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Politica internazionale, Politica Italia

So far so good

tripoliÈ ormai trascorso un mese dal ferale 4 aprile in cui le forze LNA del generale Haftar hanno scoccato l’attacco contro Tripoli e contro il governo di Al Sarraj sostenuto dalle forze GNA. Notizie aggiornate ci dicono che gli scontri avvengono nelle località di Al Kasarat e di el-Azizia che si trovano, Google Maps alla mano, a circa 60 chilometri da Tripoli, ergo ciò significa che Tripoli non è assolutamente sotto attacco se non per le incursioni aeree. La guerra nel deserto ha dinamiche particolari in cui, come Rommel ci dimostrò nel 1941, si può avanzare rapidamente anche di centinaia di chilometri nel vuoto umano delle dune per poi bloccarsi inesorabilmente appena si incontra una resistenza attorno ad un centro abitato e questo sta avvenendo: non conta quanto hai fatto ma quanto ti resta da fare.

Haftar ha a sua disposizione circa 25.000 uomini male armati e con poca copertura aerea. Tripoli ha circa 1,2 milioni di abitanti per cui è poco probabile che possa essere espugnata con così poco. Per conferma, basti pensare allo sforzo enorme che russi e siriani hanno dovuto sostenere per espugnare Aleppo, città da 1,9 milioni di abitanti riconquistata solo dopo anni di bombardamenti indiscriminati e con l’ausilio di un esercito regolare siriano ben più consistente, organizzato e motivato delle bande del generale. Come detto in un precedente articolo, Tripoli potrebbe cadere solo per fuga, ammutinamento o ribellione ma niente di questo si è verificato finora e, vista la debolezza di Haftar, è sempre più improbabile che si verificherà in futuro, anzi è possibile che qualcuno cominci a scendere dal carro non più vincente del generale.

In effetti la figura di Haftar viene fortemente ridimensionata. Il leader di Bengasi era riuscito a guadagnarsi una nomea di uomo forte, leader politico abile e carismatico, ufficiale competente che oggi viene completamente messa in discussione. La scelta di trasformare in guerra aperta quella che si presentava come una pacifica, ancorchè lenta, transizione politica appare, alla luce della debolezza militare, del tutto incomprensibile mentre l’aver bombardato la popolazione civile lo rende del tutto inadatto a presentarsi come unificatore del paese se, addirittura, non lo porta ad assumere le vesti del criminale di guerra. Una cupio dissolvi che può essere spiegata solo con i limiti fisici (Haftar è gravemente malato) che ne limitano l’orizzonte temporale ma rendono anche aleatorio l’appoggio, interno ed esterno, ad uno che domani può non esserci più.

Haftar ha visto sbiadire giorno dopo giorno l’appoggio dei suoi numerosi alleati: Al Sisi lo ha incoraggiato solo a combattere “terrorismo e milizie estremiste”, concetti che difficilmente possono essere accoppiati ad un governo riconosciuto dall’ONU ed anche il sostegno USA appare, a 20 giorni di distanza, sempre più ambiguo e sfumato. Trump e Putin hanno altri problemi da affrontare (Venezuela in primis, ma anche Siria ed Ucraina) per pensare che vogliano mettersi in gioco per sostenere un personaggio ambiguo e poco controllabile. Macron comincia a sudare freddo per i casini che ha in casa (Gilet Gialli, adesso sindacati, Notre Dame) e per la distanza che deve cominciare e mettere fra lui e la Germania se vuole pensare di ricandidarsi fra soli tre anni per cui i sogni di espansione in Africa verranno rinviati al secondo mandato, se mai ci sarà. Resta la pletora di paesi islamici (Turchia e Qatar contro EAU ed Arabia) che evidentemente non hanno niente di meglio da fare che farsi la guerra per procura in una specie di videogame che si situa a migliaia di km di distanza. In definitiva una situazione troppo confusa perché si possa pensare ad una guerra reale in appoggio al leader della Cirenaica che, sempre più, sembra essere vittima di una inconsulta fuga in avanti a cui  gli “alleati” si sono adeguati, più che per convinzione, per sorpresa e quieto vivere.

