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Politica Europa, Politica Italia

Finchè la barca va

download (2) Le elezioni europee del 26 maggio rappresentano probabilmente un punto di svolto nella storia politica del Parlamento Europee e della stessa UE determinando la conclusione del ciclo politico che ha contraddistinto l’Europa occidentale (e poi l’Europa tout court) dopo il 1945. Se i sondaggi sono corretti, il Parlamento conoscerà l’arrivo di una forte componente di partiti non omologabili alle tradizionali famiglie politiche (Popolari/Democristiani, Socialisti, Liberali) talchè soltanto l’alleanza di tutte e tre queste componenti consentirà il mantenimento di una maggioranza “politicamente corretta” per l’elezione del presidente e per la gestione dell’assise nel corso del quinquennio. Socialisti e popolari hanno sempre avuto, insieme, la maggioranza e solo dieci anni fa assommavano il 61% dei seggi mentre la somma delle tre formazioni sfiorava l’80% rendendo inutile la presenza liberale nella maggioranza. Nel 2019 il centrosinistra europeo avrebbe circa il 45% e solo con i liberali, oltretutto rinvigoriti da una formazione macroniana invero di difficile collocazione, si supererebbe il 60%.

Questa alleanza appare del tutto irrituale alla luce della stratificazione politico ideologica del continente a partire dalla metà del ‘700. Invero la distinzione tripartita rifletteva tre diverse teorie circa la distribuzione delle risorse economiche generate da sistemi in continua crescita (tutto agli individui, tutto allo stato, un po’ ed un po’ oppure secondo i meriti, secondo i bisogni, un po’ ed un po’) che oggi vengono messe in un canto per la superiore esigenza di far fronte comune contro i barbari alle porte ma non è chiaro come questo avrà influenza, nel prossimo quinquennio, sull’evoluzione dei partiti che nelle tre formazioni si distribuiscono. In effetti la coalizione nasce all’ombra di un’ideologia neoliberista o iperliberista rispetto alla quale socialisti e, in parte, popolari assumono il ruolo di junior partner preparandosi ad ingoiare ulteriori rospi e a lasciare sul terreno ideali, tradizioni e voti.

Anche la politica entra nel nuovo millennio ridisegnando paradigmi e classificazioni riconducibili, in linea di massima, alle diverse opzioni relative a due temi principali: 1) privilegiare l’accentramento dei poteri in una struttura tecno-buro-plutocratica o rimettere in gioco la dimensione nazionale e democratica; 2) come comportarsi di fronte ad una ristrutturazione degli equilibri di potenza trainata dal gap demografico che penalizza il vecchio continente. Queste dinamiche possono apparire più gestibili da socialisti e liberali, che comunque hanno una concezione sovranazionale e laica della politica, mentre dilanieranno (come il caso Orban sta già dimostrando) i popolari che hanno radici più forti nella tradizione e nella religione.

