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Economia e società

Uno via l’altro

 

Con la recente sentenza la Consulta dichiara che non è da considerarsi colpevole chi, a “determinate condizioni”, “agevola l’esecuzione del proposito di suicidio, autonomamente e liberamente formatosi, di un paziente tenuto in vita da trattamenti di sostegno vitale e affetto da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche e psicologiche che egli reputa intollerabili, ma pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli”.

La sentenza dà nel mezzo perché evidentemente non si limita a reiterare il principio del diritto al rifiuto delle cure, anche se “di sostegno vitale”, possibilità già da tempo ammessa dalla legge e che paradossalmente in questo caso verrebbe sottoposta ad ulteriori vincoli e limiti oggi inesistenti nel rispetto di un diritto dell’individuo a decidere di sé stesso anche negli aspetti più importanti ed intimi. Va in questo senso anche la considerazione che la sentenza deriva da una concreta eccezione di incostituzionalità che venne sollevata dai legali di Marco Cappato nel corso del giudizio per la violazione dell’art. 580 C.P. conseguente all’aver facilitato, trasportandolo in una clinica specializzata svizzera, il suicidio di DJ Fabo e che il reato contestato al leader radicale non era conseguente all’interruzione delle cure ma ad un atto volontario posto in essere dallo stesso DJ Fabo che, si dice con la bocca, spinse il pulsante di un meccanismo che gli iniettò una pozione fatale. Quindi di suicidio vero e proprio si trattò. Sarebbe tuttavia da verificare se questa sentenza sia esattamente sovrapponibile al caso di DJ Fabo visto che le sue condizioni erano stabili e che non pareva “essere tenuto in vita da trattamenti di sostegno vitale” se da questi si escludono le cure parentali rese dalla madre e dalla fidanzata.

La sentenza ripara al vulnus dell’art. 3 visto che le condizioni fattuali dei malati o degli handicappati spesso impediscono loro di porre in essere quelle scelte estreme che invece i normodotati possono attuare  liberamente e senza tanti vincoli. Rimane peraltro anche in questo caso la differenza data dalla necessità di porre in essere una procedura volta ad accertare le condizioni delineate dalla Corte Costituzionale non prevista per i “sani”. Rimane quindi preclusa – e qui sta la medietà della sentenza – la possibilità di chiedere semplicemente di morire senza dare tante giustificazioni, facoltà come già detto ampiamente disponibile per i non disabili. Ma d’altro canto, tenuto conto della differenza di situazioni, la non punibilità dell’aspirante suicida che abbia fallito nell’intento chiamava, per equità, la non punibilità di colui che aiuti a suicidarsi un handicappato che non può farlo da solo. Gli scherzi del destino e del diritto potrebbero pure metterci di fronte alla situazione di un normodotato che, non essendo riuscito a  a suicidarsi ma essendo rimasto gravemente leso in conseguenza del suo atto, potrebbe adesso invocare i nuovi dettami per portare finalmente a compimento il suo intento.

Ovviamente queste considerazioni andranno rilette e precisate alla luce della lettura integrale della sentenza che, ricordiamolo, dovrebbe fare riferimento a norme costituzionali precise e non a fantomatici “principi” o “valori” da essa deducibili, così come sarà rilevante vedere il modo in cui il Parlamento legifererà e l’interpretazione che la magistratura ordinaria darà di sentenza e norme di legge. È evidente che si apre un capitolo nuovo in cui la società deve iniziare ad orientarsi. Un altro punto è che si conferma che le corti supreme sono, in occidente, un canale normativo parallelo che interviene profondamente nel cambiamento degli usi e costumi locali nel tentativo di creare un individuo nuovo ma soprattutto solo e sradicato. La sentenza non è criticabile in punta di diritto perché nasce da un evento giudiziario, come previsto dalla carta costituzionale, sia pure provocato ad hoc, ma è invece criticabile l’intento coercitivo precedentemente posto in essere dalla Consulta verso le Camere a cui venne dato l’ordine (poi rivelatosi addirittura indiscutibile ed indifferibile, manco fossero le donne delle pulizie) di legiferare entro un anno, secondo principi stabiliti dalla stessa corte, salvo andare a sentenza: un modo, per converso, di fare il culattone col culo degli altri per scaricare sugli altri responsabilità che, nel Paese del Papa, non fanno piacere a nessuno.

