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Politica Italia

Con Salvini, oltre il salvinismo

downloadA conclusione del ciclo di commenti sulla recente crisi di governo e sui suoi esiti, non ci si può esimere da una valutazione, anche in chiave prospettica, dell’operato di Matteo Salvini.

Salvini forse non ha commesso un errore ma ha subito una sconfitta grave. La delusione per il corso degli eventi è stata enorme e rimbomba in tutti gli ambiti web “sovranisti”. Il giudizio sul Capitano è stato fortemente critico ma l’evolversi della crisi ha reso un po’ giustizia all’operato del leader leghista. In effetti, se in un primo momento la mossa di sfiduciare il governo Conte era apparsa in parte incomprensibile e spiegabile solo in sensi di, pur legittimo, opportunismo politico (sfruttare la punta di consenso al 38% in presenza, come si è visto molto pro-tempore, di una legge elettorale modestamente maggioritaria), le informazioni che sono emerse successivamente rendono più intellegibile questa decisione. Nei giorni passati voci anonime del PD hanno confermato che la gestione della crisi è stata di fatto una corsa fra Salvini, che scommetteva su un fallimento dell’accordo PD-M5S, ed il resto della politica che invece aveva fatto la scommessa contraria. Questo significa che le probabilità di successo nel tentativo, pur ardito, di Salvini non erano bassissime in considerazione dei vincoli temporali dettati dalle esigenze della sessione di bilancio che, a un certo punto, avrebbero imposto la chiamata elettorale. In effetti l’8 di agosto non sembrava ci fossero grandi chance di governo alternativo data la conflittualità all’epoca altissima fra i due attuali partner di governo e la carenza, oltre che di una piattaforma programmatica coerente che tuttora manca, anche di un leader in grado di catalizzare il consenso politico. In effetti, nei primi giorni si parlava soprattutto di premier tecnici (Giovannini, Caltabia) che avrebbero dovuto coprire il vuoto di personalità politiche adeguate e condivise. Tutto il percorso della crisi è stato invero punteggiato di intoppi e, alla fin fine, i momenti di svolta sono stati due: l’endorsement di Trump a “Giuseppi”, abbastanza strano anche nella forma, reso alla fine del vertice di Biarritz del 22 agosto e la telefonata della Merkel del 27 agosto che ha indotto il PD a superare le residue perplessità per le implicazioni esterne ed interne (vedi alla voce Renzi) dell’accordo.

Salvini aveva concordato con Zingaretti e Di Maio e forse anche Renzi la chiamata elettorale. Poggiare un simile azzardo sulla parola di avversari politici è apparentemente ingenuo ma in definitiva la fine del governo giallo verde era ormai solo questione di settimane, specificamente quelle estive. Nessun governo può reggere a variazioni del 17% nei flussi elettorali dei partiti e tutto quello che è successo prima e dopo la campagna elettorale delle europee ne è la conferma. Il M5S ha condotto due mesi di campagna contro Salvini come se si trattasse di un partito di opposizione e, per quanto il Capitano abbia dato dimostrazione della pazienza di Giobbe, era evidente sin da quei dì che il rapporto politico era logoro. Rimanere a lungo in quella posizione avrebbe significato venire bollito a fuoco lento come la rana da parte di un partito che aveva il doppio di tutto (parlamentari, ministri, sottosegretari) e che sarebbe stato progressivamente capeggiato da un individuo che, come palesatosi il 20 agosto al Senato, era ormai entrato in una diversa dimensione. L’apparente influenza di Salvini sul governo negli ultimi mesi era solo la conseguenza della massima “ponti d’oro al nemico che fugge” che preparava il ribaltone contiano già preannunciato dalla scelta di entrare nella maggioranza “Ursula” in Europa, decisione che aveva rotto l’ultimo elemento di vicinanza fra i due partiti rappresentato dal comune atteggiamento negativo verso l’UE. Il progetto era stato scritto dopo le europee e avrebbe avuto luogo a fine anno con una finanziaria da tregenda su cui si sarebbero scatenate le aggressioni da parte di UE, Quirinale, media ed opposizione, senza pensare al ruolo che avrebbe avuto un traditore come Conte che si sarebbe trovato nelle vesti salvifiche del nuovo Monti che doma lo spread. Salvini sarebbe stato liquidato politicamente ma il timing è stato diverso e la finanziaria tocca farla ad un governo diviso e rissoso che spera solo in Ursula per sfangarla. Non esiste progetto politico che non sia il rifiuto del voto, non esiste narrazione, non esiste coesione, non esiste carisma, non esiste neanche, stranamente, un supporto mediatico totale a questo accrocchio. Non c’è da gioire ma, per come era messa, c’è ancora una chance.

