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Economia e società, Politica Italia

Autodafè

download (3) Avevo scritto qualche giorno fa della fuffa che avvolgeva l’intero impianto della legge di bilancio. Ero stato buon profeta perché la NADEF era a tutta evidenza un guscio vuoto che doveva essere riempito con qualcosa di più consistente di buone speranze scritte sulla sabbia, a partire da quelle relative ai 7 miliardi di recupero di evasione fiscale. In prima battuta, il governo ha tentato di mantenere il punto sul recupero dell’evasione declinandolo nel senso abituale alla sinistra e quindi prevedendo non  misure di contrasto ai comportamenti individuali contrari alla legge ma un aggravio della pressione fiscale a carico di quelle intere categorie che, nella visione sinistrorsa, sono di per se stesse, per la loro stessa esistenza ed indipendentemente dal concreto rispetto delle leggi, imputate di evasione, in primis piccole imprese e lavoratori autonomi. In questo senso andava (ed in parte va) la revisione delle norme sulla flat tax delle piccole partite IVA che perlomeno si basa su una visione politica ed ideologica che, per quanto sbagliata, è chiara e logica: gli interessi dei lavoratori autonomi sono in contrasto con quelli dei lavoratori dipendenti, i lavoratori autonomi hanno spazi di autogestione che i dipendenti non hanno e che la sinistra considera eccessivi, i lavoratori autonomi non votano il PD e quindi io li tasso.

Lasciando perdere il fatto che la sinistra ha perso, penso da almeno 20 anni, il rapporto con la realtà e ragiona per canoni ideologici assurdi per cui considera “evasione” tutto quello che permette di pagare tasse secondo aliquote non espropriative, qualunque sia la  motivazione originariamente posta a base di queste normative agevolative, almeno gli obiettivi politici erano coerenti: ingraziarsi con qualche spicciolo i pochi lavoratori dipendenti ed i molti pensionati che ancora la votano, vellicare le ansie ideologiche di una redistribuzione di ricchezza che ormai comincia a non esserci più, tenere in piedi un bilancio che il governo sta scassando nonostante l’inusitata premialità riconosciuta dall’UE (+14 miliardi di deficit). Visto che IV e M5S invece ai lavoratori autonomi ci guardano, l’assalto ai free lance è stato respinto e questo ha dato il via alla Caporetto di tutta la narrazione sul budget 2020. Infatti i buchi di bilancio derivanti dall’illusorietà della lotta all’evasione sono stati coperti con meri aumenti di imposte che vanno a colpire i ceti medi e bassi e – sorpresa – proprio i dipendenti che dovrebbero votare il PD.

Le imposte su zuccheri e plastiche, dato l’attuale livello di sviluppo tecnologico dell’umanità, altro non sono che imposte estorsive che vorrebbero disincentivare comportamenti che sono semplicemente ineludibili in quanto privi di alternative. Si configurano come accise che determineranno, per i consumatori, un aumento del costo dei prodotti più che proporzionale perché, come avviene per le benzine, determineranno anche aumenti dell’IVA (10 o 22% a seconda dei casi). Sono incostituzionali perché non si vede quale sia la manifestazione di ricchezza insita nell’acquisto di un imballaggio – circostanza che non integra nemmeno gli estremi del “consumo” –  visto oltretutto che la proliferazione degli imballaggi nell’ultimo quarto di secolo (bustine di zucchero, mozzarella in confezione singola, ecc.) in parte dipende anche da norme di legge volte ad aumentare le garanzie di igiene e le informazioni al consumatore il che renderebbe impossibile evitare l’imposizione tramite l’eliminazione del presupposto di imposta. Sono regressive perché impattano maggiormente sui beni a basso costo (0,04 € su una bottiglia d’acqua, alla COOP, sono il 30% del costo del prodotto talchè l’imposizione fiscale sul bene – considerando IVA, accisa e maggiore IVA su quest’ultima -arriva al 43%). Colpiscono tutti ma in misura proporzionalmente maggiore i bassi redditi, guarda caso quelli che dovrebbero votare PD. Non sono ecologiche perché, ragionevolmente, non possono ridurre consumi tecnologicamente imposti. Non si capisce cosa c’entri la sugar tax con l’ecologia e come si concili il divieto a fini salutistici della Fiesta© con l’ansia di legalizzare il consumo di marjuana. Per finire giova solo ricordare che l’antesignana di queste tasse fu  quella imposta sulle “sportine” per la spesa di frutta e verdura nel 2017: anche queste tasse, come il PCI d’antan, vengono da lontano e vanno lontano per cui aspettiamoci nei prossimi anni un aumento di questo filone di imposte che porterà, suppongo, ad una tassazione anche dell’aria consumata, magari su base forfettaria, per compensare l’impronta ecologica di sudorazioni e peti.