Ciò detto la sentenza è sacrosanta e permetterà a tanti di liberarsi dalla sofferenza di una vita intollerabile. Essa segna il fallimento della scienza che riesce a mantenere “artificialmente” in vita persone malate o traumatizzate che solo 30 anni fa sarebbero morte in poco tempo liberando loro da sofferenze, le famiglie da obblighi penosi che si perpetuano talvolta per decenni e tutti quanti da dilanianti conflitti ideologici e crisi di coscienza. La scienza ha dato solo quantità e non qualità e si scontra con un anelito comune che mi sembra evolva sempre più in un fatalismo che ammette la morte, anche senza speranza di resurrezione, ma non la sofferenza, intesa non come mezzo cristiano di testimonianza ed elevazione ma come mera tortura.

Così stando le cose, la sentenza sconfigge anche la religione, non nel campo delle gerarchie ma in quello della fede e dei fedeli. Non c’è niente di più religioso della sofferenza e della morte e se le scelte suicidarie prendono campo, al netto delle carenze scientifiche, tecnologiche e sociali, ciò significa che il sentimento religioso tradizionale è ampiamente perso a vantaggio di una visione individualistica e competitiva in cui la persona non vale in quanto tale ma per le performance che è in grado di realizzare. Il rifiuto della sofferenza apre la strada ad un percorso che avrà sviluppi da definire una volta che questi principi andranno ad impattare sul mondo degli anziani che paiono essere, per definizione, i prossimi destinatari del cambio di paradigma. L’importante è che venga tutelata la libertà individuale e che si sfugga ad un nuovo stato etico ideologizzato e totalitario che imponga, indifferentemente, una vita crucis o una morte indesiderata. E’ il fallimento del Cristianesimo che in gran parte era scritto nelle sacre pagine perchè, alla fin fine e detto sinceramente, persino Cristo ha accettato di farsi carico solo di un’agonia concentrata nel tempo. La smisurata e scandalosa diversità della fede evangelica sta proprio in un Dio non asceso, ma disceso nel tartaro della condizione umana. Una geenna di cui Egli ha certamente sperimentato i non tollerabili dolori  sì ma solo per un tempo limitato: la Passione durò poche ore e di lì a tre giorni risorse. Al protagonista della recente vicenda giudiziaria si chiedeva un sacrificio di sé superiore alle forze di un Dio. Anche i miracoli di Cristo, al netto di Lazzaro, riguardavano del resto soggetti non afflitti da patologie gravi e dolorose come quelle di cui si parla oggi e che trasformano la vita in una mera sopravvivenza che sfocia in un ergastolo di tortura. Non si può non riconoscere che oggi la situazione è diversa e anche la morale, che una religione incarna, deve cambiare: è la natura che riprende il suo posto e fa strame dei risultati della civilizzazione umana, siano essi dispositivi tecnologici o elaborazioni intellettuali.

C’è stato anche un modesto tentativo di polemica del presidente della CEI Bassetti che è apparso del tutto incongruo, non in sé stesso ma nel contesto, perché nella vita tout se tiens e se hai un Papa che non parla mai di Dio, di Gesù, della Madonna e della rivelazione e che invece abbraccia il paganesimo sciamanico degli aborigeni dell’Amazzonia (e la sola scelta di questo tema per un sinodo dà il segno della tragedia spirituale che la Chiesa Cattolica sta attraversando) allora non puoi pretendere di essere credibile quando vuoi entrare nelle stanze da letto o di ospedale dei fedeli per imporre loro di pagare sulla loro pelle la fedeltà ad un credo a cui neanche le gerarchie credono più.