Il solo fatto che circa il 20% dei seggi sarà probabilmente appannaggio dei sovranisti-populisti pone le basi, penso, di una sconfitta dell’approccio tradizionale. Cinque anni fa posizioni come quelle di Salvini, Orban, Le Pen, per altro verso Farage erano appannaggio di pochi personaggi bizzarri e non era pensabile diventassero oggetto di dibattito pubblico mentre oggi rischiano di risultare maggioritarie in ciascun paese di appartenenza. Queste forze non spariranno e reagiranno a qualsiasi tentativo di accelerazione in senso contrario. Il pendolo della storia ha probabilmente già invertito la direzione portando al fallimento di un progetto politico che si è dimostrato inadatto all’evolversi dei tempi. In spregio al trattato di Lisbona, l’UE ha fallito non dico l’aggancio ma addirittura la comprensione dei due fenomeni che hanno caratterizzato l’ultimo ventennio (internet e finanza) ed è in pieno regresso economico e tecnologico. E’ un continente che pensa che Android sia un balocco e non uno degli assetti del conflitto mondiale, che si è specializzato in settori maturi e si  presenta come area eminentemente commerciale ma infarcita di ideologie progressivamente sempre più immobilizzanti: il libero mercato, l’ambientalismo, l’immigrazionismo, il multiculturalismo, il ripudio della politica di potenza e addirittura del principio di autodifesa. Ha tradito il ruolo di superstato che voleva ricoprire verso i suoi abitanti rinunciando a quei principi di difesa economica e militare e di solidarietà espansiva che avevano caratterizzato la CEE, così perdendo credibilità e consenso all’interno senza acquisire potere negoziale all’esterno. In definitiva è oggi un vascello in balia di poteri più forti dai quali non intende difendersi per un pacifismo malinteso che nasconde il fastidio di dover pagare per farlo. Da ciò lo sfogo interno con la sopraffazione degli stati e ceti forti verso quelli più deboli che ne mina alla radice popolarità e consenso, essendo incapace di dare ai popoli (cittadini è una parola forte in questo contesto) un progetto evolutivo in grado di mobilitare energie e volontà e dimostrandosi capace, invece e soltanto, di incutere terrore per quello che il cambiamento può provocare. Come tutte le organizzazioni grandi, potenti e strutturate l’UE ha cessato di essere un mezzo per diventare un fine. Però non si può avere paura per sempre e, presto o tardi, magari per caso, qualcosa succederà che spazzerà via questo assetto.

Il Parlamento Europeo rappresenta soltanto un simulacro di democrazia non solo perché privo di poteri e soggetto alle logiche di potere di cui sopra ma anche perché pretende di rappresentare un popolo europeo che non esiste. La democrazia rappresentativa, basata sul principio maggioritario, necessita come premessa di un senso di appartenenza che a sua volta richiede il riconoscimento della similitudine: accetto che la maggioranza prenda decisioni che non condivido in quanto ammetto di far parte di un contesto a me omogeneo ed in cui mi riconosco. Niente di questo è accaduto in Europa, anzi l’ultimo quinquennio ha portato alla luce divisioni, lontananze e pregiudizi fra popoli forti, forse, come solo nel primo dopoguerra. Anche se avesse poteri, è probabile che le decisioni del PE sarebbero intese come decisioni franco-tedesche o mediterranee o nord-europee o anseatiche o quel che volete voi ma sempre ricomprese in una logica NOI-VOI che è la negazione in radice del concetto di popolo. Niente di strano se il prossimo quinquennio condurrà alla crisi politica di questa istituzione.

In Italia il 26 maggio è il redde rationem di un anno di novità che gira attorno a due paradigmi: se e come stare in Europa e come comportarsi di fronte ai flussi migratori figli di quegli squilibri che abbiamo detto prima. Su tutti domina la logica del consenso che non è virato (ancora?) verso opzioni di Italexit mentre è abbastanza definito sulla seconda questione. Il tema immigratorio è esorcizzato dalla politica ma è il convitato di pietra delle scelte elettorali indotte da un 60/20 contrario all’accoglienza indiscriminata. L’ultimo mese ha visto il tentativo concentrico della politica (M5S ma anche PD, FI e Fd’I) ma anche di altri poteri (magistratura, ONU, Papa, ONG, antifa) di screditare e sminuire il ruolo di Salvini come garante della limitazione dei flussi. La politica dei porti chiusi è stata quasi azzerata dalle iniziative della ministra Trenta, di Conte e ieri della magistratura in una logica tutta politichese di aggredire immagine e ruolo dell’avversario per mostrarne le debolezze. Appare evidente, come già detto su questo blog, come la compressione degli arrivi fosse dovuta solo ad un favorevole momentum politico a cui Salvini non ha dato seguito in termini di normazione e contrasto operativo del fenomeno tanto che il decreto sicurezza bis è ormai solo argomento di campagna elettorale. Però la politics è tattica mentre la policy è strategia e, mentre si dimostrava che l’azione di Salvini non era decisiva, si confermava la validità del suo approccio volto alla chiusura dei porti. La barca che arriva coi suoi 50/60 migranti ha già aiutato la Lega nei mesi passati e penso che lo farà anche questa volta rendendo chiaro che senza Matteo gli arrivi torneranno ad essere decine e centinaia di migliaia e che, su questa scala, oltretutto in presenza di divisioni interne che minano il potere negoziale, nessun altro stato parteciperà alle ripartizioni.

