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Economia e società, Politica Europa, Politica Italia

Tutto in un’estate

download imagesTutto va ben, madama la marchesa: le elezioni europee sono state vinte dagli europeisti e perse dai sovranisti, il nuovo Parlamento Europeo avrà una solida ed omogenea maggioranza social-popolar-liberal-verde che garantirà che tutto continui come prima: infatti la macchina delle nomine è in panne e Junker ha chiesto ai suoi di programmare una proroga degli incarichi fino a febbraio 2020. Tutto va ben messer lo cavalier: come si può fare a risolvere un rebus pluridimensionale che tenga insieme equilibri statali, partitici, di genere e al tempo stesso tenga fuori i commissari sovranisti?

La soluzione è semplice: buttiamola in caciara ed avviamo una procedura di infrazione per debito eccessivo verso l’Italia che del sovranismo è il paese principe. Lo scopo è quello di distruggerla condannandola ad una recessione perpetua o, almeno, di costringerla a rinunciare ad incarichi importanti ed a farsi rappresentare a Bruxelles da un purosangue sovranista come Enrico Letta. Certo occorre un po’ forzare i termini della questione perché il debito/PIL dell’Italia è stato del 132,2% nel 2018, annus horribilis della presa di potere populista-sovranista, mentre nel 2017 si era fermato ad un più che rassicurante 131,2%. Non bisogna poi mai ricordare che l’indice non è quasi mai sceso sotto il 100% da quando l’Euro esiste, che era del 118,1% nell’anno domini 1997 in cui si decise di aderire e del 113,7% nell’anno di esordio 1999 e che solo nel 2007, anno di conclusione dell’era virtuosa della moneta unica, si era attestato al 99,7%. Visto che la regola del 60% è sempre esistita, l’Italia non avrebbe dovuto neanche essere ammessa ma i cinquantenni ricorderanno che nel 1997 ci si concentrò solo sul rispetto del 3% di deficit-Pil, valore miracolosamente raggiunto a furia di tasse per l’Europa e di contratti swap con banche di affari.

Se facciamo un confronto con Francia e Germania, vediamo che il rapporto debito-PIL,  nel 1998, era rispettivamente di 59,43% e 60,32% (Italia 114,94%) e che e nel 2017 i valori erano saliti (eh sì, anche quello tedesco nonostante i tassi negativi del Bund) a 96,1% e 65,7% (Italia 131,2%). Ne derivano queste variazioni percentuali:

PAESE 1998 2017 INCR. % DELTA% ITALIA/ALTRI 1998 DELTA% ITALIA/ALTRI 2017 VARIAZIONE % RATIO ITALIA/ALTRI 1998 RATIO ITALIA/ALTRI 2017
ITALIA 114,94 131,2 14%          –          –          –   1,00   1,00
FRANCIA 59,43 96,1 62%   55,51   35,10 – 20,41   1,93   1,37
GERMANIA 60,32 65,7 9%   54,62   65,50   10,88   1,91   2,00

Lasciamo anche perdere il fatto che anche Francia e Germania starebbero infrangendo la regola del 60% e che nel frattempo la media UE è salita dal 60% all’86% per cui il ratio fra indice italiano ed europeo scende da 1,92 a 1,52. Insomma, se il debito pubblico italiano è un pericolo, vero è che lo è sempre stato, che non è il solo e che, comparativamente, lo è forse meno che in passato: un’organizzazione che passa il tempo a computare numeri, a stabilire regole e a controllarne l’osservanza, se si doveva allarmare, lo doveva fare molto prima. Anche perché gran parte dell’allarme è basato su stime dei prossimi due anni che, a legislazione invariata e concordata con i vertici europei a fine 2018, non prevedono certo un aumento del debito. Caso mai il problema è il PIL che non cresce e, a questo riguardo, neanche si possono addossare particolari responsabilità al governo data la strategia export-driven impostaci da decenni a fronte del deterioramento delle condizioni internazionali che pongono il nostro Paese in sync addirittura con la ex locomotiva germanica (PIL GER +0,4%, PIL ITA +0,3%).

