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Politica Europa

Forse si può

downloadDopo settimane di impaludamento, all’improvviso la vicenda Brexit pare sbloccarsi e preludere ad una conclusione condivisa fra Regno Unito ed UE. L’esito del voto di ratifica di Westminster di domani è, al momento, del tutto incerto e può dare luogo a due esiti completamente diversi.

Se il parlamentari dovessero votare NO la Gran Bretagna sprofonderebbe definitivamente nel caos istituzionale che ha caratterizzato gli ultimi mesi e che recentemente ha sfiorato anche la corona. Bo Johnson, personaggio eclettico e di cultura inarrivabile per i sovranisti europei e pure per Trump, comunque la si pensi su di lui, ha tentato di sanare la frattura profondissima che si era creata fra un elettorato che si era espresso per la Brexit (non necessariamente, vale la pena ricordarlo, subordinata ad un accordo) ed un parlamento che, per una politics di basso livello o per una policy favorevole al Remain, si era proposto come scudo umano contro la volontà popolare sequestrandola e coartandola per dare alla vicenda, in nome del popolo che presume di rappresentare, una conclusione diversa da quella che il popolo di prima mano aveva scelto. Questa chiave di lettura spiega tutte le modeste vicende di contorno, dalla May che andava a Berlino a prendere ordini, alla girandola di voti contrari, alla chiusura del parlamento, alla riapertura dello stesso da parte della Corte Suprema che al contempo doveva dare di scema alla Regina per essersi fatta ingannare dal primo ministro. Intendiamoci, la crisi istituzionale inglese è profondissima, mette in scena i limiti di una forma monarchica non soggetta a limiti di età della sovrana che, sfiorando ormai il secolo, non è certamente figura in grado di gestire eventi critici e sottolinea l’inattualità di una costituzione non scritta basata su di una tradizione in cui trovano posto sentenze e decisioni relative alle guerre contro gli spagnoli ma non le più moderne forme di partecipazione democratica.

Comunque vada, questo sistema dovrà essere rivisto: lo diceva il modesto blogger mesi addietro (https://averagejoe3000.wordpress.com/2019/04/04/how-do-you-say-8-settembre/) ma lo diceva anche Wolfgang Munchau con il suo blog ultraeuropeista eurointelligence.com (“We have been very careful with the expression constitutional crisis in the past. We cannot recall a genuine constitutional crisis in a big western democracy, in the sense that the constitutional machinery itself was at stake. There is now more than a whiff of a constitutional crisis in the UK. The UK’s unwritten constitution was clearly not designed to handle events as complex as those associated with Brexit. A written constitution may well be one of the main results of this crisis, however it ends. But, until that moment arrives, the notion of a constitutional crisis seems appropriate to us”).

Le elezioni europee, che la vulgata vuole abbiano rimesso in ordine gli assetti politici ma che sempre più si stanno dimostrando come un punto di svolta epocale, in UK dettero dato ampio successo al Brexit Party di Nigel Farage nato solo qualche settimana prima. Questa circostanza spazzò via la sensazione (o, forse, la mera speranza) che la vicenda Brexit fosse stata archiviata dall’elettorato e la riportò in auge come questione esiziale della politica. L’ascesa al potere di BoJo, necessaria per evitare che i Tory venissero archiviati come parentesi della storia, non poteva avere come conclusione nient’altro se non la Brexit pena il dissolvimento del sistema dilaniato da contrasti fra popolo, parlamento, governo e corte suprema. Johnson bene o male si è caricato di questo peso e ha trovato dall’altra parte una UE che, avendo vinto le elezioni, ha dovuto calarsi le brache. Sì, perché la crisi britannica fa il paio con quella europea uscita dalle medesime elezioni: la frammentazione politica del parlamento europeo impedisce la formazione di maggioranze stabili se non in chiave antisovranista mentre il declino merkeliano non trova (e penso che, ormai giunti a metà mandato, non troverà più) compensazione nella crescita di Macron. A ciò si aggiunga la crisi economica latente, la guerra commerciale, la reale guerra turca ai confini, l’atteggiamento americano di ormai neanche nascosto disimpegno da tutto ciò che non riguardi la Cina. Tutte circostanze che hanno indotto la Commissione a più miti consigli spingendola ad accettare un giusto compromesso maturato, diciamolo, solo dopo che Johnson ha fatto il minimo sindacale del negoziatore, cioè minacciare una no deal Brexit che evidentemente, al di là della propaganda, non costituiva il suo reale proposito.

L’accordo completa la Brexit permettendo al Regno Unito di uscire dall’unione doganale. Viene eliminato il principale vulnus dell’accordo Chequers che rimetteva nelle mani dell’UE, subordinandola ad un successivo accordo, tale uscita, di fatto rinviandola sine die. L’Irlanda del Nord rimane “temporaneamente” nel mercato comune, decisione comunque subordinata ad un voto di conferma a cadenza quadriennale del locale parlamento. Alla fine si dimostra che gli ostacoli alla Brexit non erano i rapporti con l’UE ma gli assetti irlandesi maturati parallelamente nel corso del mezzo secolo di appartenenza europea dei britannici. È possibile che questa situazione si tramuti in un gran vantaggio per Belfast, destinato a diventare una piattaforma logistica per gli scambi fra UK, UE e resto del mondo, per cui questa situazione è passibile di congelamento sine die. È possibile che questo regime si accompagni ad altri di natura finanziaria e fiscale rendendo il Nord Irlanda una specie di Hong Kong europea, una terra di mezzo non compiutamente britannica ma neanche fusa con l’Eire. È anche possibile che la Scozia europeista pretenda un nuovo referendum che, in caso di vittoria degli indipendentisti, riaprirebbe la vexata quaestio degli accordi conseguenti. Insieme alla Catalogna che si riaccende, in ogni caso si dimostra come le spinte etniche e nazionaliste (vogliamo chiamarle “sovranismi”?) siano ormai parte integrante del panorama politico europeo a dispetto di quanti si rifugiano in slogan vuoti come “siamo tutti europei” o, peggio, “siamo tutti umani”. In attesa che qualcuna delle decine di enclave europee islamizzate dichiari la sua indipendenza in nome della sharia.

Per inciso i media nostrani che a primavera si stracciavano le vesti perchè gli unionisti irlandesi impedivano la capitolazione l’accordo sponsorizzato dalla May, adesso auspicano che gli stessi diano il due di picche a BoJo, ennesima dimostrazione di come la politica in Italia sia ormai intesa non come confronto di idee e progetti ma come mera caccia all’invariabile uomo nero del momento.

Per inciso i media nostrani che a primavera si stracciavano le vesti perchè gli unionisti irlandesi impedivano la capitolazione l’accordo sponsorizzato dalla May, adesso auspicano che diano il due di picche a BoJo, ennesima dimostrazione di come la politica in Italia sia ormai intesa non come confronto di idee e progetti ma come mera caccia all’invariabile uomo nero del momento.

Se Westminster dirà SI si dimostreranno due cose: che il popolo conta e che l’UE non sarà un’entità eterna, aprendo le strade ad altre exit ed a forme di collaborazione più flessibili che a quel punto riapriranno la strada alla questione italiana ed ai politici che vorranno inserirla nel loro orizzonte strategico. Domani l’ardua sentenza.

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