L’altra gamba della manovra è data dalla tassazione delle auto aziendali in capo ai dipendenti. Ricordo che questa misura fu già proposta nel 2007 e dette luogo alla devastante conseguenza della perdita perenne di un voto – il mio – fino ad allora serenamente e costantemente dato alla sinistra. Erano i tempi bertinottiani dell'”anche i ricchi piangano” declinati nel senso di colpire non il padrone ma il capufficio e di livellare i redditi di dirigenti e quadri a quelli dei loro sottoposti a loro volta abbondantemente nutriti di odio sociale ed ignoranza che li inducevano a ipotizzare livelli di reddito – soprattutto netto – dei loro superiori maggiori di interi ordini di grandezza rispetto a quelli reali. In quell’occasione la minaccia venne respinta da un intelligente Fassino che, da buon torinese, aveva almeno alcune nozioni sulla filiera automotive la cui presenza è ovviamente inimmaginabile in un avvocato apulo-romano. Le velleità ecologiste-redistributive della misura si scontrano con il dato organizzativo dell’ineliminabilità dell’uso promiscuo salvo pensare a filiere logistiche in cui il dipendente si reca – magari obbligatoriamente in bus o bici – alla sede aziendale – spesso distante decine di chilometri – ove, presa l’auto aziendale, svolge le sue funzioni salvo riportarla in sede – magari obbligatoriamente entro le 17,30 – per prendere con le stesse modalità la via del ritorno. A Roma si equivoca evidentemente fra auto aziendale ed auto blu ma, a differenza di quest’ultima, l’auto aziendale è un mero strumento di lavoro ed è un “benefit” nella stessa misura in cui lo è il PC o cellulare aziendale, cioè quasi per niente. Venendo meno la disponibilità da parte mia di auto aziendali e facendo quindi maggiore attenzione ai km percorsi in proprio, mi sono accorto che anche i 15.000 chilometri annui presi come riferimento forfettario dell’uso personale sono spesso irraggiungibili. Colpire le auto aziendali significa mettere una tassa sull’organizzazione aziendale, “visione” suppongo coerente con il modello organizzativo del Kombinat ma direi abbastanza distante dalle esigenze di flessibilità ed efficienza che, per altro verso, hanno indotto la sinistra, negli anni passati, ad azzerare le tutele del lavoro dipendente. Soprattutto, nella misura in cui va a colpire dipendenti di livello medio e medio alto che in genere votano PD, è un provvedimento oggettivamente stupido che indurrà molti a fare la scelta politica che già feci nel 2007. Anche perché le auto aziendali, a occhio, sono più diffuse in Emilia e in Veneto dove, puta caso, fra poco si vota.

Decisioni di questo genere, che riemergono a distanza di 12 anni, evidenziano varie cose:

  1. che ci sono, suppongo al MEF, uffici che analizzano costantemente le aree di tassazione per individuare ambiti da cui si può ancora “estrarre valore” predisponendo, suppongo, un catalogo di norme da tirare fuori all’istante nel momento del bisogno;
  2. che l’ideologia “redistributiva” è un’opzione sempreverde riproponibile in qualsiasi momento, anche a distanza di decenni ed in condizioni economico-sociali oggettivamente diverse;
  3. che misure di questo tipo, vellicanti invide minime fra colleghi, fanno apparire la riforma della flat tax come un provvedimento epocale di stampo marxista.

Il governo è concorde nel vedere le tasse come strumento principale della gestione economica con totale esclusione dell’autonoma azione del settore privato. Al contempo la lotta intestina alla maggioranza è su “quali tasse” e per “quali motivazioni”: per il PD vanno bene tutte, IV contesta quelle sul ceto medio (plastic tax, sugar tax, auto aziendali) mentre il M5S si appaia a Renzi per le auto aziendali ma conferma la validità ecologica (sic!) di quelle sulla plastica del tutto coerente con le sue velleità decrescitiste. Un caos che al momento fa dire che non esiste una bozza di finanziaria condivisa mentre la fioritura di microtasse crea un clima di incertezza e confusione che fa strame di qualsiasi narrazione che, del resto, il governo non è mai riuscito a trovare. Se infine si pensa che il 63% della plastica si produce in Emilia Romagna, come denunciato dal governatore Bonaccini, viene da chiedersi francamente se PD & C. ci sono o ci fanno e come possa questo partito – parlo pro domo loro – realmente affidarsi ad una leadership così impreparata e superficiale.

