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Politica Italia

Tempi bui

giuseppe-conte-1205603Non più tardi di un mese fa, di fronte al tam tam mediatico che spingeva al giusto ribaltone di Conte con il traghettamento del M5S verso lidi democratici ed euroconformisti, suffragato dalle prime aperture di Franceschini, la Direzione DEM votò una risoluzione in cui escludeva qualsiasi accordo con il M5S. A questo si arrivò dopo una dura requisitoria di Zingaretti che si vantò di avere battuto due volte il M5S e invitò gli altri, in luogo di mettergli in bocca propositi non suoi, a fare lo stesso; con la crisi isterica di Renzi che accusò Franceschini di avere così tanta capacità di visione politica da avere regalato Ferrara alla destra; con la minaccia di Calenda, ipotizzato come possibile candidato premier, di uscire dal PD in caso di cotanto accordo. Apertasi la crisi, Renzi è stato il primo a voltare gabbana, Calenda ha confermato la sua uscita mentre il percorso di MaZinga è stato ben più articolato ed incoerente. Dopo essersi pronunciato a favore delle elezioni (circostanza questa confermata ieri anche da Vespa e che quindi rende un po’ più intellegibile il tentativo, peraltro rischioso, di Salvini), il sedicente leader del PD (all’epoca in carica da non più di quattro mesi dopo un congresso rinviato di un anno e vinto sulla base di una presunta proposta di derenzizzazione del partito) ha accettato un governo con il M5S purchè senza Conte ma, alla fine, è giunto alla conclusione che anche Conte andava bene purchè ci fosse discontinuità dei programmi e fosse di legislatura: un modo per calciare in barattolo in avanti e poi stare a vedere. In questo si è variamente intrecciato con le posizioni renziane a cui si è grosso modo allineato salvo per il fatto che Renzi pare avere orizzonti temporali molto più brevi.

Il M5S, anch’esso inizialmente e per poche ore favorevole ad elezioni, è stato terremotato dal ritorno di Beppe Mao che, dopo avere apparentemente scisso i destini del suo blog da quelli del movimento, si è ripreso quel che era suo con una catena di post che ha schiantato Di Maio. I motivi di questa conversione sulla via di Damasco della moderazione e del conformismo, dopo che nel 2014 aveva fatto una manifestazione per l’uscita dall’Euro, sono al momento ignoti ma hanno comportato la svolta politica dei grillini (è bene tornare a chiamarli così) e l’azzeramento di Di Maio il cui destino non pare al momento rifulgere di gloria.

Detto che gran parte della vicenda si è giocata all’estero, compreso il tweet di Trump in cui l’errore di nome (Giuseppi Conte) pare alludere ad una situazione del genere “sono costretto a farlo ma non vorrei”, e che il terminale di tutti questi complotti è il Gran Vecchino che ha gestito egregiamente la partita dal suo punto di vista apparecchiando la tavola come voleva e con qualche mossa elegante (comunicato del 26 agosto con cui chiedeva informazioni entro le 19 “per fissare il programma delle consultazioni del giorno dopo”, incontro di due ridondanti ore del 31 agosto), la scelta di Conte pare essere stata dettata dalla necessità di fare la zuppa col pane che si aveva e che non è certo appena sfornato. Sicuramente andrà tutto bene, ma si dovesse andare alle elezioni (ormai slittate ai primi di novembre) davvero Mattarella non avrebbe niente di cui essere rimproverato per aver svolto un ruolo di giocatore e non di arbitro? Fantapolitica di sicuro, ma l’incontro di ieri è stato solo vagamente programmatico il che significa che la quadra politica non è stata ancora raggiunta.