Negli ultimi giorni il pendolo del dibattito è tornato verso la Lega mentre gli argomenti a sfavore (tangentopoli, spread, fascismo) hanno perso di importanza evidenziando come le elezioni saranno un referendum non tanto su Salvini quanto sulle politiche migratorie. Il paragone fra i due Mattei non è giustificato perché Renzi si proponeva egli stesso come programma politico, vuoto di contenuti ma ricco di vanità, mentre Salvini, pur non sfuggendo ai rischi di sovraesposizione, propone una policy limitata ma pur sempre aderente alle richieste degli elettori. Votare Salvini è doveroso in questa fase per tamponare i danni ma occorre essere chiari che il contrasto all’immigrazione (tema di rilevanza storica per il Paese e di importanza superiore a qualsiasi altro per gli effetti che può avere in termini identitari, sicuritari, economici e sociali) non può essere realizzato basandosi solo sulla forza politica e la capacità mediatica e non può essere realizzato con un alleato come il M5S, tanto che la decisione del procuratore di Agrigento appare un colpo di culo che permette di trovare un colpevole eccellente, di continuare ad accusare la magistratura di indebite interferenze e di continuare con il M5S senza fare cadere il governo fino al 26: dopo questo schema dovrà cambiare.

I pentastellati hanno ripreso fiato cavalcando il tema dell’onestà ma i giorni che passano dimostrano la modestia dei problemi individuati e delle soluzioni offerte. In Italia sono stati scoperti modesti illeciti che riguardano personaggi di scarso rilievo (Siri, sindaco di Legnano) e fatti insignificanti che toccano Fontana: niente di paragonabile al filmino che incastra Strache e che sarebbe il sogno proibito di antisalviniani e antitrumpiani. A lungo andare (basta arrivare al 26), appare troppo poco per mettere in difficoltà Salvini e le sue barchette e salvare il salvabile (22/24%) appare già tanto tuttavia queste elezioni segnano, in ogni caso, la sconfitta del moderatismo camaleontico di Di Maio ed il ritorno del movimento sui lidi originari di estrema sinistra che lo avevano lanciato. Come possa questo conciliarsi con la permanenza al governo con un partito di destra non è per niente chiaro e anche la Lega comincia a capirlo.

Il PD è in difficoltà su tutti gli schemi atteso che l’alleanza M5S/magistratura mette a rischio una forza che ha governato 18 regioni su 20 e ha le mani in pasta su tutto, anche sugli omicidi bancari. Zingaretti, con gretismo, ius soli, Rom e porti aperti, non parla agli elettori ma ai poteri forti a cui si sottomette in cambio di un aiuto personale, atteso che il PD sembra avere esaurito il suo ruolo politico. FI si avvia alla fine della sua storia accompagnando un Berlusconi che cade letteralmente a pezzi mentre sparisce dalla TV l’ennesimo delfino Tajani. Seguiamo la Meloni che ha bloccato il Migration Compact e sembra avere un approccio ai temi sovranisti più strutturato ed articolato di quello della Lega: un 36/38% fra i due partiti aprirebbe la strada ad una coalizione di destra di cui l’Italia ha ormai più bisogno dell’ossigeno per riformare il Paese in senso individualistico, liberistico, sicuritario ed identitario. Speriamo bene.

Discussione

6 pensieri su “Finchè la barca va

  1. Buongiorno. Condivido lo spirito dell’articolo. Potrebbe essere interessante chiarire però il senso laddove scrive “riformare il Paese in senso individualistico, liberistico”: onestamente a me, per certi versi, sembra che si soffra fin troppo di “individualismo” (più che una società, la nostra mi sembra un assieme di … individui) e … “liberismo” (o “liberalismo” ? O “libertarismo”? Qui il tema è delicatissimo e si fa presto a passare da “libertà” a ” faccio quello che mi pare e gli altri si adattino” come mi sembra oggi, purtroppo, succeda). Che ne pensa?