D’altro canto la settimana che ha seguito le elezioni umbre è trascorsa all’impronta della straniazione. La sconfitta di 20 punti apre scenari drammatici – sempre per il PD – anche per Emilia e addirittura Toscana, non solo per le dimensioni ma soprattutto per l’aumento dei votanti che ha favorito la destra (in Emilia nel 2015 il PD vinse con il 50% del 35% dei votanti). In queste condizioni nessun risultato è garantito e nessuno (governo, partito, segretario) può pensare di non essere travolto dalla perdita di una regione che per il PD ha valore identitario e fondativo. Solo Bersani sembra essersene reso conto mentre Di Maio e Zingaretti sembrano anestetizzati e non in grado di fare un ragionamento che vada oltre la conferma del governo Conte, difeso ad oltranza contro la vis polemica di Renzi. Zingaretti dovrebbe invece cominciare a prendere in considerazione la possibilità di forzare la mano per provocare la caduta del governo dopo la finanziaria ed un ritorno alle elezioni che, accorpando regionali, magari anche toscane, e politiche, lo condannerebbe probabilmente alla perdita del governo nazionale ma gli consentirebbe forse, con un appello “antifascista”, di tenere quelli di Firenze e di Bologna, di prendere il M5S in mezzo ad una classica partita fra destra e sinistra e di fare secco Renzi una volta per tutte (forse). Viceversa, andando avanti in questo modo, rischia di fare la fine della rana bollita a fuoco lento assuefacendosi alla tesi che si tratta “solo” di amministrazioni regionali.

La straniazione colpisce soprattutto Conte che, nella sua modestia ed inesperienza politica, forse pensa davvero che si tratti “solo” di elezioni regionali che non possono influire sulla tenuta del governo, sopravvalutando probabilmente appoggi internazionali ormai dimentichi e deboli e sottovalutando gli effetti interni del panico indotto da sconfitte a ripetizione. “Giuseppi” si è ormai identificato con la figura del “premier tecnico” per cui i suoi riferimenti non sono le percentuali di voti e consenso ma solo gli indici finanziari che non riesce oltretutto a interpretare in termini politici. Il governo parla di riduzione della pressione fiscale ma non si capisce se fa riferimento a quella del 2019 o a quella che si sarebbe avuta in caso di aumento delle aliquote IVA per evitare il quale era nato e che, francamente, nessun governo avrebbe accettato a nessuna condizione. Non è invece plausibile che la pressione si riduca rispetto a quella corrente vista la gragnuola di microtasse previste in finanziaria che oggettivamente ed inevitabilmente andranno a gravare sui consumatori-elettori, rendendo priva di significato politico-elettorale l’eventuale riduzione dell’indice medio. Detto questo, meravigliarsi per il poco consenso è assai ingenuo. Meno è spesso meglio e forse, incassato il bonus europeo di maggior deficit, sarebbe stato meglio fermarsi lì senza rincorrere ambizioni ideologiche per le quali non sussistono risorse adeguate.

Il premier continua a parlare per dogmi e massimi sistemi (ecologia, redistribuzione, riduzione delle tasse) in un clima di svagatezza che lo porta a dire cose contraddittorie,  a fare cose incoerenti rispetto alle intenzioni e a non capire gli effetti elettorali, probabilmente oramai irreversibili, delle sue scelte fiscali avviandosi così ad un altrettanto irreversibile, tanto per rimanere in tema, autodafè. Amen.

Discussione

2 pensieri su “Autodafè

  1. Secondo il mio modestissimo parere,
    con una moneta a debito (e interessi da strozzini delle aste marginali) gravemente sopravvalutata per l’Italia e l’adesione al Fiscal Compact (persino messo in Costituzione!) c’è solo una cosa da fare:
    tassare. tassare, tassare fino a cedere pezzo dopo pezzo la nostra amata e bellissima Patria.
    I nostri esponenti politici (tutti, maggioranza e opposizione) si guardano bene dal mettere in discussione i seguenti punti e si limitano (nel possibile) a danneggiare maggiormente, l’uno l’elettorato dell’altro.
    È evidente che l’Italia è già a pezzi e solo noi non ce ne siamo accorti.

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    Pubblicato da Graziella | 4 novembre 2019, 16:49

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  1. Pingback: Cupio dissolvi | Average Joe - 5 novembre 2019

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