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Politica Italia

The chronicles of Narni

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Come sempre, cominciamo dai numeri: Tesei 57%, Bianconi 37%; Lega 38%, FdI 10%, PD 22%, M5S 8%. La Lega conferma “solo” il risultato europeo, la Meloni tocca la doppia cifra per la prima volta fuori Roma, il M5S fa la metà della metà e riduce di tre quarti i suoi voti in un anno e mezzo. Tutto questo avviene a fronte di un aumento di 10 punti della percentuale dei votanti, circostanza che nel corso della giornata aveva lasciato intendere un colpo di reni della sinistra visto che, per tradizione, i comunisti al mare non ci vanno, neppure in autunno. Invece la maggiore affluenza era un modo di dire alla maggioranza uscente, vittoriosa nelle elezioni passate solo per un 2% quando la Lega manco arrivava al 10, di andare a quel paese. La battaglia contro l’astensionismo la sta vincendo Salvini che porta a votare gente che non ne poteva più, un po’ – si può dire? – come aveva fatto Trump. Di più non c’è bisogno di dire.

Previste nel 1948, le Regioni furono istituite solo nel 1970 per il timore, nel dopoguerra, che il PCI filosovietico se ne aggiudicasse alcune. Avviati ormai verso l’eurocomunismo che li avrebbe parzialmente sdoganati anche a livello nazionale, i comunisti in quell’anno si presero Umbria ed Emilia Romagna ed entrarono in maggioranza in Toscana la cui presidenza fu assegnata ai socialisti. Le tre regioni rosse erano le uniche, fino a ieri, a non aver mai cambiato padrone insieme a Lombardia e Veneto. Dato che le regioni più che altro gestiscono la sanità e che la migliore sanità, sia pure con modelli diversi, si trova proprio in queste regioni, niente di strano che i cittadini abbiano via via rinnovato la fiducia ai partiti di riferimento locali. Visto poi che la giunta umbra era caduta proprio su uno scandalo sanitario, c’erano tutti gli elementi per derubricare queste elezioni a mero fatto locale. Del resto l’Umbria è davvero piccola, si è progressivamente deindustrializzata talchè la sua struttura socio-economica è più vicina a quella del sud che a quella del centro-nord, è flagellata da oltre 20 anni di terremoti, insomma un voto “strano” dovuto ad un po’ di incazzatura locale ci poteva davvero stare: messa così i problemi per il governo potevano davvero essere pochi. Però.

Però il governo ed i partiti che lo sostengono inopinatamente ci hanno messo la faccia con l’incomprensibile foto di Narni. Incomprensibile perché ci poteva anche stare se la differenza di voti fosse stata il 2-3% ed allora questa missione avrebbe anche potuto fare la differenza. Ma, benedetti ragazzi, non lo sapevate con i vostri sondaggi riservati che le cose stavano così? Ed allora a che pro la propria firma sopra ad una sconfitta, locale eh, ma epocale? Il governo non finirà, ovvio, ma Conte come fa a pensare che una sconfitta rafforzi il governo? Nel 2000, all’epoca delle dimissioni del lider Massimo a seguito della sconfitta alle regionali sarde, lui c’era? E se c’era, cosa stava facendo? Non sapeva (e non sa) che in Italia ogni elezione è politica e che impatta sugli equilibri nazionali? E non lo sapeva (lo sapeva perfino il blogger ad agosto) che di sicuro non si voterà per le politiche fino al 2023 ma che fino ad allora ci sarà una sequela di voti regionali tali da rappresentare un’elezione politica a pezzi? E pensa di passare intonso da una serie di sconfitte? Con cosa? Con l’appoggio di Trump e di Ursula (a proposito, anche in UE va tutto bene, eh)? E se d’altro canto pensi di aiutare a vincere, c’è proprio bisogno di paragonare la regione ad una provincia sottosviluppata del sud facendo trapelare il retropensiero che, ti votino o no, alla fine gli umbri non contano niente?

Conte conferma la sua inadeguatezza politica. È un prodotto di laboratorio, peraltro neanche tanto riuscito, che trova la sua dimensione naturale in un pontificare continuo ma vuoto su qualsiasi tema politicamente corretto e in una costante ed ostentata avversione per Salvini. Il suo eloquio aereo e soave, ancorchè privo di contenuto, contraddice le sue politiche del tutto inadeguate al momento. Intende la politica come uno scambio di favori personali fra persone che contano ma gli manca il quid che fa il politico vero, quello di raccogliere voti al momento opportuno. Si comporta bene nelle manovre di palazzo ma manca di reale piglio elettorale: chi vorrebbe creare una “lista Conte” farebbe bene a pensarci su. Alla fin fine, niente più che un clone di Letta e Gentiloni. Queste elezioni chiudono anche la strada verso il mitologico “centro”. In un’epoca di contrapposizioni nette che stanno degenerando in rivolte (Parigi, Barcellona, Santiago, Beirut) e che propongono opzioni incompatibili, posizionarsi al centro significa solo rifugiarsi in formule intellettuali o, addirittura, verbali: non si può essere a favore di un po’ di immigrazione, un po’ di euro, un po’ di più Europa. Si conferma che lo spazio politico, lì, è solo di nicchia.