Conte non è assolutamente niente in politica ma copre un vuoto che non può essere più coperto dai tecnici puri (la cazzata del maggio 2018 con Cottarelli ha insegnato qualcosa a tutti) né da leader politici che tali immaginano di essere solo quando la mattina si sbarbano allo specchio. Conte non è paragonabile a Monti perché non è un tecnico puro, essendo stato già premier, e perché non ne ha la pur presunta levatura accademica internazionale. Politicamente non è certo un esempio di coerenza, non ha dimostrato alcuna capacità di guida politica e mediazione e ha dimostrato doti solo nell’esecuzione della riverenza ai poteri europei, Merkel in primis. È stato teleguidato nei tre passaggi determinanti (il 20 agosto con il discorso al Senato, il 22 con la dichiarazione a Biarritz con cui chiudeva il doppio forno leghista e il 31 con l’ostentata visita al Quirinale) e ha assunto il posto per mancanza di altri candidati diventando così il premier tecnico di un governo composto da due partiti sconfitti alle urne (il PD  nel 2018 e 2019, il M5S nel 2019) e con una leadership azzerata: essendo stati tutti sconfitti (partiti e leader), gli è stato detto chiaramente che non contano una cippa e che il loro ruolo è di immolarsi per evitare la vittoria di Salvini in cambio di un giro di giostra che soddisfi ego e ansia di potere (nel caso dei grillini, solo di stipendio). Il governo nasce quindi debolissimo ma anche fortissimo e il futuro dipenderà da chi ha vinto la partita, Grillo da una parte e Renzi dall’altra, oltre che dai poteri forti stranieri.

Il ribaltone realizza le aspettative soprattutto giornalistiche dello scorso mese ma con alcune differenze: è avvenuto prima e non dopo l’implosione giallo-verde prevista sulla finanziaria, che dovrà essere realizzata dal nuovo esecutivo che al momento non un’idea che sia una, e con una manovra di palazzo grondante di conflitti di interesse. Questo incide profondamente sulla narrazione: pur essendo ormai passati 23 giorni dall’apertura della crisi, si avverte la mancanza di uno spin riguardo alla situazione ed alla figura di Conte. Nel 2011 la situazione era chiara: l’Italia è sull’orlo del burrone, occorrono sacrifici, l’UE sa benissimo quello che fa e lo fa per il nostro bene, Monti è competente e sobrio mentre Berlusconi è pieno di conflitti di interesse, ha sbagliato tutto ed andava a zoccole. Oggi si stenta a vedere un’emergenza: a parte che ad agosto la gente i problemi non li vede e non li vuole vedere, ma al massimo si sta parlando di evitare un aumento IVA che: a) è quasi impossibile da evitare; b) proprio per questo motivo è sparito quasi subito dai radar; c) viene affogato in una comunicazione disconfermante che pare avallare la tesi che l’UE sta per lanciarsi in una fase espansiva con aumento dei deficit che nega alla radice il problema. Conte non ha il pedigree di Monti e nessuno crede più (le elezioni di 3 mesi fa hanno dato il 57% dei voti ai partiti che avevano posizioni negative verso le politiche UE) che l’UE non sbaglia mai e che fa tutto per il nostro bene. Ma soprattutto Salvini non è caduto come Berlusconi o Craxi, circondato dall’onta e dal disdoro: è uscito esente dalle varie inchieste, è stato vittima di una manovra di palazzo giocata a livelli probabilmente non suoi ma molte delle politiche che sostiene (immigrazione, taglio tasse, dialogo forte con UE, sicurezza) sono fortemente popolari tanto che, per dire, per evitare di dargli argomenti, le navi ONG vengono deviate verso Malta che graziosamente accoglie tutti il che sfata, dopo quello dello spread indipendente dalla BCE, anche la tesi secondo cui l’Italia è l’unico porto sicuro al mondo, e nessuno si sogna di inserire nel programma di 5-10-20 punti apertura dei porti, ius soli, Migration Compact mentre a livello fiscale si parla addirittura di abbassare il cuneo fiscale e di finanziarie, non si sa con quali soldi, qualsiasi progetto sociale, ambientale, meridionale. Questa situazione rende difficile spiegare come mai sia stato necessario tarpare le alucce al povero popolo sovrano.

Il motto di Conte è “novità” che è un termine molto debole, molto più debole di “salvezza”, “rottamazione”, “cambiamento”, “pieni poteri”. È ambiguo perché non è di per sé positivo perché le novità possono essere anche negative (“niente nuove, buone nuove”) ed è contraddittorio perché, venendo dopo il “cambiamento”, potrebbe anche significare un ritorno all’indietro ed al passato. Anche se è estate, la gravità della situazione avrebbe giustificato il richiamo dalle ferie degli spin doctor per cui penso che il problema sia che lo spin è proprio, al momento, difficilmente individuabile. Manca in definitiva un progetto politico positivo che non sia la salvaguardia di poltrone e la paura di perdere le elezioni. Con Conte si conferma il proposito di considerare il governo tecnico come forma ordinaria di governo in Italia e del resto, come a suo tempo rammentato sul blog, la stessa lista di competenti inviata da Di Maio a Mattarella prima delle elezioni 2018 era, in nuce, una bozza di governo tecnico.

