italia

Week Five

La settimana in cinque temi.

Brexit (e democrazia?): è stato bello

Teresa May perde per la terza volta in parlamento e la sua posizione si rafforza mentre invece si sarebbe dimessa se avesse vinto: paradossi di una politica inglese ormai fuori controllo e di una classe politica mediocre oltre le aspettative.

Il punto cruciale è che evidentemente la classe politica inglese non intende dare attuazione al voto popolare che aveva deciso di uscire dalla UE. È talmente lontana da questa ipotesi che nessun passo (legislativo, finanziario, amministrativo) è stato mai fatto per dare reale attuazione alla volontà popolare e tutto il terrorismo mediatico sui danni di un hard Brexit, scatenatosi un minuto dopo l’esito referendario e mai suffragato, in tre anni, da dati reali, è servito solo per dare copertura ideologica e mediatica a questa scelta che sconfessa la democrazia. Del resto non si vede perché una UE talmente assetata di affari da rinnegare le appartenenze occidentali per correre nelle braccia di Russia e Cina dovrebbe, in un tempo ragionevole, ostracizzare un paese con cui ha da sempre rapporti. L’accordo Chequer della May viene votato una volta al mese (d’ora in poi una volta alla settimana) finchè non vincerà ma non viene rimessa ai voti l’ipotesi di abbandonare con un no deal sulla quale il parlamento si è espresso sfavorevolmente mesi fa con l’unico voto maggioritario di questa storia e che adesso, in questo casino che prelude al loro 8 settembre, potrebbe ben essere riconsiderato individuando in una hard brexit il minore dei mali.

Giova ricordare che il popolo sovrano aveva risposto YES a questo quesito “Should the United Kingdom remain a member of the European Union or leave the European Union?” che di per sé implicava una hard Brexit: nessuno ha mai detto SI ad una deal Brexit, ad una soft Brexit, ad una late Brexit e simili. Certo è meglio uscirne con un accordo ma il popolo non aveva chiesto un accordo, aveva chiesto di uscire. Il rifiuto di un no deal che sarebbe stato, appunto, massimamente rispettoso della volontà degli elettori ed avrebbe rafforzato, invece di indebolire, la posizione negoziale inglese ha infilato la questione in un tunnel di cui non si vede uscita se non sconfessando platealmente la volontà popolare. I sotterfugi messi in opera (rinvio di un anno della richiesta di attivazione articolo 50, negoziati senza fine, voti fotocopia) stanno ormai mostrando i loro limiti e aprono la strada ad un rinvio lungo, che cronicizzerebbe il processo rinviandolo di un lustro, o ad un secondo referendum che sarebbe ormai un lancio di dadi: a parte che i sondaggi che davano vincente il Remain c’erano anche nel 2016 ma oltretutto, come avvenuto in altri posti, l’elettorato potrebbe votare di pancia per dare una lezione alla classe politica aprendo una crisi dagli esiti imprevedibili.

Spiace essere monotoni ma si tratta dell’ennesimo caso di scollamento fra élite e popolo che caratterizza l’occidente e, direi, solo l’occidente se si pensa per converso alla stabilità politica che caratteriza invece Russia, Cina, India e paesi arabi. Del resto il Regno Unito è forse il paese democratico più elitario, che esista con la sua convergenza castale fra nobiltà possidente e borghesia finanziaria, ma la crisi oggi in corso getta luce nuova su scelte antiche come quella di impegnare il popolo in una IIGM che Hitler voleva evitare ma che evidentemente era funzionale a interessi della cuspide britannica. Se è così, è anche vero che le élite degli anni ’40 non erano certo paragonabili a quelle odierne per la loro capacità di mantenere un rapporto di fiducia consensuale, per quanto strumentale ed opportunistico, con il basso ceto e di valorizzare a tal fine, addirittura pro domo loro, lo strumento democratico che oggi invece si vorrebbe distruggere. Resta da capire, in UK come in UE, come si voglia gestire quella che, al di là delle paturnie democraticiste, è un’evidente crisi di consenso da cui nessun regime, anche antidemocratico, può prescindere.

Se nessun lord possidente o CEO globalizzato deve temere la perdita di consenso in quanto poteri antidemocratici, la classe politica, che si è invece messa contro il suo dante causa (gli elettori) ne esce stravolta. I politici inglesi si sono dimostrati molto lontani dallo stereotipo quasi eroico nato, appunto, con l’opposizione al nazifascismo e largamente al di sotto delle aspettative (Farage che si ritira lasciando i brexiter privi di rappresentanza politica per tre anni, Johnson che gioca solo una partita personale in cui gli esiti del negoziato sono una variabile dipendente, May che si fa dettare gli appunti da Berlino, Corbin che ondeggia con solo il fine opportunistico di riprendersi il governo).  Nell’insieme stanno giocando con il fuoco perché il rifiuto del risultato del 23/06/2016 chiude chiaramente il ciclo della più antica democrazia al mondo ma espone sistema politico ed istituzionale, compresa una monarchia talmente debole da rintanarsi dietro una vegliarda di 95 anni, ad una crisi di legittimità dagli esiti difficili da prevedere mentre paradossalmente rimanere in questa UE potrebbe essere il colpo di grazia per una istituzione barcollante e che si era ormai rifondata (Aquisgrana insegna) su basi di Brexit avvenuta.