Oltretutto il governo si è precipitato nella cittadina umbra con una proposta politica che mixava temi locali, usuale opposizione a Salvini e proposte di politica economica della legge di bilancio. La disfatta elettorale boccia quindi anche quest’ultima, velocemente virata come da attese in un “tassa e spendi” infarcito di tasse estorsive e di aggressione al lavoro autonomo, confermando l’insostenibilità della crescita del livello di tassazione  in un contesto ormai privo da un decennio di significativo sviluppo economico.

Zingaretti e Di Maio hanno per lo meno l’attenuante che questa formula di governo non la volevano e sono stati costretti ad accettarla da Renzi e Grillo e poi da Sergio, Ursula, Angela, Emmanuel, Donald, Jorge e chi più ne ha più ne metta ma, a parte che comportarsi così non fa certo di loro dei “capi”, anche loro dopo hanno stroppiato perché una cosa è fare un governo di emergenza per disinnescare l’IVA e poi votare ed un’altra imbarcarsi in un progetto politico totalitario che comprende 42 mesi di governo ed alleanze politiche anche a livello di quartiere.  Aveva ragione Renzi, che su questi giochetti dà a tutti e due un giro di pista, quando diceva di fare la legge di bilancio e poi votare ma niente, hanno voluto fare il governo di legislatura, andare all’elezione del PdR che è fra due anni e mezzo, e adesso pagano lo scotto di un progetto politico impopolare e mai decollato. Anche perché hanno resuscitato un morto che manco più camminava e che adesso, più scafato di loro, con la sola sua assenza dalla foto opportunity di venerdì li tiene per le palle. Oltretutto senza manco disporre di un voto.

Il M5S sta velocemente scomparendo. L’equivoco sulla sua natura sta venendo rapidamente chiarito: al centro nord il movimento non è un pezzo di sinistra più onesta ma un partito, almeno a livello di elettorato, ribellista. Le alleanze sono per lui innaturali ma possono essere tollerate in chiave di cambiamento (come quella con la Lega) e non di restaurazione (come quella col PD). La giravolta estiva di Grillo lo ha privato di ogni credibilità ed è buffo che i contestatori di Di Maio (che voleva andare a votare) adesso si rivolgano proprio a Grillo che gli ha impedito di farlo. Al sud il discorso è diverso: lì il movimento si propone come garante di un sempiterno assistenzialismo e questo gli garantisce un certo viatico elettorale. Il futuro è a cavallo del 10%.

Il governo rosso-giallo doveva fare, nelle intenzioni, quello che, mutatis mutandis, doveva fare il governo Renzi nel 2014: disinnescare Salvini come quello doveva disinnescare Grillo. Basandosi sulle stesse manovre di palazzo e sugli stessi trasformismi, probabilmente gli esiti saranno gli stessi. Salvini non è un bug del sistema ma interpreta, anche fisicamente, una proposta politica che pare adatta a risolvere i millanta problemi italiani. Salvini non è la causa ma l’effetto di 12 anni di crisi economica, di dittatura europea, di immigrazione fuori controllo, di degrado amministrativo. Ha pagato gli azzardi di agosto ma adesso ha ripreso il suo percorso ritornando almeno sui livelli di maggio. Il rischio (per gli altri) è che continuando così possa anche, fra un paio d’anni, poter fare da solo o, al più, con la Meloni. Un rischio calcolato potrebbe indurre a chiudere la legislatura al più presto in modo da lasciarlo in compagnia di Berlusconi almeno per gli anni che gli restano, facendo maturare la sua svolta moderata che qualche settimana fa auspicavo, magari facendo un accordo di retrobottega per una candidatura condivisa per il nuovo PdR che, a sua volta, dovrebbe chiudere l’esperienza fallimentare di Mattarella che, dal dicembre 2016 in poi, non ne ha letteralmente indovinata una, compresa l’imposizione di questa formula di governo innaturale e non desiderata.

Salvini si conferma un acchiappavoti del livello del Berlusconi d’antan. Il gap elettorale   fra i due Mattei  chiude, penso per un bel po’, i discorsi riguardo alla trasmigrazione di truppe azzurre in Italia Viva ed apre scenari nuovi per le due elezioni-fine-di-mondo di Emilia e Toscana. Saranno anche questi casi locali ma il peso è ben diverso. In Emilia peseranno Bibbiano e l’autonomia regionale, oltretutto alla luce di una manovra ostile ai produttori. In Toscana peserà come un macigno il fattore Renzi: senza di lui qui non si vince ma con lui si possono prendere anche batoste epocali. D’altro canto la situazione politica toscana è più simile a quella umbra che a quella emiliana con Rossi, governatore uscente, fuoriuscito in LeU, che non si ripresenterà e con la sanità che comincia a barcollare (molti vanno in Romagna a farsi esaminare ed operare causa liste d’attesa chiuse o lunghissime) e questo, specie se la Lega continuerà a prendere voti dall’astensionismo, apre la strada ad un rimescolamento i cui esiti potrebbero essere molto diversi dalle attese. Magari con l’aiutino di qualche altra improvvida foto opportunity.

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