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Keep Calm

download (1)Il blog ha più volte criticato Matteo Salvini per la sua decisione di proseguire, dopo le elezioni di maggio, la collaborazione di governo con il M5S invece di sfiduciare Conte e di richiedere l’indizione di nuove elezioni politiche che sancissero definitivamente i nuovi equilibri politici nel Paese. Ingenuamente caduto anche lui, come il leader leghista, nel tranello della convinzione che in un paese democratico la politica debba, almeno per sommi capi, essere aderente alla volontà popolare, non è quindi intenzione del blogger unirsi al coro di critiche che sono piovute addosso al Capitano nel momento in cui ha, sia pure tardivamente ed in epoca inusuale, adempiuto alla richiesta. Queste critiche provengono dalla stampa, che ha immediatamente ridimensionato la cifra politica del leader leghista dopo essersi interrogata per mesi sul perché non passasse all’incasso, e addirittura dall’interno della Lega dove il mitico Giorgetti, accreditato di capacità politiche al momento evidentemente inespresse, dopo essere stato per mesi il portavoce di quelli che non sopportavano più l’alleanza con i pentastellati, adesso dice che “è stata una scelta di Matteo”.

Da parte mia confermo che questo tentativo andava fatto perché la politica ha la sua logica e non ha alcun senso avere sondaggi del 38% e non provare a realizzarli, sfruttando anche l’evidentemente  limitata finestra di una legge elettorale parzialmente maggioritaria ed il sostegno alla richiesta di nuove elezioni da parte del 62% degli elettori, e perché il governo aveva raggiunto il suo limite oltre il quale la permanenza poteva risultare deleteria per il consenso della Lega, e ci può stare, ma anche per il Paese, e questo è evidentemente più pericoloso. Poteva averlo fatto entro la “finestra” del 20 luglio il che avrebbe dato al tentativo più comprensibilità e più forza dato l’evento elettorale di maggio e ridotto il rischio di manovre dilatorie ma, vista la repentinità e l’originalità delle reazioni e la mancanza di reali motivazioni (i tassi di interesse attuali sono più bassi di quelli pagati al tempo di Gentiloni e lo spread non cala perché il Bund decennale rende il -0,60%; una legge elettorale maggioritaria, ricordiamolo benedetta dal grande PdR un anno e mezzo fa, in queste condizioni politiche, se solo si volesse essere arbitri e non giocatori, chiamerebbe con forza le elezioni perché renderebbe rapidissima la formazione di un governo forte per la manovra di fine anno, come peraltro ipotizzato anche da Fitch e Financial Times, senza considerare che non si vede perchè un governo di emergenza debba avere fra gli obiettivi la realizzazione dell’ennesima riforma elettorale) in realtà occorre pensare che i “piani B” fuoriuscivano dai cassetti e che anche a giugno-luglio si sarebbe trovata qualche scusa per non votare.

A partire dallo scorso dicembre, con la sgangherata, quella sì, vicenda della finanziaria 2019 il governo si era rassegnato ad una gestione tripartita in cui a Conte spettava la politica europea, a Di Maio quella economica in chiave chavista-assistenzialista e a Salvini quella securitaria. Sul primo punto, Salvini (e con lui Di Maio) avevano fatto il grande errore, che avevo evidenziato da subito, di tirarsi fuori dalla negoziazione diretta con la UE sulla finanziaria così favorendo il lancio in grande stile di Conte che, per inclinazione, motivazioni, ambizioni, stile personale, doti dialettiche, conoscenza delle lingue straniere, ci ha messo poco ad essere accreditato in Europa come l’ennesimo grande leader italiano misconosciuto in patria. Lascio perdere che per un tecnico, quale alla fin fine il buon Beppe è, essersi accreditato a cotanti livelli apre spazi di carriera, non solo politica, enormi. L’errore è stato suggellato dalla rimozione di Savona che ha cambiato definitivamente la cifra del rapporto con l’UE, da antagonista a connivente as usual. Sul secondo aspetto, Salvini ha semplicemente pagato la cambiale reciproca firmata con Di Maio sul contratto ma è stato evidente che teoria politica economica del M5S, ancora più che la prassi, erano urticanti per gran parte di quell’Italia del fare che guarda al Capitano come l’ultima speranza. Proseguire in questi termini, con la finanziaria più importante dal 1992 ancora da imbastire, era pericoloso per lui e per il suo elettorato oltre ad indebolirlo, come la vicenda Open Arms dimostra, anche nel suo territorio di caccia.