Famiglia: tanta (troppa?) roba

Salvini va al Congresso della Famiglia di Verona per dire che non mette in discussione aborto e divorzio che considera diritti umani. Allora faceva bene a non andarci perché il messaggio, contraddittorio ma chiaro di questa assise, è che bisogna correggere questi errori (o crimini?) che hanno distrutto il modello di famiglia cristiana che ha giocato un ruolo storicamente decisivo nella nascita della nostra cultura e civiltà poi generosamente e fortunatamente estese, tramite la colonizzazione, anche a popolazioni diverse.

La famiglia è un elemento ineludibile dell’umanità che assolve al compito di far crescere esseri assolutamente immaturi in modo efficace e gratuito: come tale non scomparirà mai. Vero è che non tutti i modelli familiari sono ugualmente validi. La crisi occidentale trae origine dalla crisi della famiglia tradizionale a partire dal ’68 ma non è che fuori ci sia molto da essere allegri: le famiglie est europee sono sfasciate mentre a nessuno consiglierei di nascere in una famiglia asiatica, araba o, dio non voglia, africana. Il futuro è quindi ricostruire un modello familiare a partire dalla tradizione ma innestandovi gli elementi di modernità (coppie gay in primis) che del resto fanno parte solo della nostra cultura e civiltà. La famiglia omosessuale, al netto dei problemi riproduttivi e della omogenitorialità che pone problemi anche terminologici, tende a configurarsi secondo canoni tradizionali orientati alla riproduzione ed alla cura dei figli con il paradosso che l’ansia di maternità/paternità è forse più presente in queste coppie che in quelle etero. Di più, essa rappresenta un chiaro baluardo contro derive pro islamiche che sarebbero tanto pericolose in generale quanto minacciose per questa realtà che i mussulmani considerano peccaminosa e blasfema.

Includerle in una narrazione ed in un progetto politico di destra rappresenterebbe un passo di quella sintesi che le nostre società richiedono per uscire dalla crisi e dai conflitti attuali, ma sintesi significa mettere insieme cose diverse per ottenerne un’altra e non mediare su qualsiasi cosa con un continuo avanti ed indietro. Per questo non apprezzo le giravolte di Salvini, che forse non si accorge dell’importanza del tema e che, dopo avere brandito un rosario in campagna elettorale, ora benedice aborto e divorzio: non si può tenere insieme cose che sono incompatibili ed una seria revisione di leggi che hanno 40 anni, che hanno distrutto l’orizzonte di stabilità e prevedibilità che la cellula familiare assicurava e che hanno disseminato ovunque infelicità, rimorsi e disagio è oggi doverosa, specie da parte di una destra che in tanti atteggiamenti pareva volersi smarcare da quel politically correct che dilaga e contro cui è stata votata.

La Lega ha pure avuto il ministero della Famiglia ma non ha dato alcun seguito a questa opportunità. Non è che i temi antropologici che oggi sono in gioco si possono risolvere con qualche giro di parole o qualche benefit fiscale: occorre una profonda revisione della cultura corrente che beneficerebbe di un incontro fra destra politica e cultura cattolica: compito immane per quello che oggi è la Lega.

Salvini: voglia di normalità (o di normalizzazione?)

Rimanendo su Salvini, pare emergere una gran voglia di appeasement con i poteri forti: si TAV, no BRI, si Ramy, si aborto e famiglie omosessuali, sembrano scandire i passi di un avvicinamento al centro moderato. Evidentemente la Lega cerca di evolversi in un normale partito moderato europeo il cui approdo potrebbe forse essere il PPE insieme a (o al posto di, o fusa con) Forza Italia. I retroscena sono tanti e forse solo giornalistici: accreditarsi con Mattarella per le elezioni, con gli USA come architrave NATO in Italia, con l’UE per una manovra meno pesante. Vedremo in futuro ma il Capitano sembra avere perso molto della sua grinta e la miglior dimostrazione è quella del caso Ramy in cui ha perso l’occasione, apparentemente e sperabilmente unica, di evidenziare come teorie politiche di integrazione “frou frou” basate su paradigmi ideologici superficiali siano pericolosissime e ha dato invece spazio ad una inusitata ripresa della campagna pro ius soli. Ciò dimostra che gli immigrazionisti sono sempre all’erta, hanno grandi capacità di cooptazione che arrivano fino all’attuale Presidente del Consiglio (che dopo GCM, aerei di stato per i migranti e ius soli assomiglia sempre di più ad una quinta colonna) e grandi capacità di reazione ed apparati ideologici e mediatici efficaci ed efficienti e dimostra, per altro verso, i limiti della elaborazione politica leghista che non va oltre la chiusura, oltretutto molto relativa, dei porti alle ONG.

