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Politica Italia

Illusioni di mezza estate

La recente scomparsa del magistrato Borrelli ha permesso di rievocare un episodio che avevo ben presente ma che non riuscivo più a contestualizzare. Mi riferisco al tentativo del Parlamento, nel 1992, di varare una complessa depenalizzazione del finanziamento illecito ai partiti che fu affossato dall’opposizione del pool di Mani Pulite che trovò ampia eco nella stampa e riflesso nell’opinione pubblica. Ricordo che, rivolto alla mia fidanzata di allora, fervente socialista pratese, commentai quella proposta come un “golpe bianco”, il tentativo di un parlamento che non era più specchio di una realtà politica ormai profondamente diversa da quella emersa dalle elezioni, in fondo tenutesi solo pochi mesi prima (aprile 1992), di procurarsi delle guarentigie utili anche ad affrontare il periodo di cambiamenti politici che ormai si stavano profilando all’orizzonte. Si trattava dell’estremo tentativo di avvalersi “pro domo loro” di un ruolo che la Costituzione, con l’articolo 67 (“Ogni membro del parlamento rappresenta la nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato”) pone inequivocabilmente a servizio della Nazione e non delle opinioni o, peggio, degli interessi personali di ciascun parlamentare.

Quel Parlamento vedeva la maggioranza di seggi assegnata al pentapartito con un ruolo preminente della DC (29,66%) e del PSI (13,62%) e con il classico contorno di PRI (4,39%), PLI (2,86%) e PSDI (2,71%). Tuttavia la stagione di Mani Pulite, nell’arco di pochi mesi (l’arresto di Mario Chiesa era solo del marzo 1992) aveva profondamente mutato il quadro politico nel Paese allora, peraltro, non ben registrato da un sistema di sondaggi non certo raffinato come quello odierno. Tuttavia, per confermare l’interpretazione odierna di quello scenario, basta rifarsi al risultato delle successive elezioni del 1994 in cui, a distanza di soli 2 anni, la DC non esisteva più ma i suoi due eredi (PPI e CCD) avevano insieme poco più dell’11% mentre il PSI era sceso a circa il 2%.

Questo iato fra la composizione del Parlamento ed il quadro politico corrente caratterizza anche questo momento politico. Il Parlamento votato il 4 marzo 2018 è dominato da un partito, il M5S, che dispone di 227 deputati e 111 senatori, un patrimonio di seggi ben lontano dai suoi livelli elettorali attuali e presumibili futuri ma anche del tutto sproporzionato alla sua capacità di gestirlo in termini di elaborazione ideologica, proposta politica, capacità di leadership e, non ultimo, sistema di coordinamento e controllo dato da una struttura organizzativa pressochè inesistente. Questo risultato è l’effetto di una bolla elettorale, oltretutto gonfiata dal meccanismo elettorale semi-maggioritario, che si è sgonfiata e che non si ripeterà più. Tuttavia la legislatura è ancora lunga e ha in sé il passaggio esiziale della nomina del nuovo PdR nel 2022 mentre il meccanismo retributivo dei parlamentari legato alla durata effettiva, e non a quella teorica, della legislatura induce molti di loro a privilegiare una continuazione a qualsiasi condizione del mandato. Questa situazione riguarda in parte anche i parlamentari di FI, minacciati dal calo di voti e dalla necessità di rinnovamento, ed in parte quelli del PD, molti dei quali segnati dallo stigma dell’origine renziana. Di contro, la maggioranza relativa dei voti è in questo momento in capo alla Lega mentre una coalizione di destra-destra (Lega-FdI) avrebbe la maggioranza dei seggi per nominare di sua sponte il nuovo PdR ed una di centro destra con FI potrebbe ambire forse ai due terzi dei seggi che consentirebbero di mettere mano alla Costituzione.

Ciò detto, ci troviamo di fronte ad un Parlamento di transfughi che si dice siano rotti a qualsiasi ipotesi trasformistica pur di evitare il redde rationem di nuove elezioni: si prefigura all’orizzonte lo strano ircocervo di un governo che sembra nascere per iniziativa parlamentare dei peones dei due schieramenti, rompendo mezzo secolo di primazia politica dell’esecutivo, ma che si concretizza infine in un’iniziativa di puro e manifesto interesse personale in barba agli elettori e a qualsiasi genere di mandato di cui abbiano investito gli eletti. E se questo è sconcertante, lo è ancora di più il fatto che commentatori illustri, vedasi il Mieli di cui sotto, magari gli stessi che storcevano il naso per i “responsabili” di Berlusconi, adesso considerino questo comportamento non solo accettabile ma addirittura virtuoso. Per inciso, l’esempio del 1992, seguito da quello del 1994 e poi del 2006 (tutte legislature di due anni) dimostra come non ci sia nessun ostacolo costituzionale ad una durata limitata della legislatura che permetta di riallineare orientamento politico dell’elettorato e rappresentanza parlamentare dello stesso garantendo il ruolo del Parlamento come strumento della democrazia indiretta e sottraendolo alla tentazione di trasformarsi in accolita di privilegiati che della democrazia fa strame. In verità, tutte le scelte in tal senso sono di natura eminentemente politica, anche quelle del PdR.