L’UE si basa su previsioni sue che disconoscono quelle concordate a fine dicembre e già misconosciute a gennaio. Queste previsioni sono oltretutto basate su dati parziali che non comprendono neanche il secondo semestre 2019 e che, a fronte di uno scostamento della crescita PIL dall’1% (dato, ricordo ancora, vidimato a dicembre da Moscovici e C.) allo 0,3%, drammatizza una crescita del deficit dal 2,04% al 2,4%: è ironico il fatto che il 2,4% fosse l’obiettivo iniziale del governo e che la mancata crescita a parità di deficit de facto dimostri contemporaneamente che l’obiettivo di Di Maio e Salvini era sin troppo conservativo e che il governo ha di fatto agito in tutto l’anno in modalità di controllo dei conti pubblici. A fronte di uno scostamento (puramente previsionale) del deficit-Pil dello 0,3% al massimo, la Commissione esige una manovra (ovviamente “strutturale”) che comprende 60-70 mld di aumento delle tasse immobiliari, 50 mld di aumento IVA, la riforma della riforma di quota 100: come dire che siccome hai 37 di febbre (forse anche 36,8), la cura consiste nell’amputazione delle gambe. Lascio perdere il fatto che la situazione italiana è stata peggiorata da comportamenti europei ai limiti dell’aggressione come il rifiuto di salvare le 4 banchette tramite il FITD, bocciata dalla Vestager e poi ritenuta ammissibile dalla Corte di Giustizia Europea, e dalle minacce mafiose di Schauble riferite dal ministro Tria.

La situazione è stata ben sintetizzata da Paolo Annoni il 12 giugno sul Sussidiario con un articolo che trascrivo in gran parte perché dice le cose che penso meglio di come le scriverei io: “È chiaro a tutti che nell’attuale costruzione europea l’Italia è in un vicolo cieco anche se avesse un Governo formato dal meglio del meglio del meglio della politica globale. Non si può uscire da due recessioni devastanti in cinque anni (2008/2009 e 2011/2012) senza alcuna flessibilità fiscale, senza alcuna flessibilità valutaria e senza alcuna flessibilità commerciale perché intrappolati in un’area che, sul fronte dei dazi, si muove, inevitabilmente, come un corpo unico. Questo lo capiscono tutti. Oltretutto l’Italia ha una valuta che viene “battuta” da un potere, buono o brutto non ci importa, esogeno e che oggi è controllato da un gruppo di stati che mette i propri interessi prima di quelli “comunitari”. Una colonia sostanziale.

Sono anni che ci tocca sentire che sono i mercati a muovere lo “spread”; abbiamo sentito queste follie ancora pochi mesi fa quando in tutto il mondo ci sono deficit fuori controllo, debiti pubblici esplosi e si parla ormai apertamente di monetizzazione del debito. C’è qualcuno che ha provato a sostenere queste tesi persino nell’autunno scorso e ancora in queste settimane. Le vicende italiane e di una nazione che ha ancora avanzo primario e deficit ridicoli si giocano solamente nella relazioni con la Bce e le istituzioni europee dato che la Bce è abbastanza grande da far rientrare qualsiasi anomalia nello spread in tempi rapidi, come dimostrato benissimo a giugno del 2012. Oggi non spieghiamo lo spread che scende con lo “sblocca-cantieri” esattamente come non spiegavamo lo spread che saliva con i “mercati” o con il reddito di cittadinanza a novembre quando si prometteva il deficit più basso degli ultimi dieci anni.

Nell’Unione europea gli “spread” non dovrebbero esistere e, certamente, non dovrebbero essere frutto di debiti pregressi e tantomeno di debiti provocati da recessioni globali. L’esplosione del debito pubblico italiano degli ultimi dieci anni è tutta e completamente spiegabile alla luce della recessione post-Lehman e delle politiche di austerity. Soprattutto le seconde hanno divaricato la performance con la Francia che faceva deficit all’8% e non faceva le riforme come mai accaduto. Quello che è successo è evidente a chiunque non abbia sugli occhiali la coltre dell’ideologia.

Lo spread è talmente politico che lo 0,2% in meno rispetto a novembre ha fatto scendere dai massimi il rendimento del decennale di quasi 100 punti. Il futuro economico dell’Italia non può migliorare senza un accordo migliore in Europa. Questa non è una condizione sufficiente ma sicuramente è necessaria. I “mercati” capiscono immediatamente se le istituzioni europee decidono o meno di “coprire” questo accordo e l’Italia. E se lo fanno lo spread scende. Se l’Europa non ci dà un “deal” migliore e diverso le alternative sono solo due: grecizzazione dell’Italia o rottura dell’euro oppure entrambi.

Vediamo quale accordo strappa questo Governo, per quanto e per fare cosa. Nel frattempo fino a che le due parti parlano e nessuna delle due chiude lo “spread” scende perché nessuno si vorrà mai trovare nel 2019 contro una banca centrale della dimensione della Bce. Se invece nemmeno il 2,1% basta e nemmeno in questa fase del contesto internazionale e per l’Italia c’è solo “austerity” e l’attuale applicazione asimmetrica delle regole, allora c’è davvero da preoccuparsi. Significa che la ripresa non può avvenire dentro l’euro e che o si accetta questo stato di cose, una “colonizzazione” che però tutela le rendite, oppure si deve uscire.