    Cordialmente.

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    Pubblicato da uchuunokishi | 22 maggio 2019, 13:36
    • La mia sensazione è quella di vivere in un sistema politico di carattere etico che impone ai cittadini (ma meglio sarebbe dire sudditi) obiettivi universalistici e millenaristici (salvaguardia del pianeta, redistribuzione delle ricchezze, integrazione dei popoli, unificazione europea e, in Italia, adesione acritica all’Euro, riduzione del debito, lotta a corruzione ed evasione fiscale ormai intese in senso metafisico) che sono del tutto aleatori, costosissimi e comunque posti in orizzonti temporali che trascendono la stessa vita umana individuale. Questi obiettivi impongono costi per i cittadini e limiti ai loro comportamenti che si traducono in regolamentazioni asfissianti, sempre più minuziose e capziose. Viene escluso a priori che lo scopo del sistema politico, statuale ed europeo, possa essere semplicemente il mettere gli individui in grado di perseguire la propria felicità individuale attraverso scelte di vita libere e responsabili. Nel complesso si sta creando una sorta di nuova URSS in cui la mancanza di motivazione individuale sta portando al regresso civile, economico e tecnologico. La risposta sta in una politica che rimetta al suo centro l’individuo, i suoi bisogni, i suoi interessi ed anche le sue differenze. Questo era il senso, poi può darsi che i termini non siano perfettamente centrati. Grazie del commento.

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      Pubblicato da Average Joe | 23 maggio 2019, 17:51
  2. Sarò un po’ prolissa, mi si perdoni,
    ma vorrei esprimere il mio parere sui punti 1, 2 e 3 del rinnovamento della politica.
    Punto 1: gli Stati nazionali, sono l’unico baluardo entro il quale è possibile tutelare gli interessi di un popolo TUTTO.
    Essi sono diretta espressione del comune sentire, l’unica entità abbastanza omogenea da poterne perseguire valori e desideri; ma sono altresì abbastanza ricchi di salvifiche differenze, i cui interessi dovranno essere conciliati.
    Al contrario, organi sovranazionali in mano a tecnici e burocrati, non potranno mai esprimere gli interessi di popoli, spesso assai diversi in storia e cultura. Questo, sempre che non si miri a distruggerne le differenze; le conseguenze di ciò, sarebbero per secoli disastrose e non è affatto detto che alla fine riuscirebbero.
    E io mi auguro di no: non vorrei vivere in un mondo in bianco e nero.
    Inoltre, essere orfani di rappresentanza, predispone gli organi sovranazionali ad essere monopolizzati da lobby organizzate, coordinate, ampiamente permeate da interessi privati di ricchissimi potentati.
    Punto 2: a mio avviso, gli squilibri demografici non si risolvono sradicando centinaia di migliaia di persone.
    Ogni continente, dovrebbe fare i conti con i problemi propri e risolverli. In Africa, ad esempio, andrebbe insegnato alle persone che non è possibile partorire un figlio all’anno, specie se non si ha la possibilità di mantenerlo. Ci vorrebbe educazione sessuale e civica, nonchè la concreta possibilità di creare un futuro vero per i figli.
    Nel modo occidentale invece, a mio avviso si dovrebbe finirla con questo “sistema economico” del PIL in perenne aumento. NON È SOSTENIBILE. Una stretta sulle banche sarebbe il primo passo. Ma il discorso è lungo. Troppo.

    L’ U€ è nata per superare (nel senso di passare sopra, calpestare) gli Stati nazionali, per consentire ad un capitalismo sempre più esasperato di muoversi in totale libertà. Non sta funzionando.
    La gente è smarrita, impotetente, depauperata. I soldi degli investitori milionari prendono il volo e non resta nulla.
    Le banche usuraie non sono capaci di fermarsi e condurranno il mondo a una nuova guerra.

    Questo è lo scenario che vedo io, e l’unico Governo che FORSE, avrebbe potuto cambiare qualcosa “era” questo.
    Hanno avuto paura.

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    Pubblicato da Graziella | 23 maggio 2019, 15:27

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