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Politica Italia

Dagli amici mi salvi Iddio

Gianluca Savoini è un “businessman” lombardo con una particolare vocazione e predilezione per la Russia di cui ha sposato una figlia ma di cui ignora la lingua. Ignoto alle cronache e poi all’improvviso presentato come deus ex machina di Salvini presso Putin, la biografia restituisce invece il profilo di un piccolo maneggione, intrallazzatore, sempre alla ricerca di affari più grandi di lui, che ci rimanda a figure tipiche della commedia all’italiana come Totò e Peppino che vendono la Fontana di Trevi o Alberto Sordi che traffica in armi in “Finchè c’è guerra c’è speranza” e che si vanta di avere fregato, “co’ a’ tessera de a’ Roma”,  il concorrente in un affare con una, per l’appunto, potenza straniera, questa volta africana. Non stupisce che nel suo peregrinare abbia incontrato quello che, a quei tempi, era un altro carneade da cui lo differenziava solo una lettera nel cognome e che insieme abbiamo ipotizzato rosee sorti future e progressive anche in quel di Mosca. È, Savoini, un personaggio che ho incontrato molte volte nel corso della carriera, quello di uno che “fa cose, vede gente”, che conosce persone che però spesso non conoscono lui e che millanta entrature e potenzialità che si risolvono in un selfie o, al massimo, in una cena a scrocco o in un invito a qualche party, cosa per l’appunto avvenuta a Mosca il 18/10/2018 e a Roma il 04/07/2019.

Anche la conversazione al Metropol (fonte: Repubblica via Dagospia) in cui parla di 65 milioni di margine su una fornitura ENI alla Russia mi rimanda a ricordi passati, quelli dei corsi di vendita in cui ci veniva detto di tentare di creare, con il cliente, un legame emotivo che superasse le naturali barriere reciproche iniziali e smussasse le oggettive contrapposizioni di interesse e che rendesse più facile lo svolgimento del resto della trattativa. È vero che nei corsi ci insegnavano anche a rifuggire argomenti “sensibili” come religione, politica, sesso e calcio, ma il contesto e gli interlocutori al Metropol erano diversi ed un po’ di “comune idealismo”, come argomento dialettico per entrare in un terreno condiviso, ci stava bene. Alla fine il nome di Salvini viene fatto solo una volta nelle prime 10-15 righe, quasi per rompere il ghiaccio e per conferire un alone ideale a quella che è una mera richiesta di provvigione, e si allude di nuovo a lui, senza nominarlo, verso la fine, un po’ prima che arrivi il conto, quasi come un commiato dopo avere smesso di parlare delle cose importanti. Nel mezzo, i “partner tecnici” parlano solo di volumi, prezzi, fatturati, logistica, provvigioni, con una certa confusione sui metodi di pagamento: cosa c’entri questo con la politica, al netto della premessa, non si sa.

L’operazione è fantasiosa perché implica la complicità dell’ENI che – a parte che non credo abbia bisogno di Savoini per parlare con Rosneft o Naftogaz –  è tuttora guidata da manager di nomina renziana e gentiloniana che ugualmente non credo si prestino a fare favori alla Lega, ed anche le dimensioni dell’operazione appaiono inverosimili per la caratura delle persone coinvolte e per le esigenze politiche millantate: la campagna elettorale di Trump, durata un anno, costò 270 M$ mentre due mesi di campagna elettorale in Italia, nei fatti condotta solo da Salvini con smartphone e Facebook, sarebbero dovuti costare circa 80 M$? Non solo non è credibile ma sarebbe anche da capire come si sarebbero potuti muovere fondi così ingenti senza lasciare traccia e come la Lega avrebbe potuto rendicontarli. E tutto ciò, oltretutto, non nel buio della notte ma mentre la magistratura, scatenata in campagna elettorale, cercava gli altri 49 milioni senza vedere questi? Per piacere, non scherziamo più.