Nel tentativo di rendere un minimo di giustizia al leader leghista, spesso descritto come Cecco Grullo, occorre anche ricordare che nei mesi passati molti di quelli che ora lo criticano per i rischi assunti coronati da insuccesso lo invitavano a dare una spallata al governo per sfruttare il momento favorevole: si parla di geni della politica come Giorgetti e Zaia, di vati del giornalismo come Sallusti, di blogger di successo del campo sovranista ed antiglobalista, tutti a dipingere come ormai non più sostenibile il rapporto con un partito ideologizzato ed incompetente come i pentastellati: come mai ora, invece di pontificare e scaricare colpe, non fanno mea culpa per le valutazioni errate? Invece il governo era ancora abbastanza apprezzato soprattutto, penso, come pur precario scudo  contro le ingerenze straniere che in questa fase si sono dimostrate ben tangibili, e l’averne provocato la caduta, oltretutto consentendo il ritorno al governo di forze che nell’arco di un anno erano state tutte punite alle elezioni, ha provocato il rebound di consenso contro il Capitano.

Del resto, che la politica politicante non sia facile lo dimostrano anche le difficoltà che Bo Johnson sta incontrando nel Regno Unito. Prodotto delle migliori università britanniche, etoniano, dotato di grande carisma, il premier britannico sta venendo messo sotto scopa da un parlamento ormai autoreferenziale devastato da giochetti politici dettati da ideologia ed interessi personali in un quadro istituzionale che, pur incomparabilmente più flessibile di quello italiano, si sta dimostrando inadeguato a situazioni politiche “epocali” in cui le scelte da fare non sono più di ordinaria amministrazione. Questa circostanza, del tutto contemporanea a quella italiana, sfata un po’ la tesi secondo cui Salvini non è riuscito solo perché non è colto e non conosce a menadito i vincoli istituzionali italiani che, probabilmente, sono ignoti anche ai diplomati si scuola superiore Zingaretti e Di Maio. Invero, la leadership politica è cosa ben diversa da quella culturale e richiede doti diverse ma anche circostanze favorevoli che, di qua e di là, non si stanno verificando.

Come detto in un precedente articolo, il consenso alla Lega andrà probabilmente verso un calo. Depone in questo senso la delusione per il riaprirsi di una stagione di tasse, vessazioni e immigrazioni che si pensava chiusa, la perdita del senso di imbattibilità che provocava effetto bandwagon, il voltafaccia del sud che per campare deve essere per forza governista. Tuttavia Salvini non ha fatto la fine di Berlusconi o Craxi: ammesso che abbia fatto un errore (cosa che non credo), ha subito una sconfitta personale pesantissima ma non ne è stato travolto. Il progetto politico, purtroppo un po’ grezzo, che propone (maggiore autonomia internazionale, minori tasse, controllo del territorio, contrasto alla criminalità) è ancora ampiamente popolare nel Paese tanto che ancora oggi, potendo votare, a legge elettorale immutata, potrebbe ancora puntare alla maggioranza.

In questo anno di governo si è tentato di rappresentare Salvini come un unicum generato da un momento politico particolare. Tuttavia, la corsa del Capitano, iniziata nel 2013, è più vicina alla maratona che ai cento metri. Salvini prese in mano la Lega ex bossiana ed ex maroniana che aveva raggiunto l’epocale risultato del 3,5% alle elezioni del 2013 e, basandosi su una strategia che comprendeva sia il presidio delle regioni di insediamento tradizionale che la proiezione nazionale in senso sovranista, aveva portato il partito ad un risultato, nel 2018, che appariva già lusinghiero: 17% e primazia nel centro destra. L’esperienza di governo ha determinato l’esplosione fino al 34% delle Europee 2019 ed al 38/40% dei sondaggi fino a luglio. Ora, dopo una corsa di questo genere, un assestamento anche di 3/5 punti percentuali potrebbe anche starci, anche perché lo schieramento di riferimento continua ad essere maggioritario, però si stanno levando le voci di fenomeni come Maroni che criticano gli errori di uno che ha, tuttora, percentuali di 9 volte superiori a quelle che aveva raggiunto lui. Salvini non è un fenomeno estemporaneo ma il prodotto di un percorso pluriennale che, per la sua capacità di leadership e di consenso, non è oggi sostituibile con nessun altro, men che meno con qualche intellettuale certo non in grado di mobilitare l’elettorato.

