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Economia e società, Politicamente scorretto

Pedocrazia

download Greta Thunberg è una sedicenne svedese affetta dalla sindrome di Asperger. Questa malattia, come riportato da Wikipedia, è considerata un disturbo pervasivo dello sviluppo, imparentato con l’autismo, senza però ritardi nell’acquisizione delle capacità linguistiche, a differenza di quanto avviene in quest’ultimo. Inoltre chi soffre di questo disturbo non presenta un ritardo cognitivo. Gli individui portatori della sindrome di Asperger, la cui eziologia è ignota, presentano una persistente compromissione delle interazioni sociali, schemi di comportamento ripetitivi e stereotipati, attività e interessi in alcuni casi ristretti. Diversamente dall’autismo, non si verificano significativi ritardi nello sviluppo del linguaggio o nello sviluppo cognitivo. Alcuni sintomi di questa sindrome sono correlati ad altri disturbi, come ad esempio il disturbo non verbale dell’apprendimento (Nonverbal learning disorder), la fobia sociale, il disturbo schizoide di personalità. La sindrome di Asperger non è diagnosticata solo per le caratteristiche proprie, ma anche per una vasta gamma di condizioni di comorbilità (disturbi non dovuti alla sindrome in sé), come depressione, ansia, disturbo ossessivo-compulsivo.

Greta è quindi affetta da una malattia psichiatrica seria, di cui presenta anche sintomi evidenti, per la quale, in Italia, sarebbe considerata portatrice di “Bisogni Educativi Speciali”, una macrocategoria che comprende al suo interno tutte le possibili difficoltà educative e di apprendimento degli alunni. Di conseguenza ciò la renderebbe eleggibile, a norma della legge 104/92, per un Piano Didattico Personalizzato mirato ad un percorso semplificato (in casi estremi, differenziato) con la possibile presenza di un docente di sostegno. Nella neolingua che regola la scuola italiana, sarebbe una “alunna speciale”, aggettivo che suona assurdamente ambiguo oscillando fra il riconoscimento, in soldoni, della sua anormalità e l’attribuzione di qualità superiori agli alunni “non speciali”.

Abbiamo trattato in altri post del rapporto anomalo che si è venuto a creare in occidente, nella comunicazione e nella formazione, fra individui normali e portatori di handicap fisici e psichici. La più che giusta tutela di individui fragili e non in grado di badare neanche a se stessi si è gradatamente trasformata nell’affermazione di un “new normal” in cui l’handicap è considerato la norma (se non una condizione invidiabile) e la normalità un privilegio da scontare, imponendo ai normodotati di adeguarsi, come comportamenti e prestazioni, ai “diversamente abili” con effetti, sulle motivazioni e sui risultati, che vediamo sotto i nostri occhi. Sfugge ai commentatori che l’handicap non è una condizione sostenibile se non in una società che lo accetti e lo valorizzi ma questa  è sua volta il risultato di un’evoluzione storica che è maturata solo negli ultimi decenni in occidente e manca ancora nel resto del mondo (addirittura, i mussulmani interpretano la disabilità come segno di sfavore divino) e che richiede livelli di ricchezza e di organizzazione sociale che non si sono mai visti nella storia. Il lavoro, lo sport, la vita sociale organizzati ad hoc coprono la modesta considerazione per cui nessun tetraplegico avrebbe mai potuto scoprire l’America e nessun autistico sarebbe mai arrivato alla corte del Gran Khan e, addirittura, nessuno sarebbe da solo in grado di provvedere ai propri bisogni immediati e lungo termine. Sono stati i normodotati, oggi tanto vituperati, a creare condizioni materiali e sociali per proteggere e valorizzare coloro che non lo sono.

Ritornando a Greta, il web ci informa che individui con la sindrome di Asperger sono spesso isolati socialmente ma non sono inconsapevoli della presenza degli altri, anche se i loro approcci possono risultare inappropriati e strani. Essi possono per esempio ingaggiare un interlocutore, spesso un adulto, in conversazioni unilaterali caratterizzate da un modo di parlare interminabile, pedante e volte a un argomento preferito, spesso inusuale. Parrebbe il ritratto della ragazzina svedese che in effetti, dallo scorso settembre, sembra avere scoperto nel cambiamento climatico l’argomento preferito riproposto in modo ossessivo e pedante. Lascio perdere il fatto che, in Italia, una ragazza minorenne ed in “obbligo scolastico” che tutti i venerdì facesse forca per andare in piazza Montecitorio con un cartello determinerebbe l’immediata attivazione del Dirigente Scolastico, della responsabile degli alunni H, dei servizi sociali del comune, degli psicologi della ASL e forse, ma non è detto, anche della famiglia di origine: si vede che nella tanto ammirata Svezia il “progresso sociale” ha portato alla distruzione dei minimi presidi di attenzione alle persone sfortunate. Quello che è strano è invece che questa povera ragazza sia stata individuata e proposta come modello di riferimento per le scelte politiche-economiche-ambientali a livello planetario.