Come detto il focus della questione verte sul destino del gruppo pentastellato: privo dei requisiti minimi di una struttura politica, i deputati e senatori sono oggetto delle mire di opposte fazioni, per invero con diverse strategie. Salvini mira a fare leva sul timore di nuove elezioni per coartare la volontà politica del gruppo dirigente grillino inducendolo a mantenere salda l’alleanza di governo, in questo accettando anche un certo livello di polemica fra alleati ricondotta sempre a livello di fumo negli occhi per gli elettori. Conte, e con lui i centri di potere europei che lo hanno cooptato, stanno ponendo in atto un gioco più sottile. Nato come espressione del M5S, Conte si è progressivamente evoluto in una figura tecnica apprezzata e cooptata dalle élite europeiste. Queste a loro volta hanno espresso ormai il rifiuto più netto per l’attuale formula di governo che vede un ruolo crescente di Salvini, disconoscono in Italia il metodo democratico, prevedono per il nostro Paese il governo tecnico, rigorosamente coordinato con le centrali di potere UE, come forma ordinaria di governo.

La scommessa fatta da questi centri di potere al momento della nascita del governo giallo verde è stata persa: a dispetto della sequela interminabile di auspici e previsioni sfavorevoli, il governo Conte I ha superato in durata quello Gentiloni, ha il consenso del 55% degli elettori, non ha incontrato eventi sfavorevoli di carattere finanziario, la macchina giudiziaria gira, nei suoi confronti, fondamentalmente a vuoto, è sfuggito, anche se fortunosamente, agli agguati dell’intelligence (e comunque, il fatto che Salvini sia  stato ben consigliato da un dirigente di Confindustria Russia dimostra che proprio isolato non è). Per di più il M5S non è riuscito a incarnare il suo ruolo di argine alla crescita leghista. Di fronte a questa situazione, certificata non solo da un sistema di sondaggi ben più sviluppato di quello degli anni ’90 ma addirittura dai risultati di una recentissima elezione generale, i centri di potere sanno di non poter giocare la carta elettorale data la debolezza del vecchio campione (PD) e di quello nuovo (M5S) e devono di nuovo rivolgersi ad una manovra di palazzo. Tuttavia non sono più tempi di governi tecnici ordinari, quelli con a capo un esponente del potere finanziario, e questo per diversi motivi: mancanza dello stato di eccezione che lo giustifichi (spread ai minimi che addirittura risale sulle voci di crisi di governo, situazione economica e bancaria tedesca debole che sconsiglia magheggi sui mercati, elezioni USA l’anno prossimo che inducono alla ricerca di stabilità finanziaria globale), carenza di personaggi carismatici (salvo Draghi), limiti di Mattarella che non ha carisma, ha scarso prestigio, ha probabilmente meno attitudine con l’alta politica rispetto a Scalfaro e Napolitano, ha un architrave parlamentare molto più debole dei suoi predecessori.

La soluzione perseguita è quindi nuova: un take over sul gruppo parlamentare grillino operato tramite Conte che formalmente resta un elemento del movimento ma nella pratica risponde a soggetti politici diversi dal gruppo dirigente pentastellato. Un tecnico mascherato, che non passerà da alcun voto di conferma su Rousseau, che si fa forte di un gruppo parlamentare che viene di fatto sfilato all’organizzazione politica che lo ha fatto eleggere e che diventa una sorta di grande gruppo misto in cui ogni parlamentare è di fatto un indipendente. Passare dal vincolo di mandato condito di clausole di recall e di contratti elettorali al mercimonio rappresenterebbe un curioso contrappasso per il movimento ma sarebbe in parte giustificato dal tentativo, già operato all’inizio della XVII legislatura, di gestire i gruppi parlamentari con la logica e metodologia dei meetup staccati da quello che allora era il capo politico fondatore. Questa soluzione potrebbe essere vista come una naturale evoluzione della situazione politica che rende impotabile la continuazione del rapporto Lega-M5S ma potrebbe essere presentata anche come una evoluzione della proposta politica pentastellata che, nei suoi minimi termini, si traduce nella mera occupazione di ruoli di governo. Si ricorderà che tutta la lunga fase del post 2018 è stata giocata alla luce della ricerca di un alleato per consentire a Di Maio di divenire premier e d’altro canto tutta la narrazione grillina si fonda sulla sostanziale novità degli uomini a prescindere dalle posizioni politiche che possono essere ambigue o cangianti. Partendo da questo punto di forza, Conte dovrebbe poi costruire un governo con il PD ed ulteriori gruppi di transfughi, in primis forzisti, in grado di governare almeno fino al gennaio 2022 per garantire l’elezione del successore di Mattarella.