In tutto questo spicca il ruolo del governo italiano che non sembra avere sbagliato una mossa. Commentatori più esperti del blogger, nelle settimane passate, si sono lasciati andare a commenti esilaranti consigliando al governo di correre a chiedere la copertura di Trump stracciando l’accordo con la Cina o di portare la questione in sede UE o addirittura di chiedere l’appoggio di Macron. Verrebbe da chiedersi se ci sono o ci fanno ma la risposta giusta (la seconda) ci viene dalla constatazione che la stampa di qualità non esita, come ha fatto il mio ex compagno di partito Federico Fubini, a nascondere la verità per sostenere le proprie posizioni solitamente contrarie al nostro Paese ed al suo popolo.

Invece Conte ha fatto bene a mantenere il sangue freddo ed a tenere il punto sostenendo Sarraj ma anche aprendo ad una soluzione della crisi che non può prescindere dalla constatazione che, se non esci da Tripoli, non puoi ambire a dominare un paese di 1,759 milioni di km quadrati per cui, se Haftar è il problema, Sarraj non può essere la soluzione. Anche qui alcuni si sono scandalizzati perché l’Italia avrebbe allentato il sostegno a Sarraj ma, a parte che ciò contraddice il consiglio di passare armi e bagagli dall’altra parete, il leader della Tripolitania deve stare attaccato al sostegno italiano come alla poppa della mamma perché senza di noi, i nostri soldi, le nostre armi, i nostri soldati scudi umani in conto NATO, sarebbe un morto che cammina. Al contempo avere canali aperti con Haftar consente di gestire la situazione come lord protettore del paese con chiari obiettivi strategici che prescindono dal Risiko® territoriale: controllo del petrolio, dei flussi migratori e delle infiltrazioni terroristiche e scusate se è poco. E’ molto probabile che la riunificazione della Libia non spetterà né all’uno né all’altro ma in ogni caso chiunque la realizzerà lo farà con il beneplacito di Roma.

La realtà che sfugge ai commentatori, anche perché si tratta di un unicum mondiale, è che l’Italia è il dominus della Libia e che sono gli altri a doverla sfidare per sostituirla, non lei a dover cercare protezione. L’Italia ha in Libia un vantaggio competitivo che dura da un secolo e si basa su solidi argomenti: è l’ENI che ha lì infrastrutture, società miste, accordi finanziari, flussi di denaro destinati alle milizie ed al territorio e che ci consentono di controllare l’uno e le altre. È tutto talmente vero che i pozzi circondati da Haftar nel Fezzan non hanno avuto alcuna conseguenza dal cambio di regime e continuano a pompare tranquillamente protetti da quello che ci viene presentato come il nostro peggior nemico. Neanche una crisi come quella del 2011, finita con la destituzione di Gheddafi, si è rivelata decisiva per scalzarci dal paese, figuriamoci la guerricciola di qualche predone del deserto: davvero si pensa che i nostri asset potrebbero essere trasferiti manu militari alla Total senza conseguenze devastanti a livello di UE e NATO? O, altrimenti, davvero si pensa che un paese privo di tecnologia, che non è in grado di fare oggi quello che i romani facevano nel 200 A.C., cioè attraversare il Mediterraneo, possa espropriarci e da solo estrarre  (ma anche trasportare e vendere) gli idrocarburi? Smettiamola di scherzare e di sottovalutarci e la smetta la stampa di qualità (perché libera non ha più nemmeno lei il coraggio di chiamarsi) di seminare panico e disfattismo.

Per finire, gli 800.000 profughi non c’erano, gli sfollati libici vanno in Tunisia come tutti gli sfollati che si rispettano, la guerra ostacola i traffici migratori e, in emergenza, la guardia costiera libica si va a riprendere i pochi gommoni che scappano mentre Casarini li guarda da lontano. Questo caos durerà anni e, se gestito in funzione dell’interesse nazionale e con lucido cinismo, avremo solo vantaggi. Parafrasando il Grande Timoniere, “grande è la confusione in Libia, perciò la situazione è favorevole”.

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