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Economia e società, Politica Italia

La legge fuffa

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La NADEF predisposta dal governo giallo rosso delinea una manovra da 29 miliardi con le seguenti coperture:

  1. maggior deficit (2,2% invece di 1,6%): 14,4 miliardi
  2. recupero evasione: 7,2 miliardi
  3. privatizzazioni: 3,6 miliardi
  4. spending review: 1,8 miliardi
  5. riduzione agevolazioni antiecologiche: 2 miliardi.

Inviata a Bruxelles con 24 ore di ritardo, la bozza di manovra finanziaria ha il solo scopo di consentire un adempimento formale ma nasconde, anche poco, la totale mancanza di idee e le contrapposizioni politiche che caratterizzano l’esecutivo.

In primo luogo, la scelta di fare un deficit maggiore non solo di quello previsto dagli accordi con l’UE ma addirittura di quello previsto e realizzato dal governo giallo-verde disconosce le fondamenta della critica alla politica economica del Conte I che sono state alla base non solo della polemica politica italiana ma anche del grave conflitto con la UE, della riduzione del sostegno della BCE e dell’aggressione, pur relativa, dei mercati. Fino ad agosto i media non perdevano occasione di segnalare i nuovi record a cui perveniva mensilmente il debito pubblico, dinamica che in presenza di uno squilibrio fra entrate e uscite è del tutto inevitabile e riduce la ragioneria pubblica al significato della conta degli starnuti di un malato di influenza. Si farà lo stesso nel 2020, anno in cui la velocità di crescita aumenterà per forza dato un aumento del 10% della misura del deficit? O si continuerà a dare la colpa alla sbronza del Papeete, circostanza che svela il livello amministrativo e politico del personale di governo attuale? Se il deficit sarà del 2,2% (ma ricordiamo che si voleva addirittura il 3%) allora bisogna dire che Salvini e Di Maio avevano ragione e che il loro errore è stato solo nel non insistere sulla richiesta del 2,4% iniziale, circostanza che ha pure aperto la strada alla crescita di standing di quello che poi li ha fatti secchi.

Si dirà: ma la Commissione non avrebbe mai consentito al governo precedente di sforare. È vero, ma questo fatto conferma tre cose. La prima è che le regole economiche UE hanno la consistenza scientifica di un budino e sono solide come i prezzi di un tappeto in una trattativa nel suk il che dovrebbe gettare qualche dubbio sull’opportunità di continuare a fidarsi dell’Europa e dei compiti a casa. La seconda è che non siamo assolutamente più in un regime democratico ma siamo entrati in una sorta di impero feudale in cui le regole diventano concessioni graziosamente rilasciate agli amici e negate ai nemici. La terza è che non ha senso fare “accordi” che, di fronte alla tragedia economica che il nostro Paese ha costruito nell’arco di 4 decenni, non solo hanno di per sè una breve durata (un anno) potendo quindi essere disconosciuti nell’arco di 12 mesi ma, oltretutto, sono regolarmente posti in dubbio anche in corso d’opera, come avvenne lo scorso anno quanto già a gennaio – 20 giorni dopo l’approvazione della finanziaria! – si cominciò a dire che serviva una manovra correttiva

Ciò detto, l’oggetto sociale di questo governo era disinnescare le clausole IVA: obiettivo apparentemente raggiunto anche se i 23 miliardi sono stati coperti con la manovra estiva (7,5) e con maggior deficit (14,4) per cui, di fatto, a costo zero per questo esecutivo. Ne deriva che la parte ulteriore della manovra corrisponde a obiettivi politici ulteriori coerenti con la piattaforma ideologica dei due partiti (social-redistributiva per il PD, ecologista per il M5S) e comporta una stretta fiscale di circa 15 miliardi via aumento imposte o riduzione spese.

La credibilità delle cifre è nulla: 7,2 miliardi sono il massimo obiettivo di riduzione dell’evasione mai stabilito da un governo e ovviamente non sarà raggiunto se non per la via indiretta dell’aumento delle imposte su quelli che già le pagano prefigurando un’ulteriore stretta del regime di polizia fiscale che ci assilla da 30 anni. I 3,6 miliardi di privatizzazioni vanno a sommarsi al residuo di 17 (diciassette!) su 18 già previsti dal Conte I nel 2018 ed il loro reale raggiungimento implica, al minimo, la cessione dell’ENI, per oggi non all’orizzonte. La spending review sarà fatta, se lo sarà, di tagli lineari stile Tremonti che, traducendosi in aumenti di costo per i cittadini e andandosi a sommare all’aumento di tasse, agli oneri della lotta all’evasione ed alla riduzione di agevolazioni (cioè, come già detto in passato, livellamento verso l’alto delle imposte) avrà effetti recessivi.