Per la cronaca, Maroni insegna alla Link University, la stessa università dove insegna D’Alema ed in cui il Rettore è l’ex Prefetto Tronca che sarebbe stato il Ministro degli Interni del governo Cottarelli pensato da Mattarella. Questa università, da cui provengono anche la Trenta e la Del Re, fucina di servizi segreti e, si dice, legata ai complotti anti-Trump successivi all’elezione del tycoon nel 2016, pare configurarsi come uno dei centri dove si perseguono equilibri politici “più avanzati” volti ad integrare i pentastellati nel sistema e a normalizzare la Lega con il ritorno al regionalismo. Il fatto che Maroni parli significa probabilmente che sta rinascendo quel partito del Nord che ha sempre visto con scetticismo il sovranismo salviniano, salvo beneficiarne degli esiti, e che innerva ancora quel poco di struttura e classe dirigente della Lega che oggi esiste. Il primo teatro di scontro è quello interno e vedremo se Salvini sarà in grado di mantenere il controllo del partito di fronte alla proposta di uno scambio fra il suo scalpo e una qualche forma di autonomia regionale: mi sembra che l’attivismo, su entrambi i lati (Boccia, Zaia, Fontana, il governatore emiliano Bonacini) di questi giorni sia il segno che le trattative sono in corso.

Non so quanto Salvini comandi dentro al partito ma, se avesse un po’ di potere, dovrebbe probabilmente andare verso un percorso di riorganizzazione della Lega che eviti di commettere gli errori del M5S del periodo post elezioni 2013. In particolare dovrebbe prevedere forme di governance che tengano conto che si tratta ormai, bene o male, di un partito di massa e nazionale per cui non è possibile che decidano sempre e solo i governatori del Lombardo Veneto e che si guardi sempre e solo ai desiderata dei padroncini del nord-est. Tenuto conto che sotto Bologna la Lega strutturalmente non esiste, dovrebbe andare verso una forma di organizzazione che superi la fase dei suoi “magnifici ragazzi” intraprendenti e fortunati della prima ora e che, diversamente dal M5S che si è fossilizzato sulla fallimentare generazione del 2012-2013 salvo poi essere acquisito da un piddino travestito, favorisca l’afflusso di competenze ed intellettualità che la innervino e la rinsanguino. Anche perché l’esperienza di governo ha dimostrato che il livello politico-culturale-intellettuale delle seconde linee leghiste è comparabile a quello dei pentastellati.

Ammesso e non concesso che Salvini non venga normalizzato o, addirittura, scalzato dal ponte di comando, si tratta di capire quello che può fare nel prossimo futuro. Sinceramente molto non dipende da lui ma dal nuovo governo. Premesso che l’immigrazione, diversamente dalla vulgata mediatica, non è più (in Italia come altrove, vedasi ex DDR) un tema tecnico di ordine pubblico, alla stregua delle rapine o degli scippi, ma un tema politico dirimente, occorrerà vedere se il governo sposerà le posizioni oltranziste di stampo bergogliano o recupererà gli elementi della gestione Minniti che, normalizzando il fenomeno e riportandolo a dimensioni “accettabili” seppur in crescita rispetto al periodo salviniano, toglierebbero molte armi alla propaganda leghista. Analogamente molto dipenderà dalle scelte di politica economica e di bilancio che, se non troppo schiacciate sull’austerity europea, potrebbero deviare il consenso verso il governo come nella prima fase renziana.

Se si pensa a quella che era la situazione della Lega nel 2013 ed al clima politico-culturale degli anni ruggenti di Bergoglio (2013-2016), è un miracolo che oggi stiamo parlando di “crisi” di fronte ad un movimento che ha alla peggio il 30% e che, insieme al centro destra, arriva alla maggioranza. Questo risultato è stato ottenuto con una fortissima capacità empatica verso l’opinione pubblica che ha reso inutile ed impossibile la manovra dall’interno del sistema, quella di matrice più politicante. Se si fosse mossa in questo modo, la Lega sarebbe oggi un medio partito di nessun interesse politico. Questa è al tempo la forza ed il limite della lega salviniana che non può, a mio avviso rinunciare, ad un saldo ancoraggio popolare ma non può nemmeno esimersi da un sistema di alleanze che, lo dicevamo da mesi ma oggi è evidente, porta per forza verso Meloni e Berlusconi. Salvini deve sfuggire alla tentazione di essere autosufficiente e normalizzarsi, questa volta sì, in uno schieramento dove le culture e le personalità sono diverse. Anche perché non mi sembra che il livello dell’amministratore sia stato pari a quello del capo politico e dell’agit-prop e quindi, forse, un piccolo passo indietro che porti avanti un candidato alla premiership più “potabile” (oggi peraltro inesistente) potrebbe essere proficuo. Si creerebbe una situazione simile a quella attuale del PD e paragonabile a quella tipica della prima repubblica in cui la presenza al governo di segretari di partito era un’eccezione. Un minor protagonismo ed una maggiore apertura favorirebbero anche una mescolanza di culture politiche che potrebbe sopperire alla carenza nella Lega di un reale background nazionalista e cattolico. Al contempo occorrerebbe sfuggire alle compagnie di piccoli mestatori (stile Siri, Rixi, Savoini, Geraci) che si fanno gli affaracci loro alle spalle dell’amico leader e che sono residui di epoche diverse, certamente non adatti al ruolo odierno ricoperto da Matteo.