La validità di questi concetti è confermata da quanto è successo fra ieri e oggi con un calo dello spread di 26 pb (il 10%) su “semplici” dichiarazioni del presidente BCE. Questo articolo chiarisce bene due concetti. Il primo: se accettiamo più o meno supinamente le pretese UE, l’Italia entrerà in uno scenario di collasso economico e, a seguire, sociale e demografico epocale. Possiamo ben ipotizzare che le richieste europee siano un modo di portarsi avanti in una trattativa difficile e complessa ma, se fossero realistiche, l’ipotesi di uscire dall’Euro non sarebbe più peregrina a meno che non si preferisca avere conti in Euro ma a saldo zero. Di conseguenza la scelta di portarsi parallelamente avanti con una specie di nuova moneta a gestione nazionale non sarebbe inopportuna. Il secondo concetto rimanda ad un’ipotesi di accordo che in qualche modo lo stesso Draghi ha prefigurato proponendo all’Italia un percorso di rientro dal debito di medio termine.

Quello che emerge chiaramente è che adesso la classe politica italiana, nessuno escluso, è posta di fronte a scelte che ne definiscono chiaramente le responsabilità e chiudono l’epoca in cui si pensava di fare i c…….i con il c..o degli altri, con gli altri identificati via via nella Francia di Hollande, nella Grecia di Tsipras e Varoufakis e nella Gran Bretagna della Brexit: adesso tocca a noi e solo a noi scegliere la soluzione. Fatto sta che in questi giorni sono scomparse dai quotidiani le intemerate antigovernative e pro-UE che esaltavano le doti retoriche di Zingaretti, Renzi, Bonino, Fubini e compagnia. Solo Monti continua a difendere l’operato del suo governo e consiglia di aprire una contestazione relativa al surplus eccessivo della Germania. A parte che non l’ha fatto lui quando poteva, è un po’ come chiedere all’ostaggio di eccepire l’infedeltà coniugale del ricattatore: quale risultato pensiamo di ottenere?

Nessun politico (Monti non lo è mai stato) ha il coraggio di invocare la Troika o la punizione dei mercati mentre ancora oggi Polito, forse il più equilibrato fondista del Corriere, piazza un fondo che, pur partendo dalla consueta esegesi circa la iattura dell’uscita dalla moneta unica, si permette, addirittura nel titolo, di parlare di interessi nazionali ed auspica un accordo della Commissione con il governo italiano, parlando perfino di situazione “lose-lose” ed evidenziando il malfunzionamento istituzionale dell’UE stessa. Parlo, ogni tanto, di segnali che fanno pensare all’esistenza di un blocco di interessi nazionali molto più esteso, ramificato e profondo di quanto la politica lasci intendere. È un blocco che si manifesta quando si parla di terrorismo e mafia ma che probabilmente ha consentito anche il recupero del controllo della Libia, almeno per quanto ci interessa (petrolio e migranti), e che forse oggi sta cominciando a riflettere sui pro e contro del rapporto attuale con i poteri europei. Probabilmente la consapevolezza della gravità dell’ora è alta e se, da un lato, induce a comportamenti sobri, dall’altro impone anche un ricompattamento di quelle forze distruttive di cui la magistratura è la componente più evidente. Resta inteso che le buone intenzioni dovrebbero fare leva su una strategia negoziale adeguata atteso che chi ha inteso approcciare un negoziato con l’UE dimostrandosi più realista del re ha fatto la fine di Tsipras e della May: occorrerà probabilmente bluffare molto per portare a casa un risultato importante e ciò impone la massima compattezza interna.

Le elezioni europee hanno fugato la speranza di molti che un esito incerto aprisse la strada ad un governo tecnico, magari capeggiato da Mario Draghi. Il tentativo di trasformare Conte in una “riserva della repubblica” si scontra con la modestia personale e politica del personaggio (un suo partito avrebbe il 12% ma ricordiamoci che quello di Calenda era stimato al 24% per cui si tratta di pura fuffa) ma anche con la rottura degli indugi di Salvini che sembra abbandonare le apparenti incertezze post-26 maggio per andare verso una forte presa sul governo mettendo nei conti anche la sua rottura. Magistratopoli sgombra il campo dal rischio di putsch degli onesti o di golpettini tecnici del Quirinale. Addirittura, l’accelerazione della Commissione lascia pensare ad una percezione di debolezza di fronte all’elettorato, pronto a molto di più di quel che si dice, e di sfiducia verso una la classe politica “collaborante” che si è rivelata debole ed incapace, senza considerare che le agenzie di rating sono costrette a tenere ferme le valutazioni ed i mercati rifiutano di azionare l’arma-fine-di-mondo dell’aumento esponenziale dei rendimenti che provocherebbe un collasso finanziario globale nell’anno che precede le elezioni americane e mentre il sistema USA (vedasi la vicenda Google/Huawei per conferma) è entrato in modalità “WAR”.  Alla fine la Lega e Salvini sono investiti del ruolo, drammatico ma esaltante, di capeggiare il negoziato ed evolversi verso la forma di un “normale” partito conservatore europeo che ci riconduca alla stagione persa e tanto rimpianta della Democrazia Cristiana. Perché credo che sia ormai chiaro a tutti che si può, con enormi rischi e difficoltà, uscire dall’Euro ma non vi si può rimanere in queste condizioni che ci espongono a ricatti continui e non consentono un’azione di governo efficace.