I pentastellati che adesso gli rinfacciano la rottura del contratto, dovrebbero forse ricordare i due mesi di campagna elettorale in cui si sono lanciati pancia a terra contro Salvini manco fossero all’opposizione, tirando fuori dall’armadio il loro trito armamentario giustizialista a partire da vicende del tutto marginali e non provate (Siri) o addirittura concluse con l’assoluzione (Rixi). Si ricorderanno in quella fase anche i mal di pancia contiani sulla gestione dell’immigrazione (“vado a prenderli con l’aereo di stato”). Anche dopo le elezioni il comportamento non è stato leale con Conte che ha gestito senza condivisione la partita della procedura di infrazione, ha gestito la cooptazione normalizzatrice del M5S nella maggioranza di Ursula con la contestuale rinuncia alla proposizione di cambiamento dell’UE, sia pure dall’interno, condivisa con la Lega, ha glissato sul commissario UE spettante al primo partito europeo e, soprattutto, ha cercato ingenuamente di incastrare Salvini nell’inverosimile vicenda russa facendo esilaranti comunicazioni in Parlamento con il solo scopo di attirarvi anche il Capitano. Da non dimenticare anche che lo stesso Conte, chiusa la finestra del 20 luglio, era largamente tentato, anche per il supporto mediatico dilagante, di stracciare lui stesso il contratto per veicolare il gruppo parlamentare grillino verso una maggioranza di sinistra.

Per finire la disamina di Conte, direi che il tentativo ipotizzato dalla stampa (e dal Quirinale?) di affidargli il M5S per traghettarlo anche in Italia, in modo “naturale”, verso il PD è fallito. È vero che il governo giallo-rosso probabilmente si realizzerà ma questo avverrà prima e non dopo la finanziaria, che avrebbe dovuto fare esplodere le contraddizioni giallo-verdi mettendo in difficoltà Salvini sul lato economia, e soprattutto, probabilmente, senza di lui, rivelatosi ambiguo e inaffidabile per entrambi i partner, al vertice.

Se sarà accordo PD-M5S, entrambi i partiti ci arrivano in modo diverso da come volevano e sull’onda di capitomboli strategici ed elettorali che 20 giorni fa sarebbero stati inverosimili. Il PD ci arriva sull’onda di un’emergenza che lo costringe ancora una volta a fare il partito di sistema accettando una manovra di palazzo che porta ad un governo balzano e malfermo in compagnia di compagni di viaggio (i grillini e, alternativamente, LeU o Berlusconi) che non gradisce, accollandosi una finanziaria monstre, una recessione che probabilmente arriverà dalla Germania e sapendo che tutte le sue contraddizioni non si scaricheranno assolutamente fra quattro anni, come vuole la vulgata, ma entro quattro mesi, alle elezioni emiliane. La rilevanza di queste elezioni si capisce se si pensa che il PCI non è mai stato al governo dell’Italia, che i suoi discendenti lo sono stati solo per 12 anni ma che tutti sono stati al governo dell’Emilia sin dal 1970 per cui passare alla storia come il segretario che ha perso l’Emilia non sarà un gran viatico se, addirittura, il PD rimarrà integro dopo una simile eventuale sconfitta. Oltretutto, il PD arriverebbe a questa decisione come risultato di una procedura assurda in cui Renzi, sconfitto nel 2016 (referendum), 2018 (politiche) e 2019 (congresso), si scopre ancora segretario reale al di fuori di tutte le regole e procedure interne e con visioni per il futuro profondamente diverse da Zingaretti sia sulle elezioni (NO/SI) che sul governo (istituzionale/politico). L’impressione è che il PD sia eterodiretto e il fatto che Renzi abbia ribaltato le sue posizioni in 15 giorni dopo che Gozi è diventato ministro a Parigi qualche conferma ce la dà. Per finire, il PD non vorrebbe andare al governo ma probabilmente ci andrà lo stesso: auguri.