Una “prova generale” è già stata fatta a Bruxelles con elezione di Presidente di Commissione e Presidente e Vice Presidente del Parlamento. Giova tuttavia ricordare che il gruppo M5S a Bruxelles è sempre stato più omologato dei colleghi italiani, più europeista, più istituzionale e più di sinistra, oltretutto in un quadro di sostanziale inutilità dei suoi voti (almeno fino alla scorsa settimana) e di carenza di informazioni sul suo operato che rendeva gli inciuci molto più facili a farsi. Le differenze fra un piccolo gruppo al Parlamento Europeo e la maggioranza relativa a Roma credo siano invece facili a vedersi. D’altro canto il ribaltone comporterebbe la defenestrazione di Di Maio, troppo identificato con il governo in carica, e sottovaluta molti problemi insiti nel rapporto fra PD e M5S, a partire dalla questione morale che riguarda anche i democratici.

Si tratta di un progetto che ha molti limiti il primo dei quali è quello di perpetuare, fino a renderla istituzionale, la discrasia fra orientamento elettorale e formula di governo: PD e M5S sono accreditati oggi di circa il 40% in due con trend oltretutto calanti. Queste scelte (abbiamo visto l’esito delle scelte del 1992) hanno di per sé conseguenze esiziali sui partiti che se ne fanno partecipi, senza considerare la natura sostanzialmente tecnica dell’esecutivo che riproporrebbe i rischi corsi dal PD con l’appoggio a Monti nel 2011. Conte ha carisma limitato ed è un personaggio eminentemente mediatico, privo di forza elettorale propria, che rischia di ripercorrere la strada di Gentiloni, accreditato di levatura politica eccezionale e poi, terminato il suo gabinetto, sostanzialmente scomparso dall’agone politico. Lo stesso PD appare estremamente diviso e poco incline a scelte che, con i numeri attuali, possono comportare prezzi politici pesantissimi a partire dalle critiche elezioni emiliane di gennaio. Il governo infatti avrebbe una connotazione eminentemente trasformistica e verticistica che provocherebbe dissenso nell’elettorato e renderebbe difficile mantenere la quadra per quasi tre anni, come l’esperienza di Renzi dovrebbe ricordare. Le differenze politiche fra PD e M5S non sono forse meno, tolta (ma non è detto) l’immigrazione, di quelle esistenti fra M5S e Lega. D’altro canto lo stesso ancoraggio alle politiche UE, sostanzialmente immigrazioniste ed austeritarie, appare in questa fase molto poco pagante in termini di consenso. Dal lato PD c’è il fattore Renzi che, da solo, votando contro, priverebbe il governo della maggioranza al Senato per cui un allargamento, non so quanto plausibile per vertici ed elettori grillini, ai responsabili di Berlusconi sarebbe necessario. La scommessa, l’ennesima in questo senso, è quella di togliere a Salvini una tribuna elettorale permanente e lasciarlo solo ad affrontare improbabili Russiagate confidando in una caduta del consenso che permetta di riparare la frattura eletti/elettori con l’elezione di un nuovo popolo.

Si tratta di un progetto molto giornalistico e con molti punti deboli che si appiattisce su una retorica europeista miope che replica schemi ormai rifiutati (austerità, immigrazione) e che sottovaluta i cambiamenti in corso nella pubblica opinione ormai stufa di formalismi, ipocrisia e retorica e ansiosa di risultati.

Questa lettura è confermata dal fondo di ieri di Mieli sul Corriere di cui cito ampi stralci:

Il presidente del Consiglio è stato capace di trascinare con sé il frastornato movimento ponendosi in sintonia con il tradizionale establishment italiano, quello europeo, l’intero mondo economico e il Quirinale. Ci è riuscito offrendo ai grillini una prospettiva di tenuta della legislatura che offrirebbe ai pentastellati la garanzia di restare a lungo in Parlamento e persino al governo.