Se si tiene conto di come la manovra è nata (il PD e parte del M5S avrebbero tranquillamente aumentato l’IVA via rimodulazione e solo la strana coppia Renzi – Di Maio ha stoppato il disegno) si giunge tranquillamente alla conclusione che siamo di fronte ad un guscio vuoto, ad un mero formalismo burocratico che lascia del tutto aperto l’ambito delle scelte possibili nella dinamica politica interna (Boccia ha già riaperto il capitolo di sinistra dell’aumento IVA) ed internazionale (non è detto che la UE se le beva proprio tutte e potrebbe desiderare qualche numero più consistente) e che, al meglio, apre la strada ad una “necessaria” manovra correttiva di qui a pochi mesi, appena la nuova Commissione avrà i suoi pieni poteri. In ogni caso il tema delle clausole di salvaguardia rimane vivo e si sposta al 2021: anche in questo caso niente di nuovo sotto il Sole. Per altro verso il governo è immobile su tutti i fronti e non si vede alcuna discontinuità nelle politiche governative, non solo economiche ma anche migratorie: segno che Salvini aveva abbastanza ragione e che la cifra politica di questo governo è solo la conventio ad excludendum dei partiti che, ancora oggi, hanno la maggioranza dei voti potenziali.

Si dimostra anche che ormai la crescita delle tasse non è più sostenibile a livello non solo economico ma anche politico ed ideologico e che nemmeno gli elettori di sinistra accettano più di buon grado una crescita della pressione fiscale e della conseguente burocrazia che sta avvicinando il Paese al modello della DDR. È strano che nel PD ci sia chi considera “di sinistra” imporre tasse su beni di lusso che tali non sono (elettronica, turismo) e stride il fatto che il PCI considerava invece di sinistra la crescita dei redditi: segno, evidentemente, del mutare dei tempi e degli uomini che, ormai da Bertinotti in poi, ritengono sia più “di sinistra” far piangere i ricchi (in realtà i benestanti del grande ceto medio italiano) che far almeno sorridere i poveri.

Il blocco dell’aumento IVA (in realtà, il rinvio al 2021 via clausole di salvaguardia reiterate) nasconde l’insostenibilità della situazione: l’Italia non è semplicemente in grado di garantire il servizio del debito a queste condizioni, con questa moneta e con questa crescita. Occorrerebbe un atto di responsabilità della politica nel dichiarare questo e nel prendere le debite contromisure proponendo all’UE una scelta fra due ipotesi: uscita dall’Euro o, al contrario, conferma sacrale della partecipazione alla moneta unica a fronte di un’azione della BCE che, acquistando il vecchio debito e sostituendolo con nuovi titoli a tasso zero, azzeri il costo storico del debito estendendo anche a noi le condizioni deflazionistiche che caratterizzano il debito di quasi tutti i paesi industrializzati, il tutto se del caso garantito dall’elezione di Draghi alla Presidenza della Repubblica fugando le ipotesi assurde di reiterazione di quel poveretto di Mattarella o di elezione di una nullità come Conte. Tertium non datur e se non è giusto accusare un governo di scappati di casa di sbagliare tutto, qualsiasi cosa facciano, perché la situazione è quella che è e i problemi ci sarebbero anche con i pieni poteri di Salvini, occorre dire che questa strategia è miope e spinge il sistema-paese verso il collasso, atteso che ogni speranza di rinnovamento è caduta con il golpe agostano e che in queste condizioni, a mio avviso ormai transitorie, di libertà di circolazione di tutto (uomini, capitali, aziende) non si vede perché chi può dare di più non cominci in massa ad andare a farlo all’estero.

Si ripete il copione dello scorso anno: una trafila infinita di idee, discussioni, polemiche, trattative che si concluderà il 30 dicembre previo accordo in extremis con l’UE, a quali condizioni si vedrà. Per adesso solo tanta fuffa che copre una crisi ormai conclamata dei meccanismi di raccordo fra centro e periferia UE ed una situazione finanziaria drammatica. Ma evidentemente non seria.

Discussione

3 pensieri su “La legge fuffa

  1. Come non essere d’accordo su ogni singola frase?
    Sempre attuali le parole di Papa Giulio II:
    “Non sai, figlio mio, con quanta poca saggezza sia governato il mondo?”

    "Mi piace"

    Pubblicato da Graziella | 5 ottobre 2019, 18:39

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