Il M5S conclude con questo governo il suo ciclo di vita: un movimento ribellista e carismatico non può passare dalla vocazione maggioritaria (il 51%) a quella populista di destra a quella politically correct di sinistra senza perdere tutta la sua credibilità. È vero che in passato ha giocato arditamente fra temi di destra e di sinistra offrendo a molti ambiti elettorali elementi di adesione mai del tutto esplicitati ma questo giochino si poneva comunque in un’ottica di cambiamento e non di restaurazione. Il M5S è schiavo della sua smania di potere che rappresenta la cifra politica della leadership Di Maio ed in cui solamente si sostanzia la sua proposta politica. Per questo arriva alla trattativa col PD da posizioni di debolezza che avranno effetto anche sulla sua leadership (per altro ancora, de facto, evidentemente in mano a Grillo) e sulle scelte politiche  che imporranno bei rospi da ingoiare: in futuro si conformerà, su bassi livelli, come lega terrona che non avrà spazi politici al centro nord. Certo che, parafrasando i Simpson, se uno ha come massimo scopo della vita politica pagare l’affitto o il mutuo, allora ha ben poco da temere.

Conte sarà probabilmente fuori dalla partita: compromesso con la Lega, il suo tentativo di ravvedersi all’ultimo accogliendo la Open Arms fa forse peggio che meglio visto che imprime a questo governo un marchio immigrazionista che non solo Di Maio ma anche Zingaretti (freddo anche sulla Sea Watch) vogliono, almeno in questo momento, evitare (solo per inciso: l’ordinanza del TAR di Roma è offensiva per i normali cittadini che mai hanno una risposta giudiziaria in 24 ore e, nel suo eccesso di potere evidenziato da numerosi professori di diritto, distrugge le basi degli equilibri costituzionali asservendo le decisioni politiche al vaglio della magistratura. Distruggere lo stato di diritto può portare vantaggi di parte nell’immediato ma anche porre le basi della comune rovina futura).

Se ci saranno anche i diversamente compagni di LeU (ad oggi, 2%) si realizzerà una combinazione tripartita che probabilmente nessuno voleva nemmeno nel 2018 e che, spostando ulteriormente a sinistra il governo, creerà ulteriori problemi a tutti su immigrazione e tasse.

Un rischio per Salvini è la rinascita della Lega Nord che potrebbe barattare lo scalpo del suo progetto nazionalista con l’autonomia delle regioni del nord est. Giova ricordare, soprattutto a loro, che i grandi leader Maroni e Zaia avevano portato la Lega, nel 2013, al lusinghiero traguardo del 3,5% facendo mancare il quorum al centro-destra ed aprendo la strada al quinquennio renziano: farebbero bene a non disprezzare chi ha raggiunto livelli di 10/11 volte superiori, oltretutto per perseguire quell’accordo al ribasso che Fontana e Zaia hanno rifiutato a Conte, ma in pieno revival politicista non ci potremmo stupire di niente.