Salvini sembra essere caduto negli errori di Renzi: eccesso di autostima e di esposizione mediatica vuota (la nuova fidanzata), solipsismo politico che lo porta a cercare di coprire da solo un arco politico troppo ampio, ansia di plebiscitarismo e di accreditamento verso i poteri forti (addirittura Bergoglio) che lo portano a ritrattamenti e contraddizioni, ingordigia di sottogoverno come nel caso delle regioni. Il rischio è di fare troppa politics e poche policy, soprattutto quelle volute dal nucleo duro dei suoi elettori. Qualche segno di stop a vantaggio della Meloni si sta già vedendo, non è detto che maggio debba essere per forza un’apoteosi.

Trump: fake truth, true trash

“Trema la Casa Bianca”, “Trump terrorizzato”, “impeachment dietro l’angolo”, “confessano i sodali di Trump”: quanto volte lo abbiamo letto o sentito? Ebbene, era tutto falso. Due anni di indagini, 25 milioni di dollari, 2.800 mandati di comparizione, 13.000 articoli a sostegno della colpevolezza e poi Mueller getta la spugna: non ci sono prove che Trump sia stato appoggiato dai russi e dire, come fanno a SkyTG24, che non ci sono neanche prove che non sia stato appoggiato significa semplicemente abbandonare il paradigma occidentale della innocenza fino a prova contraria per abbracciare quello sovietico della colpevolezza fino a prova contraria. Due considerazioni flash: 1) l’odio che ci divide sta distruggendo il terreno comune che 30 secoli di storia avevano costruito; 2) le fake news, come questo blog ha sempre detto, le diffonde la “stampa di qualità” (perchè libera non ha più, neanche lei, il coraggio di chiamarsi).

Copyright: male non fare, paura non avere

Il Parlamento Europeo ha definitivamente varato la direttiva sul copyright. Non entro nei dettagli perchè non ho competenze ed informazioni adeguate ma mi limito a due considerazioni: 1) voler fermare le opinioni difformi diffuse su internet con il copyright (come in passato con il controllo delle fake news, giustamente abortito per manifesta inefficacia, o con la privacy) equivale a voler fermare il vento con le mani non fosse altro che per il fatto che si tratta di un mondo talmente mutevole che escamotage e situazioni imprevedibili sono la norma; 2) per chi fa un lavoro originale e genuino scrivendo propri pensieri, modesti quanto si vuole ma personali, con parole proprie ed evitando invece di fare propaganda basata sul copia-incolla, mirando alla qualità, con un numero di contatti-giorno che cresce gradualmente, e non alla quantità, con milioni di “contatti unici” in breve tempo, questa legge non avrà effetto alcuno. Questo blog, da oltre tre anni, prova a fare proprio questo, con un autonomo sforzo di elaborazione intellettuale e comunicativa, con pochi link esterni e poche citazioni, tutte in ogni caso espresse: non cambierà il mondo ma nemmeno lo teme.

Discussione

Un pensiero su “Week Five

  1. Condivido l’analisi critica sulle ultime mosse politiche di Salvini, la sua eccessiva esposizione mediatica, i suoi tentativi di ingraziarsi parte dell’elettorato ‘moderato’. E’ vero che quando si arriva al Governo diventa ovviamente necessaria una rimodulazione delle proprie istanze e dei propri comportamenti, ma è anche vero che la forza elettorale della Lega nasce essenzialmente da pozioni di netta contrapposizione con le politiche economiche, sociali e di sicurezza perseguite negli ultimi dieci/quindici anni dalla sinistra e dallo stesso Berlusconi (con l’appoggio della Lega di Bossi), e soprattutto con il loro europeismo acritico. L’istanza sovranista, tanto vituperata dalla stampa mainstream, fa davvero paura al sistema eurocentrico, perchè fa leva su reali esigenze di ampi strati della popolazione, se Salvini la abbandona, magari in cambio di qualche piccola concessione sul versante della prossima manovra economica, non solo perderà rapidamente quote di consenso, ma si troverà a ripetere gli errori del centrodestra a guida berlusconiana.
    Gianni

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    Pubblicato da gianni | 1 aprile 2019, 14:00

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