Conte si trova così nella situazione — pressoché inedita nella storia d’Italia — in cui è capo di un esecutivo che poggia su due maggioranze: la prima, più instabile, in compagnia dei soli leghisti; la seconda, di unità nazionale, con il Pd ma anche, probabilmente, Forza Italia. Partiti che, pur restando all’opposizione e votandogli contro, d’ora in poi concentreranno le loro energie esclusivamente al contrasto di Salvini.

Per un po’ il «vincitore delle europee» sarà confortato da sondaggi che continueranno a darlo in espansione, ma il combinato di maggioranza e opposizione si impegnerà ad imbrigliarlo, finché ad un certo punto misteriosamente le rilevazioni cambieranno di segno: da quel momento il vento soffierà in direzione ad egli avversa. E il risultato delle successive elezioni politiche risentirà di questa mutazione climatica presentandosi in modo assai difforme dai sondaggi iniziali.

Certo, non è detto che tale immagine sia adatta a far guadagnare voti ai Cinque Stelle. Ma questo non costituisce problema per il presidente del Consiglio anche perché (a meno che non sia stato colpito dal virus che ha infettato molti «tecnici» suoi predecessori) è improbabile che al termine della legislatura vada a cercare un seggio in Parlamento.

Il ministro dell’Interno è rimasto solo a contrastare la sapiente offensiva delle imbarcazioni Ong, sostenuta con maggior convinzione da Chiesa, magistratura e opinione pubblica internazionale (Ndr: in altri termini, ci si bea senza ritegno di un complotto internazionale e di organi costituzionali contro il legittimo Ministro dell’Interno italiano).

Situazione simile a quella nella quale si trovò per ben due volte Silvio Berlusconi: la prima tra la fine del 1994 e l’inizio del 1995, quando dovette cedere lo scettro a Lamberto Dini; la seconda nel 2011 allorché fu costretto a farsi sostituire da Monti. La novità rispetto al passato sarebbe che stavolta alla guida del governo di salute pubblica resterebbe lo stesso Conte.

E Salvini potrebbe trovarsi nelle condizioni di Berlusconi che, entrambe le volte, giudicò saggio votare la fiducia al destinatario della manovra politica compiuta a suo danno (Ndr: la scelta di B. fu invero dettata dai forti interessi personali legati alle aziende che mancano invece a Salvini)

Questa soluzione presenta invero un altro enorme rischio. Dato che il centro destra ha, al momento, la maggioranza dei voti, essa si configura come una strategia intimamente eversiva volta ad impedire che la maggioranza dei cittadini possa esprimere un proprio governo. Se questa contraddizione non venisse rapidamente sanata da un calo dei consensi al centro destra (cosa che le rilevazioni SWG del 22 luglio sembrano escludere), non potremmo non parlare di un ennesimo golpe bianco volto a limitare la sovranità popolare e, mediatamente, quella nazionale in nome di un malinteso europeismo che fa strame dell’art. 1, comma 2, della Costituzione e, al contempo, di una interpretazione puerile ed estremistica della Costituzione che, chiamando fascismo tutto quello che non è di sinistra, legittima di fatto un’apartheid politica verso le componenti moderate. Si ricreerebbe una situazione simile a quella degli anni ’70, con la conventio ad excludendum ai danni del PCI allora e della Lega oggi, con la non piccola differenza che il PCI non divenne mai maggioranza, che fu fermato per vie elettorali e che i comunisti, a differenza della Lega, al governo non c’erano, mentre le interferenze internazionali, allora occulte, oggi sono alla luce del sole. Si replicherebbe ab aeterno l’esclusione della destra dal quadro costituzionale, pena che addirittura per i fascisti fu limitata (Art. 12 Disposizione Transitorie) a soli 5 anni. Al di là dei formalismi, non si può non evidenziare il rischio di sostanziale rottura della legittimità costituzionale che questa strada implica con ulteriori rischi di tenuta formale e sostanziale del sistema.

Ora, è evidente che la Costituzione fu approvata in un tempo in cui non c’erano i media, i sondaggi li faceva solo il PCI con le sue sezioni ed in cui si votava una volta ogni cinque anni e non cinque (ma forse dieci) volte all’anno come adesso per cui l’esito delle politiche non era soggetto a continui stress test come oggi. Il Parlamento rappresenta per forza il dato elettorale di un certo momento e non ha capacità dinamiche nei periodi infraelettorali. Non esistono più partiti chiesa che assicurano stabilità politica ed elettorale, gli elettorati sono cangianti e volubili e sarebbe opportuno prendere atto di questi fatti riducendo, come proposto da Enrico Letta, la durata delle legislature portandola da 5 a 3 anni. Ma, de iure condito, dobbiamo ipotizzare qualche risposta politica e non giuridica al problema di legittimità che, de facto, si pone.