Anche se non è stata un errore, la mossa di ferragosto non è stata certo un successo. Alla fin fine, in mancanza di elezioni, le alternative sono l’opposizione o un ruolo ridimensionato in un governo giallo-verde che comunque al momento pare escluso. In caso di opposizione, non credo che il futuro di Salvini sia definitivamente pregiudicato: a partire dalla seconda repubblica la politica è stata identificata con la mera gestione del potere ma la storia dimostra (PCI, FI, lo stesso PD nel periodo berlusconiano) che si vive anche all’opposizione. Matteo ha dalla sua alcune proposte forti che sono relative alla sovranità, alla sicurezza, all’economia, al rispetto della volontà popolare che vanno verso gli intendimenti di gran parte della popolazione. Non ritengo, da parte mia, che un governo così malnato e malassortito possa durare davvero per 42 mesi (scadenza naturale della legislatura) o 29 mesi (elezione del nuovo PdR) come si legge sui giornali considerando che Monti durò 16 mesi (compresi due di gestione corrente), Amato 10, Andreotti 19 nel 1978-79 del terrorismo imperante e del compromesso storico. Stare all’opposizione in modo coerente è meglio che cercare rimedi improvvisati che minano l’immagine e la credibilità.

Negli ultimi giorni, anche su molti siti di ben altro livello ma affini politicamente a questo, si sono spese molte critiche verso Salvini, non solo per la scelta politica fatta (rispetto alla quale si confonde, come detto sopra, un insuccesso con un errore) ma anche per il suo profilo personale descritto come rozzo, sguaiato ed incolto. Siccome da parte mia non sono mai scaduto nell’agiografia ed alcuni suoi limiti li ho evidenziati da quel dì, non mi sento in difetto se non aderisco a queste critiche. Al netto del Papeete, Salvini in questo anno ha fisicamente incarnato la richiesta di normalità e di speranza proveniente dal paese normale. A lui si sono rivolti gli abitanti delle borgate invase dai Rom, i genitori delle ragazze uccise dagli immigrati, i terremotati, i genitori di Bibbiano, gli abitanti di Genova. Se lo hanno fatto è perché lo hanno interpretato come uno di loro e non come un politico paludato e distaccato le cui visite sono solo prammatica istituzionale: i TG sono pieni di video in cui Mattarella cammina a Napoli accolto solo dalla scorta o visita la Sardegna, a luglio, con una claque di bambini precettati fuori orario dai maestri con le bandierine in mano. Questa è la sua cifra personale e questo è uno dei motivi del suo successo. Questo, del resto, è il popolo italiano e se, come sembra, lo si vuole rappresentare, lo si deve prendere così com’è e lo si può fare con le mance di Renzi e Di Maio o con una proposta politica unificante, come fa Salvini. Contestarlo su questo aspetto, mentre per altro verso e giustamente sugli stessi siti si fa grande controinformazione su abusi e crimini delle élite, dà il senso di un populismo con la puzza sotto al naso che è una contraddizione in termini. Al netto del fatto che nessuno dei leader dei quattro principali partiti è laureato e che Renzi e Berlusconi hanno una modesta laurea in giurisprudenza, non è neanche compito di un leader essere un fine intellettuale. Compito di un leader è quello di aggregare consenso sulle sue proposte e questo Salvini lo ha fatto e se alla fine le proposte non prendono la forma di un libro è anche perché, al momento in cui siamo, le esigenze sono talmente basilari da non richiedere una grande elaborazione teorica. Non escludo che da qualche parte ci siano personaggi più preparati e di maggiore spessore governativo ma nessuno ha evidentemente ritenuto di farsi avanti e di prendersi la fatica, le responsabilità ed i rischi che questi 5 anni hanno comportato. Si fa la zuppa con il pane che si ha e oggi questo è filone migliore di cui si dispone: non mi sembra né giusto né produttivo criticarlo ed indebolirlo senza proporre una reale alternativa, senza neanche dargli l’attenuante di un sistema di potere che ormai si muove contro di lui completamente al di fuori dei canoni costituzionali.

