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Economia e società

DDR vista mare

download Da un punto di vista fiscale il governo giallo rosso, passato il primo momento di ostentato ottimismo in cui prometteva a più non posso sterilizzazione degli aumenti IVA, riduzione del cuneo fiscale, piani di investimento, asili nido gratis, lustrini e cotillons a tutti, sta cominciando a preannunciare le politiche che tutti ci aspettavamo cioè un aumento generalizzato della tassazione che soddisfa la bramosia collettivista del PD, quella pauperista del M5S e quella statal-dirigista di entrambi. Il premier Conte si aggira per feste e convention varie (Articolo 1, PD, CGIL, addirittura FdI ma non, chissà perché, M5S) annunciando, stralunato ma soavemente giulivo, quasi emulo di Padoa Schioppa e delle sue “tasse bellissime”, un aumento generalizzato delle imposte esistenti e la creazione di nuove fra cui spiccano quelle “ecologiche” su merendine e bevande zuccherate (ignoro attraverso quali passaggi logici ciò possa determinare una riduzione delle emissioni di CO2) e sugli idrocarburi. Ciò al fine di indurre un cambiamento in senso virtuoso dei comportamenti individuali, collettivi ed aziendali.

L’aspetto fiscale ha avuto un impatto determinante sulla formazione del nuovo governo andando incontro ai desiderata dell’UE per un esecutivo molto più ligio alle regole europee. La presenza al ministero di Via XX Settembre di un soggetto che, pur digiuno di economia (Gualtieri è uno storico), è fortemente inserito nel sistema ideologico europeista (Gualtieri era Presidente della Commissione Finanze del Parlamento Europeo) fa presagire che si sia realizzato il vaticinio di Oettinger, lanciato qualche mese fa, di prendere possesso del ministero delle finanze italiano. Il premio per il coup agostano doveva essere un allentamento delle regole sul deficit o, addirittura, un’archiviazione della regola del 3% che rendesse indolore la sterilizzazione IVA. In tal senso era sembrato andare anche un working paper della Commissione Europea che, con molte fumosità, ammetteva la necessità di spesa in deficit. Tuttavia proprio di un’illusione si è trattato e, nonostante la conclamata irrazionalità di questa politica economica e le critiche provenute nientepopodimeno che da Draghi, il richiamo alle regole è stato ferreo salvo qualche zero virgola di contentino.

Il governo è evidentemente nel caos in quanto la prima cambiale (la NADEF) è a brevissima scadenza. La necessità di una manovra di 35/40 miliardi (forse 50) pone rischi enormi riguardo alla popolarità, già scarsina, del governo. Evidentemente si va verso una mandata di tasse epocale (la finanziaria monstre di Amato fu, alla fine, equivalente a 56 miliardi di Euro) e una, sia pur flebile speranza, è quella di nascondersi dietro Greta e gretini spacciando balzelli (primo fra tutti le accise sul carburante) come innovative tasse verdi.

Questa tendenza “ecologista” della tassazione era diventata palese già lo scorso anno con il superbollo sulle auto inquinanti ma risale a due anni fa quando il governo Renzi impose la tassa sulle sportine della spesa (da 1 a 10 eurocent) con esclusione di qualsiasi possibilità di “evasione” complice il contestuale divieto di portare propri sacchetti per custodire la frutta e gli altri alimenti comprati nel negozio. Tutto passò in cavalleria perché alla fine si trattava di pochi centesimi ma il principio era devastante perché non eravamo più nell’ambito della tassazione ma entravamo direttamente in quello dell’estorsione: come diversamente si può chiamare la costrizione a pagare una somma ed il contestuale divieto di adottare comportamenti diversi da quelli che costituiscono il presupposto d’imposta? Oltretutto con l’ulteriore contraddizione che il presupposto di imposta che si era obbligati a porre in essere corrispondeva proprio al comportamento che si voleva disincentivare. Alla fine chi avesse voluto evitare il “pizzo” avrebbe semplicemente dovuto astenersi dal consumare prodotti freschi sfusi.

La tassa sulle merendine pare riecheggiare quella sulle sportine visto che i comportamenti elusivi ammissibili sono complessi a livello organizzativo. A maggior ragione l’aumento delle tasse sul carburante, in mancanza di serie e realistiche alternative ai mezzi di trasporto privati (il trasporto pubblico esiste solo in città e le auto elettriche, prima che costose, sono inefficienti per percorrenza, tempi di ricarica e pesi trasportati) non può in alcun modo disincentivare il consumo di benzina e gasolio e si tradurrà solo in un aumento di costi per gli utenti, i gilet gialli insegnano.

Ho scritto in passato sull’insostenibilità delle ricette economiche “ecosostenibili”, chi vuole può andare qui e qui. Non c’è molto da aggiungere neanche riguardo alla mia valutazione del fenomeno Greta. Posso solo evidenziare che certe scelte che sembrano essere nella mente del governo giallo rosso (aumento di IVA su gas da riscaldamento, energia e acqua, rimodulazione IVA su beni per forza di cose di largo consumo perchè altrimenti l’incremento di gettito sarebbe risibile) sono semplicemente macelleria sociale, per di più con l’aggravante della beffa per cui, per evitare un aumento di IVA su beni alimentari e servizi essenziali dal 10 al 13%, si ipotizza di portare l’aliquota dei più importanti (ovviamente sono beni di lusso, eh, perché lavarsi con l’acqua, anche se fredda, mica lo fanno tutti al mondo, sapete, neanche Greta, la santa pazza puzzona, o i pii migranti) direttamente al 22%.