Molto, se non tutto ruota, attorno alla pretesa di Mattarella di esercitare un’influenza sulla scelta del suo successore evitando che avvenga in una successiva legislatura ed imponendo soluzioni a medio termine e molto forzate in quella corrente. La debolezza del Presidente rende difficili le soluzioni ma dovrebbe trovare logica conseguenza nelle sue dimissioni: questa decisione garantirebbe la nomina del suo successore nel corso di “questa legislatura” e fugherebbe i dubbi di interessi personalistici del Capo dello Stato nel perpetuare una carica ormai divisiva e sterile di risultati. È presumibile che il maggior candidato alla successione sarebbe Mario Draghi. A questo punto si aprirebbero due scenari alternativi:

  1. il primo, di breve respiro e perpetuativo della situazione attuale, vedrebbe l’elezione con la maggioranza semplice da parte di PD-M5S-FI e transfughi vari dando alla nomina il carattere tipicamente divisivo che ha caratterizzato le elezioni di Napolitano e Mattarella;
  2. il secondo, fondativo di un rinnovato patto costituzionale, vedrebbe l’elezione con la maggioranza qualificata al primo turno con anche i voti della Lega e di Fd’I nel quadro di un accordo che preveda la caduta del governo, lo scioglimento immediato delle camere e nuove elezioni che vedrebbero, presumibilmente, la vittoria della destra-destra o del centro-destra, con il che Salvini assumerebbe la premiership ma nel quadro di un ancoraggio europeista che comunque gran parte dell’elettorato storico della Lega desidera. Sarebbe questa una strada di pacificazione nazionale che chiuderebbe il periodo dell’antifascismo militante, ormai privo di riscontro razionale, porrebbe le basi di una nuova unità nazionale, ridefinirebbe il quadro fattuale dei poteri costituzionali con un ritorno all’ordine di magistratura e PdR, garantirebbe un rapporto fra pari con l’UE che preluderebbe ad un possibile risanamento anche della situazione finanziaria e, last but not least, normalizzerebbe il quadro politico con l’ingresso della Lega in un rinnovato “arco costituzionale” da cui oggi (Franceschini docet) è esclusa.

Chi segue un po’ il blog sa che il l’autore ha vaticinato un grande accordo UE-Italia per un’aggressione al costo del debito pubblico tramite QE dedicata garantito da Draghi confermato come Governatore della BCE. Sfumata questa ipotesi ma posta la BCE sotto controllo politico, questa soluzione potrebbe essere realizzata con un’inversione del ruolo di Draghi, unico italiano dotato di carisma e riconoscimento internazionale. Salvini del resto uscirebbe dal cul de sac in cui si sta cacciando ed in cui, incapace di promuovere alleanze costruttive, rischia di logorarsi fino a disperdere il proprio consenso mentre le contraddizioni insite nella sua politica, e previste a suo tempo dal blogger, rischiano di spezzare la Lega conducendo alla nascita di una nuova Lega Nord che ridimensionerebbe il ruolo del Capitano: Fontana e Zaia, preannunciando essi stessi il rifiuto della firma, hanno coperto Salvini ma il problema dell’autonomia resta come spada di Damocle sulla testa di un partito sovranista e nazionale ma con il baricentro nel nord. Non da sottovalutare la recrudescenza terroristica ben canalizzata dai servizi deviati (nessun anarchico insurrezionalista che si rispetti ha la minima idea di come funzioni una cabina elettrica ferroviaria a Rovezzano) che rappresenta l’ultima chance (dopo che immigrazione, magistratura, spread si sono rivelati inefficaci) per far cadere il governo e che potrebbe saldarsi con un movimento ONG combattente di cui Carola pare essere il prodromo.

Ora, nessuno si nasconde le difficoltà insite in un simile passo che comporta rinunce importanti ed attenta alla vanità di molti. Ma a nessuno, credo, sfugge neanche la portata storica dello stesso e l’effetto stabilizzante e rivitalizzante che avrebbe sul Paese sottratto finalmente ad una deriva pluridecennale di frammentazione, odio e guerra per bande con una prospettiva spesso limitata a pochi giorni e con obiettivi miserrimi. Certo ci vorrebbe altra gente, della stessa pasta di quella che si trovò  a gestire i passaggi esiziali del dopoguerra e del terrorismo. È probabilmente solo un’illusione ma quando le difficoltà sono grandi varrebbe la pena immaginare anche grandi scenari evolutivi.

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Come tutte le estati, anche il blogger va in vacanza per cui i commenti si diraderanno. Un caro augurio di buona estate a tutti i lettori.

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