Qual è, dunque, il grande accordo che possiamo proporre? Un percorso di graduale normalizzazione non solo del debito ma della situazione economica nazionale che porti alla riduzione del primo ed all’aumento del PIL almeno su livelli medi europei. Nessun paese è in condizioni di sicurezza senza una garanzia del debito ad opera della sua banca centrale e questo deve essere detto chiaramente. L’UE è diventata un’area in cui si pratica il beggar-thy-neighbour al massimo livello per cui le garanzie sui debiti di Germania e Francia sono a valere sui paesi più deboli. A fronte di una chiara dichiarazione politica di permanenza nell’area Euro, il governo dovrebbe esigere un altrettanto chiaro impegno della BCE a sostenerne il debito, sia in termini di rimborso che di rendimento portando lo spread a valori appena simbolici. Questo accordo dovrebbe andare verso una forma di sostituzione del debito attuale, che ha una scadenza media superiore ai sette anni ed un rendimento attorno al 2,80%, con nuovi titoli (riferimento BTP decennale) a tassi attorno allo 0,25-0,50% (ovviamente più bassi per scadenze più brevi), fino a completa concorrenza degli importi. Permanendo un attivo primario, il governo dovrebbe impegnarsi a destinare i risparmi sui rendimenti alla riduzione del debito, eventualmente costituendo un fondo di garanzia. Così facendo la situazione non peggiorerebbe perché la spesa pubblica al netto degli interessi rimarrebbe inalterata mentre calerebbe l’importo degli oneri finanziari. La maggiore stabilità della situazione politica ed economica che ne deriverebbe favorirebbe una ripresa delle aspettative degli operatori economici ed un aumento del PIL per importi tondi che migliorerebbe ulteriormente il famigerato rapporto Debito/PIL. Concentrare l’attenzione sul debito italiano permetterebbe di aumentare i rendimenti di quello tedesco che, al contrario, sta creando problemi drammatici al sistema bancario teutonico e, quindi, di realizzare quella diversificazione del costo del denaro che è il vizio originario della moneta unica. D’altro canto appena ieri Draghi, a costo di uno scontro sconclusionato con Trump, ha già prefigurato una ripresa del QE con una sorta di ultrattività del suo mandato che mai fu concessa a Trichet.

Questo grande compromesso dovrebbe avere un garante d’eccezione: Mario Draghi, il cui mandato dovrebbe essere prorogato per almeno questa legislatura europea a garanzia del rispetto dei patti. Del resto qualche anomalia si sta manifestando analogamente a quanto avviene per le altre cariche europee: si ricorderà che il 5 agosto 2011 Draghi firmò insieme al suo predecessore la famosa lettera che di fatto avviò lo sfratto di Berlusconi da Palazzo Chigi. Draghi sarebbe entrato ufficialmente in carica solo nel successivo mese di novembre ma da settimane era già stato designato, aveva compiuto tutti i passi preliminari necessari ed era evidentemente già operativo. Niente di tutto questo sta accadendo adesso, addirittura neanche si hanno notizie certe circa il suo possibile successore mentre, come detto, lui sta prendendo decisioni con un orizzonte temporale che eccede ormai di almeno un anno la scadenza del mandato condizionando il suo successore, facoltà neanche immaginata per Trichet. Forse perché si sta realmente ipotizzando che il suo successore sarà sempre lui. Un ruolo del genere sarebbe ben superiore a quello di presidente di un governicchio privo di strumenti e di forza e anche a quello di un PdR di fatto commissariato.

Su tutto questo grava il dubbio sull’adeguatezza della nostra classe dirigente, anche se confermo l’impressione che Salvini, per quanto macchina da voti più che “statista”, sia animato da quelle buone intenzioni che fanno preferire una targa in una piazza o in una scuola rispetto ai vantaggi di breve periodo, caso le perplessità ricadono sul premier e sui ministri mattarelliani messi lì a sabotarlo. Sarà un’estate lunga ma appassionante.

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