Conte, con la sua appartenenza a studi legali importanti, pare un epigono della Raggi, un elemento dei poteri forti della capitale che aveva infiltrato il movimento. È una figura ambigua che si presenta come super partes, che il M5S non considera propriamente sua mentre il PD (ma anche Matterella e Grillo) lo identifica con il capo del movimento. Al momento appare privo di spessore con la sua tendenza a parlare dell’universo mondo e a banalizzare problemi complessi, con ciò peraltro riproponendo il mantra grillino del mero cambio di personale politico come condizione necessaria e sufficiente per la buona gestione della cosa pubblica. Mentre scalza Di Maio con la sua mediocrità, realizza il primo cambiamento della leadership grillina con l’accantonamento degli improponibili gemelli del gol e dei “magnifici ragazzi” del 2012-2013. Resta tutta da giocare la scommessa della trasformazione di un movimento ribellista in uno omologato ma Tsipras ci insegna che niente è possibile.

Salvini ha subito una sconfitta che potrebbe aprire anche per lui il processo all’interno della Lega. Visti i risultati ottenuti ed il livello delle alternative (Giorgetti, Zaia) non penso che debba temere di perdere il posto ma uno scambio fra autonomia regionale e regionalizzazione della Lega potrebbe non essere peregrino. Subire uno stop per un’alleanza che va da Grillo a Trump via Macron è ammissibile, meno onorevole è stato il successivo tatticismo col tentativo di tornare indietro proponendo a Di Maio il premierato anche perché il movimento gli era ormai sfuggito dalle mani. Come detto la piattaforma politica che Salvini sostiene è ancora in larghissima parte attuale ma occorre una maturazione politica maggiore, una riforma della struttura organizzativa e della governance della Lega che tenga conto che si tratta ormai di un partito nazionale e che non possono sempre decidere i governatori del nord e la formazione di una classe dirigente ampia e preparata per evitare di ripetere il fallimento dei pentastellati. Salvini e la Lega pagheranno in termini di consensi per la minore centralità politica, la minore visibilità mediatica, per il rimbalzo dell’effetto bandwagon che in Italia è forte e per la perdita di voti al sud che è per governista per necessità e vocazione e che confermerà al M5S il ruolo di lega sud. Sarà quindi bene allargare lo sguardo ad altri elementi del mondo di destra (sono stufo di chiamarli sovranisti) in una competizione collaborativa che dovrebbe fare bene a tutti anche perché è difficile, come l’esperienza ha dimostrato, che una persona incarni un intero schieramento politico mentre una pluralità di voci e di proposte può favorire il raggiungimento di posizioni di maggioranza anche nell’ipotesi, probabile, di voto proporzionale.

Evidentemente rimane un problema di rappresentatività del popolo in società scontente e fluide. I parlamenti rimangono il nucleo del problema con la loro incapacità di svolgere realmente la loro funzione mandataria. Di più, essi tendono a sequestrare la volontà popolare piegandola a soluzioni dettate da interessi personali e da influenze di poteri forti così diventando schermo delle scelte dell’establishment e mistificando la loro funzione. Democrazia rappresentativa e volontà popolare sono talmente in conflitto che,  per dare effettiva sovranità al popolo, Bo Johnson è stato costretto a chiudere il parlamento britannico. In Italia sfuma anche il mito della democrazia diretta telematica considerata offensiva della prassi istituzionale e annacquata o addirittura abrogata. Unico canale di comunicazione fra governati e governanti rimane la democrazia mediatica dei sondaggi che, abbiamo visto, all’ultimo momento, scatenando reazioni protettive del potere, fa più danni che altro. È un segno dei tempi. Che non sono belli.

Discussione

Un pensiero su “Tempi bui

  1. Mi ha fatto piacere aprire la pagina e trovare un articolo.
    Per quanto la democrazia mediatica scateni reazioni protettive nel potere dei mediocri,
    è importante ricordargli che con un popolo emancipato, prima o poi dovranno fare i conti.
    Grazie.

    "Mi piace"

    Pubblicato da Graziella | 2 settembre 2019, 19:00

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