Ciò detto:

  1. appare risibile che il primo a inveire sia lo Zingaretti che nel 1985 si iscriveva alla FGCI generosamente sussidiata di rubli sovietici via PCI (vedasi alla voce “Greganti”);
  2. questo caso non è paragonabile a quello di Mario Chiesa perché manca la pistola fumante dei soldi;
  3. non è paragonabile neanche a quello di Strache perché Salvini, a differenza dell’austriaco, non era presente all’incontro incriminato;
  4. la magistratura milanese farà una richiesta di rogatoria a quella moscovita e quindi tutto finirà lì, come avvenuto in Egitto per Regeni;
  5. per accertare che Salvini sia filo-russo non c’era necessità di montare tutto questo casino perché lo ha detto direttamente Putin all’inizio del mese in un’intervista ufficiale al Corriere;
  6. che dietro ci siano i servizi USA è improbabile visto il recente viaggio in America e che dietro ci siano i servizi russi è improbabile visto il recente endorsement di Putin;
  7. è quindi probabile che ci siano servizi italiani deviati al soldo delle potenze europee: questo caso appare simile alla procedura di infrazione lanciata contro l’Italia dopo le elezioni per evitare che il nostro Paese chiedesse troppo e ritirata dopo che i giochi erano fatti. Siccome “fatta la grazia, gabbato lo santo”, difficilmente rispetteranno la promessa di darci un commissario con competenze sensibili su materie di rilevanza internazionale (commercio, concorrenza) e la scelta sarà fra un leghista allo sport o un Moavero a qualcosa di più: meglio la prima, almeno si sdogana un principio e si rompe la “Conventio ad excludendum” antisovranista. D’altro canto, pazienza perchè quello europeo è ormai un gioco per adepti: la crisi grave, le minacce incombenti, le spaccature politiche e governative renderanno presto la Commissione un ferrovecchio inutile.

È chiaro che Salvini non può dimettersi, come chiede il fratello del noto attore, solo perché un tizio ha millantato il suo nome a Mosca o si è imbucato in qualche ricevimento per richiesta del suo “consulente strategico per gli affari internazionali” (sic). Però Savoini, con le sue associazioni ed i suoi forum (Lombardia-Russia sembra il fratello minore dell’Associazione Italia-URSS dei bei tempi del PCI), è rimasto quello che era nel 2013 ma Salvini no. Emerge la drammatica carenza di personale – politico e non – della Lega che, dietro Matteo, ha praticamente niente. Però emergono anche i limiti di Salvini che deve cominciare a essere conscio del ruolo che ha e della posizione che ricopre: va bene la lealtà verso persone che ti sono state vicine all’inizio ma una seria valutazione delle skill delle stesse è ora necessaria per evitare di barcollare dietro alle cazzate che fanno i vari Savoini, Siri, Rixi e chissà quanti altri che, nati per mestare nel buio e nel torbido, lontani dall’idea di apparire alle cronache, si ritrovano adesso del tutto impreparati a gestire gli errori del passato. È capitato a Renzi e Boschi con i genitori e adesso a Salvini con gli amici e su questo le élite hanno un enorme vantaggio potendo programmare la crescita dei virgulti (vedi Letta e Fubini) con decenni di anticipo in modo da evitare inciampi ed errori dovuti a decenni di vita da mediano coronati da colpi di fortuna non pianificati a dovere.

Come nelle imprese che crescono tanto e rapidamente, è il momento di fermarsi un attimo a fare il punto della situazione: la Lega è fortissima in Italia ma solo in modo virtuale, il M5S è una serpe in seno sempre pronta a rivoltarsi, non esiste un’internazionale sovranista (che è una contraddizione in termini) mentre l’Italia ha bisogno come l’aria di sfuggire alla colonizzazione franco-tedesca via UE e ha il suo destino in un futuro mercantile semi-neutrale a cavallo di USA, Russia e Cina. Ma questi obiettivi non possono essere raggiunti in fretta, senza cultura (generale e politica) e con personaggi improbabili: occorrono invece proprio tempo, cultura e personale credibile. Per questo un rapido ritorno alle urne, con un governo di legislatura di destra-centro che mettesse insieme un po’ di questi prerequisiti provenienti anche dalla destra fraterna e dalla forza calante, sarebbe probabilmente la soluzione preferibile.

Discussione

Un pensiero su “Dagli amici mi salvi Iddio

  1. Sottoscrivo parola per parola.

    "Mi piace"

    Pubblicato da uchuunokishi | 19 luglio 2019, 10:01

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