Al netto dei magheggi dietro le sue piccole spalle orditi dalla mamma bona e famosa,  non è stato inusuale nella storia umana che personaggi con disturbi della personalità (vogliamo dire “pazzi”?) avessero un ruolo importante nelle loro, ancorchè piccole, comunità: gli sciamani, gli uomini-medicina, i pazzi-savi, proprio in virtù della loro diversa sensibilità e della loro eterodossia, della loro capacità di vedere le cose in modo diverso, sono stati spesso investiti di un ruolo magico e predittivo e la loro parola tenuta in gran peso. Ma qui il caso è diverso: Greta non dice cose diverse da quelle che noi vediamo o sappiamo o pensiamo o discutiamo ma le ripete in modo ossessivo ed ultimativo, dando diktat, ordinando ai decision maker di prendere provvedimenti per evitare la catastrofe globale che lei vede imminente, terrorizzando le opinioni pubbliche con le sue pretese profezie. Nella narrazione che le è nata intorno, lei si limita a vedere il problema ma, forse anche perché è pur sempre e solo una teenager malata, non ha alcuna soluzione che tuttavia pretende dagli altri.

Ora, è ben evidente che si tratta solo di un gioco delle parti perché “Loro”, comunque li vogliamo definire (élite, poteri forti, globalisti, ecc.), hanno trovato lo strumento perfetto per le loro campagne propagandistiche contrabbandate per informazione: se il telegiornale dà ampio spazio, fra le “notizie”, alla sesta estinzione di massa della storia del pianeta presentata come rischio attuale e concreto, è chiaro che una poveretta che sproloquia incessantemente solo di questo tema è il protagonista ideale per tali campagne. Anche la Boldrini, forse, nello sproloquiare di accoglienza deve fare uno sforzo mentale ed intellettuale e magari qualche volta vorrebbe parlare di altro, di scarpe o matematica dei frattali, della cucina delle feste o della filosofia tantrica, così, tanto per cambiare. Greta, invece, no: essendo ossessiva può parlare di cambiamento climatico quando e come e quanto vuole mentre i media devono solo decidere se darle spazio o meno secondo strategie comunicative che sono ben illustrate nel libro di Foa e che comunque seguono pedissequamente il dettato della pubblicità: lancio, rinforzo, ecc.

Ovviamente nel caso di questa sfortunata bambina non c’è niente di genuino: il mondo è pieno di persone disturbate che, non essendo funzionali al potere, non assurgono agli onori della cronaca e non sono ospiti d’onore a Davos. E d’altro canto in nessun altro campo ad un adolescente disturbato verrebbe dato il ruolo di vate, altrimenti la ricetta puerile di risolvere i problemi economici stampando soldi e dandoli alla gente sarebbe già stata applicata.  Sono invece curiosi alcuni corto circuiti logici che la sua irruzione ha determinato. Il primo coinvolge il nostro Presidente Mattarella che (se posso, lo scrivo in un prossimo articolo) appare preso in un gorgo di cose che non capisce e non domina e che si presta così acriticamente a fungere da agit prop della politica ambientale da essere richiamato all’ordine da specialisti che gli ricordano, abbastanza brutalmente, che lui è un giurista e quindi non è attendibile quando parla di clima. Ma è curioso che solo qualche settimana fa, anche lui ammaestrando i “piccoli” in uno dei consueti incontri pedagogici di cui la TV ci dà contro, avesse dichiarato che la gestione del bene comune richiede grande preparazione, probabilmente pensando alle carenze formative di Gigi e Matteo, per poi pochi giorni dopo doversi sdilinquire negli elogi di una ragazzetta malata che, al momento ed in attesa delle inevitabili lauree honoris causa, ha pur sempre e comunque soltanto la terza media. Ma ancora più sottile è il ricatto morale per cui i media hanno elevato una pazzariella al rango di vate della salvezza del globo terracqueo ma poi redarguiscono e tacitano coloro che dissentono perché non sta bene criticare la bambina malata: quindi Greta è sana e attendibile quando dice le sue cagate divulgate in mondovisione ma è una debole malata da difendere quando le diciamo che quelle sono, per l’appunto cagate: il delitto perfetto ai danni di un’opinione pubblica assente mentalmente (forse).

Ora, se mettiamo insieme Greta ed il suo ambiente, Ramy ed il suo ius soli, e tanti altri casi di pueri elevati a maestri di vita, credo si possa abbastanza concordare sulla nascita di un modello “pedocratico” per la gestione della società moderna. In passato il bimbo era usato come strumento passivo per promuovere politiche “nel suo interesse” ma adesso la narrazione è cambiata e non dobbiamo più fare “così” nel suo interesse, dobbiamo fare “così” proprio perché lo dicono LUI/LEI, un bambino ed una bambina, possibilmente malati o handicappati, il cui giudizio presuntamente innocente, perciò stesso considerato oggettivo, prevale su quello di savi, intellettuali, tecnici, esperti e, soprattutto, su quello delle persone normali che, nella vita normale, con immane fatica, questi bambini malati seguono e proteggono, ben lungi dal farsi guidare e comandare da loro.