Sempre a livello di alleanze, in Italia andrebbe sgombrato l’equivoco della vicinanza all’estrema destra, peraltro già prosciugata dal voto utile, che non porta alcun valore aggiunto e apre la strada alle accuse di fascismo mentre in Europa continuare in una gara con la Le Pen non è produttivo. Premesso che ormai tutti i partiti moderati (ed anche alcuni socialisti) sono anti-immigrazionisti, l’approdo della Lega dovrebbe essere quello del movimento conservatore popolato di gollisti, tory e polacchi. Occorrerebbe anche fare definitiva chiarezza sul tema dell’appartenenza all’UE e all’Euro. Nonostante l’insoddisfazione, oggi non esiste un consenso maggioritario circa l’uscita sia dall’una che dall’altro, soprattutto nell’elettorato storico della Lega molto più vicino a stili di vita e livelli di reddito nord europei che mediterranei. Perciò sarebbe opportuno smettere di agitare drappi rossi quando il Paese non ha le condizioni minime per resistere ad una reazione dei poteri UE. Questa UE è minata alle radici dalle rivalità nazionali a loro volta ampiamente alimentate da forze eterodosse che oramai sono presenti in ogni paese ma questo non significa che, come molti fenomeni storici come l’Impero Austro-Ungarico e l’URSS, non abbia ancora la capacità di difendere le province ribelli. Potrebbe valere la pena scambiare una scelta, sia pur critica, di adesione al progetto UE con un grande compromesso (tassi zero su tutto il debito pubblico contro risanamento del bilancio pubblico) qualche volta vagheggiato su queste pagine. E contestualmente mettere la mordacchia a economisti di vaglia e polemicamente vivaci che si esprimono ex catedra senza avere alcuna responsabilità politica.

A livello internazionale i problemi sono maggiori perché la nomea filo russa lo perseguiterà ed occorrerà, se mai basteranno, tempo, sforzi e amicizie per sopperire agli errori. Francamente, il fatto che Trump appoggi espressamente il leader di un governo comunista e filo-cinese fa capire come il riferimento putiniano pesi negli ambienti con cui, bene o male, la politica italiana interagisce.

In definitiva, Salvini deve cominciare a fare politica costruendo una proposta di società e di futuro che possa aggregare un blocco sociale ed un sistema di potere adeguati. In qualche post precedente, trattando di questioni periferiche come la Libia, avevo dato conto dell’impressione che questo blocco di potere potesse nascere o fosse addirittura in embrione: società pubbliche, servizi, apparato civile e militare, forse anche pezzi di magistratura a lungo non ostili. C’è la sensazione che la partita che si sta giocando sia esiziale e forse non tutti sono pronti a diventare colonia francese o tedesca. Il rischio, invece, è che il rattrappimento elettorale al sud lo spinga “naturaliter” di nuovo verso la Padania, magari arricchita dall’Emilia e, forse, dalla Toscana ma questo sarebbe un errore grave perché il sud è tuttora una fucina di voti che sposta gli equilibri nazionali. Occorre una proposta di sintesi che, nei vari ambiti, non solo economici ma anche etici, demografici, sociali, superi le conflittualità non con una mediazione ma con una comunione di idee e di proposte.  Detto ciò la strada è lunga, tuttavia Salvini, per chi non voglia aderire al politically correct che sta uccidendo il Paese, è oggi una risorsa politica irrinunciabile. Quel che sta a cuore al blogger non è il futuro dell’uomo politico, che ha limiti e difetti anche evidenti, ma la possibilità di sfuggire ad un fato collettivo drammatico che si manifesterà non più tardi della sua pensione. Vale la pena, ancora per un po’, di non mollarlo al suo destino.

 

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