Nel momento in cui si riconosce che per un handicappato la miglior soluzione è qualche volta morire,  un’handicappata si candida invece alla guida del mondo. Greta Thumberg è affetta da sindrome di Asperger che, riferisce Wikipedia, “è un disturbo pervasivo dello sviluppo, annoverato fra i disturbi dello spettro autistico; non comportando ritardi nell’acquisizione delle capacità linguistiche né disabilità intellettive, è comunemente considerata un disturbo dello spettro autistico «ad alto funzionamento». Gli individui portatori della sindrome di Asperger, la cui eziologia è ignota, presentano una persistente compromissione delle interazioni sociali, schemi di comportamento ripetitivi e stereotipati, attività e interessi in alcuni casi ristretti. Diversamente dall’autismo, non si verificano significativi ritardi nello sviluppo del linguaggio o nello sviluppo cognitivo”. Per farla breve, in Italia sarebbe un’alunna “certificata H” con programma scolastico semplificato o differenziato, assistita da docenti di sostegno e sottoposta alle trafile dei PEI. Se si fosse ritirata dagli studi la scuola avrebbe immediatamente segnalato la vicenda al sindaco locale e chiesto l’attivazione dei servizi sociali. A Stoccolma invece tutto è possibile, anche che una povera bambina malata e dalla faccia sofferente venga strumentalizzata da “famiglia” e poteri forti provocandole stati di ansia e di panico evidenti e gravi per altrettanto evidenti ma inconfessabili motivi economici e politici.

Greta, per età, formazione e patologia, è tutto meno che un personaggio credibile ma il cancan mediatico che l’avvolge la vuole far assurgere al livello di una profetessa dark a cui la  disabilità, che per altri è sentenza di morte, conferisce nientedimeno che dei “superpoteri” e che prefigura per noi un futuro di regresso tecnologico (il suo viaggio verso New York, per quanto presumibilmente assistito da una flottiglia di soccorso, prefigura un ritorno alle caravelle, tecnologia in auge nel XV secolo), totalitarismo politico e povertà economica. Al netto di queste ricette – che il blogger considera semplicemente deliranti, come peraltro spiegato in altri post – l’appoggio incondizionato della Chiesa lascia presagire l’abbandono di un altro principio non negoziabile – quello della centralità dell’uomo rispetto alla natura – che discende direttamente dalla Genesi. Nella visione francescana della Chiesa, della dottrina e della vita gli esseri umani sono posposti ai baobab o ai famosi “piccoli rettili” e lo sviluppo umano – economico e tecnologico ma anche spirituale ed intellettuale – viene bloccato per paura di rendere troppo dura la vita ad alghe, insetti e bacherozzi. Un modello spirituale degno più delle sette che della religione che, si diceva, aveva posto l’Uomo al suo centro prova ne sia, mi sembra, che Nostro Signore Gesù Cristo si incarnò in forme umane e non animali o vegetali. Sta nascendo un nuovo fondamentalismo che prende il posto del precedente, che disconosce il mero fatto che la “Natura”, con le sue innumerevoli insidie, è il più grande nemico dell'”Umano”, come la Bibbia aveva ben compreso, e che non a caso assume sempre più forme sacrali che si vorrebbero oltretutto cristallizzare, tanto per cambiare, in una Costituzione che, abbandonando gli obiettivi sociali per quelli ambientali, costituirebbe la base di possibili ulteriori pratiche repressive e forme eutanasiche pro domo naturae.

È quindi abbastanza sconcertante come, praticamente negli stessi giorni, si passi da un fondamentalismo ad un altro, come il nuovo preveda una totale sottomissione dell’Uomo alla Natura (nella forma di malattia e handicap oppure di piante e animali) che apre la strada a forme politiche totalitaristiche dotate di una forza ideologica sacralizzata e di una potenza oppressiva mai viste nella storia umana e come questo passaggio discrimini cinicamente fra handicappati sfigati, destinati alla morte, e handicappati di successo: resta solo da vedere se alla fine pure Greta, passata la festa, non finirà a sua volta rottamata in un suicidio assistito fatto, ovviamente, per il suo bene.

Discussione

Un pensiero su “Uno via l’altro

  1. Apprezzo moltissimo la delicatezza con cui nell’articolo si parla di una cosa così dorosa,
    che è il trovarsi sprofondati nella sofferenza e il dover affronatre lo spengersi della vita.
    Ho sempre provato orrore, per chiunque voglia imporre la propria ideologia (di qualunque tipo)
    su un tema così terribile e privato.
    Tutti gli estremismi impediscono di essere obbiettivi.
    Come sempre, complimenti.

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    Pubblicato da Graziella | 3 ottobre 2019, 12:03

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