Quello che mi sembra invece importante dire è che le “tasse ecologiche” andrebbero, se si fosse politicamente ed intellettualmente onesti, ad infrangersi su una minima questione giuridica, direi proprio un cavillo, un busillis, una pandetta, una pinzillacchera: sono semplicemente incostituzionali. L’articolo 53 della Costituzione più bella del mondo, infatti, recita così: “Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività.”

Purtroppo la Costituzione mostra i suoi anni e rivela che fu concepita in tempi in cui la “quistione” era quella sociale e non quella ambientale. Quando si dice che si aumentano certi tributi per “salvare il mondo” si confonde il presupposto di imposta con lo scopo dell’imposta. E se lo scopo dell’imposta può essere nobilissimo (salvare la natura ma, che so, anche la pace nel mondo o sconfiggere malattie e guerre) la Costituzione non consentirebbe ad oggi di farlo legalmente se non facendo riferimento, oltretutto in modo progressivo, alla capacità contributiva di ciascuno, ovvero in soldoni alla sua ricchezza. Premesso che non vedo perché il pane sconti una tassa del 4% e l’acqua di rubinetto addirittura del 10% (pane e acqua è il vitto afflittivo previsto nelle celle di rigore e il pasto espiativo ammesso per i digiunanti cattolici e quindi il loro consumo non è certo manifestazione di capacità contributiva), non capisco quale sia la manifestazione di ricchezza implicita nel consumo di una merendina da pochi cents: non sarebbe più coerente col dettato costituzionale tassare consumi di foie gras, tartufo, Cristal® e simili? Analogamente, chi guida uno scassatissimo diesel ha più capacità contributiva di un felice proprietario di Tesla X o BMW i8? Purtroppo, la Costituzione non è più intesa per quello che è, un testo normativo, ma in senso evangelico come fonte di “principi” che purtroppo vengono sempre interpretati a senso unico e vanno sempre a discapito – ma per il suo bene, eh – del povero Average Joe. Riguardo ai carburanti, siamo addirittura all’inversione logica – del resto la propaganda la logica la sfida quotidianamente – per cui un minor livello di tassazione sul diesel (617 €/1000 litri) rispetto alla benzina (728 €/1000 litri) viene addirittura definito come “sostegno fiscale” che sarebbe giusto e logico eliminare livellando il carico fiscale sui due carburanti, carico fiscale che, detto per inciso, è pari al 62% del prezzo finale e quindi, fra IVA e accise, incide per il 163% dei costi di produzione e distribuzione: quanto mai sarà ricco chi mette 10 Euro alla pompa per essere tassato in questo modo?

Leggo in questi minuti che Conte vuole inserire in Costituzione tutela ambientale e sviluppo sostenibile che, messi insieme all’art. 81 del pareggio di bilancio, allontaneranno di secoli qualsiasi prosperità economica. Ho sempre nutrito un sovrano disprezzo per le attitudini economiche e matematiche dei giuristi ma ciò conferma la mia tesi: la Costituzione non giustifica tutto quello che sta accadendo – migranti, cessioni di sovranità, castrazione ambientale – e, se da un lato deve essere aggiornata per renderla più efficace, dall’altro potrebbe dare armi e argomenti a chi volesse contrastare queste follie, però a destra non si riesce a uscire dalla conta dei like e allora lasciamo perdere non prima di avere notato la sconcertante vocazione dei governi dell’Italia – Paese che conta lo 0,8% della popolazione mondiale – a intestarsi battaglie millenaristiche ed universalistiche – prima l’immigrazione, adesso la salvaguardia del pianeta – che non solo sono incerte, costosissime e  poste in un orizzonte temporale tale da trascendere la durata della vita non solo di un singolo ma addirittura di una collettività umana intesa in senso politico e civile, ma sono sostanzialmente perse in partenza di fronte alla disparità delle forze in campo.

Credo che questo governo possa essere la causa del collasso del sistema italiano.  Se le sue politiche dovessero perdurare si sarebbe nell’assurda situazione per cui i produttori di ricchezza (siano essi regioni, aziende o lavoratori) vengono criminalizzati, odiati e vessati tuttavia lasciando loro aperta la via di fuga della delocalizzazione, dell’emigrazione, dell’esportazione di capitali e della secessione. In queste condizioni, in presenza di un livello di tassazione che sulle attività lecite che, pure al netto dell’evasione, sfiora ormai il 49% ma che si ritiene ancora insufficiente, la libertà di circolazione di persone e capitali – lascio perdere le aziende ormai palesemente in fuga – è un lusso insostenibile come, ai giorni d’oggi, dimostra il Venezuela. Anche i paesi dell’est comunista non avvano mai permesso la fuga all’estero dei loro elementi migliori – fossero essi intellettuali, sportivi, scienziati o semplici tecnici – circostanza che, detto per inciso, ha consentito di conformare nel modo attuale la normativa sul diritto di asilo che, in presenza di stati che avessero espulso le loro popolazioni come fanno oggi quelli africani, sarebbe oggi ben diversa. Qualcosa di simile deve essere pensato anche per l’Italia: il sistema sarà presto insostenibile se lasceremo scappare aziende e professional e terremo solo vecchi, handicappati e negri inadatti al lavoro. Andando avanti di questo passo, la chiusura delle frontiere per evitare, si badi bene, non l’ingresso di stranieri ma la fuga di risorse umane, finanziarie ed imprenditoriali italiane sarà presto molto più che un opzione. Una grande DDR sulle rive del Mediterraneo dove, almeno, si mangerà bene. Almeno finchè ci sarà il cibo.

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