Se, come oramai probabile, il suo futuro prossimo dovesse essere quello dell’opposizione mi sento di fare solo una critica che suona come un consiglio: coinvolgere davvero il popolo. Leader populista (ma ormai direi anche popolare), alla fin fine l’azione politica di Salvini si è svolta quasi solo sui social che hanno, a mio avviso, il grave problema di non essere compresi dalle “istituzioni”. Quando Zuckerberg venne audito dal congressisti americani, molti di loro dimostrarono di non conoscere assolutamente Facebook® e per altro verso non credo, per dire, che Mattarella, abituato ad altri codici, possa essere in qualche modo impressionato dai like o dai follower del Capitano. È mancata, anche in questo caso, avendo provocato la crisi ad agosto, la chiamata in piazza che sempre ed ovunque determina le grandi scelte politiche, a Parigi come ad Hong Kong. Una grande manifestazione a Lampedusa contro le ONG o, adesso, una grande sfilata sotto il Quirinale al grido “elezioni, elezioni” lo avrebbero forse rafforzato in una battaglia che per lunghi tratti è stata quella del solo contro tutti, esaltante ma usurante.

Spesso le vittorie (Churchill nella IIGM, più modestamente Renzi nel 2014) sono frutto di sconfitte ben gestite (Churchill nella battaglia dei Dardanelli nel 1916, più modestamente Renzi nel congresso 2012). La vita continua, non disperiamo.

Discussione

Un pensiero su “Keep Calm

  1. Visto che è concesso esprimere il proprio pensiero lo farò.

    Ingenuamente avevo pensato che l’unica cosa buona potesse fare questo Governo,
    era una battaglia all’ultimo sangue in UE, anche perchè la nostra morte (finanziaria tramite spread) significava di conseguenza la fine dell’UE stessa. Era un confronto che POTEVA e doveva essere vinto.
    Quando sento dire che Salvini doveva passare all’incasso, mi chiedo: per cosa?
    Gli unici due schieramente (almeno a chiacchiere) euroscettici erano al Governo.
    Con chi, fare una battaglia in UE? Con Forza Italia? O con Fratelli d’Italia, votati per la maggioranza da imprenditori che ancora non hanno capito che l’Euro non è un affare neanche per loro?

    Salvini avrebbe fatto bene a mettere spalle al muro il Movimento sul tema Euro e i rapporti con gli amici di Bruxelles.
    E invece nulla. Il silenzio. Un po’ di faccina sdegnata quando Conte (di sinistro pensiero, lo ricordo), con PIENO MANDATO si è recato in Europa a mostrarsi servizievole cameriere, come tradizione per l’Italia vuole.
    E l’impeachment a Mattarella (caso Savona)? Macchè, tante volte si desse l’impressione di fare sul serio.

    E sulle ONG e i vergognosi magistrati che si puliscono il deretano con le leggi, gli italiani ed il buon senso?
    La risposta? Su facebbok, naturalmente. Tante volte pensassero che si vuol far sul serio!

    E ciliegina sulla torta: la possibile consegna dell’Italia al Partito Deitraditori.
    Ha fatto male i calcoli Salvini? Ma alla scuola elementare non gli hanno insegnato a contare?
    Oppure lo ha fatto apposta, spingendo il Movimento verso il fedito amante?
    Ancora peggio. Significa essere disposti a sacrificare l’Italia per il futuro consenso.
    Ma quale Italia? Cosa resterebbe dopo un ulteriore scempio delle vendute sinistre?
    Macerie, miseria, negri in quantitè e un altro PdR di rossa provenienza. Ma grazie, grazie di cuore.

    Quello che doveva essere fatto NON È STATO FATTO.
    Restiamo schiavi del 4° Retch. Servi umiati che dovranno sgobbare per mantenere il valore del marco-mascherato utilmente basso, ad arricchire quelli che verranno ad espropriarci le case.
    E siccome i due contraenti (Salvini compreso) sanno benissimo che soldi non ce ne sono, è iniziata la rissa per accaparrarsi l’osso. Ma Salvini è più furbo e si è defilato. Così sarà colpa del PD se dovremo svendere anche quello.

    Mi si perdoni lo sfogo

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    Pubblicato da Graziella | 22 agosto 2019, 15:04

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