Come mai siamo caduti in piena pedocrazia? Blondet nel suo blog fa un paragone con il sistema di spionaggio di massa che Stalin aveva imperniato sui “Pionieri”, giovanissimi comunisti istigati a spiare e delazionare i loro genitori. Non sono ovviamente quei tempi ma ovunque si vede il massimo impegno a promuovere i minori ed i loro pensieri e comportamenti, come dimostra il Mattarella che schifa gli adulti con problemi ma dedica i suoi discorsi più pensosi ed impegnativi alle classi dell’obbligo oppure  premia gli “Alfieri della Repubblica” di cui si ignorava l’esistenza.

Credo che tutto ruoti attorno al sostanziale fallimento dei progetti che “Loro” hanno sviluppato nel corso degli ultimi anni: nonostante tutti gli sforzi fatti, gli adulti non hanno accettato supinamente la narrazione dell’impoverimento più o meno felice e dell’immigrazione senza regole mentre anche il valore dell’ecologia, fino ad oggi considerato intangibile, viene messo in discussione dai Gilet Gialli. I bambini malati sono quindi testimonial emotivamente forti a sostegno di posizioni che sono fortemente discusse ma sono soprattutto l’ancora di salvataggio per tematiche che nell’immediato dovranno essere probabilmente sospese o annacquate ma che potranno essere riproposte in futuro. Nonostante lo sforzo di economisti, giuristi e financo religiosi, non è prevedibile che l’opinione pubblica europea accetterà, nei prossimi 5-10 anni, politiche pro-imm o pauperistiche o estremisticamente ambientaliste ma questo potranno farlo, opportunamente addestrati, i nostri successori.

Non possiamo nasconderci che le idee che nascono nei primi anni influenzano in profondità la visione del mondo per tutta la vita. Bimbi che le scuole portano a manifestare per l’ambiente, quando ancora sono alle medie o alle elementari, resteranno ambientalisti per molto tempo e, prima o poi, diventati elettori, nelle urne se ne ricorderanno. Ugualmente se saranno stati addestrati all’immigrazionismo, al pauperismo, all’ecumenismo passivo, al pacifismo imbelle, al culto dell’UE, alla logica del mercato che tutto sa e tutto risolve. “Loro” hanno bisogno di generare un salto antropologico e culturale, creare delle popolazioni che non abbiano alcun riferimento politico, ideologico ed economico diverso da quello corrente. La mia generazione, quella dei baby boomers, si è dimostrata poco adatta: cresciuta nelle divisioni degli anni ’70-’80, aveva i piedi ben piantati nelle ideologie politiche e, quindi, nei conflitti del ‘900 che pure è riuscita velocemente ad abbandonare diventando pragmatica e per certi aspetti cinica: ambiente, accoglienza, associazionismo, financo pacifismo erano concetti solo agli albori ai tempi della nostra adolescenza, troppo poco definiti per avere un’influenza duratura. La tensione verso l’economia, il lavoro, la realizzazione spiega perché la presenza politica di vertice dei nati negli anni ’60 si sia limitata a Letta e, adesso, a Zingaretti: la politica, allora, era per gli sfigati. Non dimentichiamo poi la presenza di un pontificato lungo e messianico come quello di San Giovanni Paolo II rispetto al quale tutto il seguito appare poca roba: gli è andata male, siamo diventati populisti e sovranisti.

Meglio è andata con quelli degli anni ’70, non a caso promossi in tromba con Renzi e Salvini: più idealisti, meno concreti, allevati da scuola e università nel frattempo decadute, incarnavano meglio di noi il prototipo del tipo che ragiona per slogan con l’unico difetto di voler essere ricchi almeno come noi e quindi di non essere pauperisti, anzi. Si affacciano al voto i millennials rintronati e politicamente assenti che vedo a scuola e si preparano i loro fratellini ben indottrinati e soprattutto abituati sin da ora ai sacrifici ed ai compiti a casa: con loro ci sarà poco da temere, diventeranno un enorme sottoproletariato abbastanza confuso ed ignorante da bersi qualsiasi cosa e tale da contrapporsi ed exiters, deplorables, vomitevoli non a caso tutti definiti dall’età matura.

In tutto questo scompare la scuola: non è sufficiente, si vede, avere docenti molto allineati e fedeli al politicamente corretto e rimbambiti da tanto di quel buonismo da avere ormai paura anche della loro ombra al cospetto delle “famiglie.  “Loro” preferiscono educare direttamente i giovani con una full immersion nelle manifestazioni di piazza dove gli slogan vengono didatticamente ripetuti per ore, ritmicamente, ossessivamente, in modo da penetrare nelle testoline chiuse al ragionamento. Un enorme esperimento di ingegneria sociale, un grande lavaggio del cervello, una rieducazione dell’homo novo che apre la strada ad un declino del continente che aveva civilizzato il mondo ed all’emarginazione e, forse, alla persecuzione dei non allineati, un paese dei balocchi dove i ciuchi hanno l’illusione di governare. Speriamo di essere abbastanza vecchio da non dover vedere come va a finire.

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  1. Pingback: DDR vista mare | Average Joe - 24 settembre 2019

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