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Economia e società, Politica Italia

Cupio dissolvi

download (4).jpgSe c’è una cosa positiva nella vicenda ILVA è che essa fornisce, subito e tutta insieme, la plastica rappresentazione delle conseguenze di un’impostazione gretina dell’economia, focalizzata solo sulle negatività dell’impatto ambientale delle attività economiche e non sulla positività della crescita economica che si accompagna a crescita sociale, civile e delle condizioni di vita delle persone. Perché è bene ricordare che prima dell’industrializzazione la speranza di vita in Italia era di 40 anni e che l’acciaio, così come tutto il resto che viene prodotto, se forse toglie qualche anno a margine, consente in generale una vita più lunga, sana e soddisfacente. È il PIL che crea salute e non la tutela ossessiva di un ambiente inteso come primordialità che non esiste più da centinaia di migliaia di anni, ovvero da quando il primo uomo che accese un falò cominciò ad antropizzarlo e ad emettere quella CO2 che è lo stigma della civiltà umana e che solo oggi sembra essere diventata il baricentro di tutti i ragionamenti. Il primato dell’economia spiega il livello di vita che abbiamo oggi ed altrimenti non si spiegherebbe il gap di decine di anni di speranza di vita a svantaggio delle popolazioni sottosviluppate africane che pur vivono in un ambiente poco antropizzato. Il futuro lo rubiamo realmente, a noi e a loro, solo se accondiscendiamo alle idiozie di un’handicappata scandinava.

Il caso ILVA è un esempio di gretismo ante litteram visto che la vicenda iniziò 8 anni fa per azione di una magistratura giustizialista e ideologizzata che, come sempre accade da quasi un trentennio, si investì di una missione salvifica inventata al momento e basata su dati perlomeno dubbi di morbilità indotta dall’attività siderurgica. I tassi di morbilità tumorale a Taranto sono in media con quelli delle aree industriali e niente imponeva di prendere provvedimenti così impattanti sull’ambiente economico e giuridico. La famiglia Riva fu spossessata degli impianti e sottoposta ad una persecuzione giudiziaria che l’ha spoliata di ogni bene. Col senno di poi, temperate le intemperanze dei giudici i quali a loro volta hanno dato qualche segno di ravvedimento, ci sarebbe da chiedersi se la soluzione che la straniera Arcelor Mittal ci sta imponendo non potesse essere proposta a quella che era pur sempre una famiglia italiana con cui i punti di incontro e condivisione potevano essere ben maggiori. Ma erano i tempi della caduta di Berlusconi e del suo impianto ideologico basato sull’imprenditoria e quale migliore occasione di dare una lezione epocale a chi, nonostante tutto, pretendeva di fare impresa in Italia e di soddisfare ansie di ambientalismo idiota, odio sociale, invidia e pigrizia?

Perché se i giudici hanno la parte maggiore della colpa, se i governi sono stati ignavi e incompetenti, occorre anche dire che sindacati, lavoratori ed elettori si sono cullati per anni nell’illusione di campare a spese dello stato e che la scomparsa dell’acciaieria si tramutasse in un bengodi di cassa integrazione, prepensionamenti e reddito di cittadinanza. Le percentuali bulgare ottenute dai cinque stelle a Taranto dimostrano che questo recondito pensiero dilagava fra i lavoratori locali, gli stessi che oggi accusano il governo di avere fatto quello che avevano richiesto, cioè di rendere impossibile la gestione di un impianto venduto già in condizioni di illegalità. I “mercati” non sono solo quelli dei bond ma anche quelli reali: non si vede con che logica uno che faceva il bibitaro possa anche solo immaginare di gabbare gente che ha esperienza, competenza, risorse, km di pelo sullo stomaco e che, in un clima di globalizzazione, può spostare in poco tempo le produzioni in paesi con meno molte meno fisime. Ben gli sta a quegli operai che adesso, nelle interviste, si accingono a sorridere ai figli con la morte nel cuore. È bene essere chiari: in attesa che le favole della pifferaia magica diventino realtà, occorre scegliere fra povertà e ricchezza e la ricchezza richiede lavoro, fatica, rischio, impegno. Come dimostra la sconcertante legge finanziaria con le trappole poste a chi lavora, esiste un gap antropologico fra l’Emilia rossa(?) e la Puglia rossa(?) ed è bene che i meridionali siano posti chiaramente, come nel 1992, di fronte alle loro responsabilità civili e politiche. Vogliono fare parte del mondo sviluppato o vogliono rimanere intrappolati in  quel vasto bacino mediterraneo che, al netto delle differenze di religione, condivide il rifiuto per i paradigmi dello sviluppo economico, della scienza, della tecnica, dell’etica del lavoro, dell’impegno e della responsabilità personali? Perché in questo secondo caso, dopo 160 anni di unità, è anche ora di finirla con le indulgenze e le giustificazioni, con le Casse del Mezzogiorno e con i Navigator, e dare loro la possibilità di vivere secondo la loro natura. E se l’acciaio dovrà essere comprato dall’estero, niente a quel punto vieta di rendere estere anche le spiagge del Salento.

La portata della vicenda che impatta per cifre tonde di PIL spero, anche se non credo, che indurrà ad una riflessione l’intera nomenklatura italiana. La decrescita non è felice, il popolo dovendo scegliere si preoccupa della fine del mese e non della fine del pianeta, non è pensabile andare avanti non dico anni ma neanche mesi perseguendo scientamente obiettivi di azzeramento dell’economia come quelli insiti, fra l’altro, nella finanziaria.

Le tesi decrescitiste applicate davvero stanno portando il M5S a percentuali da prefisso telefonico mentre controlla tuttora un terzo dei parlamentari. Il gap fra rappresentanza e rappresentatività del parlamento è insostenibile non solo in chiave di diritto ma, pragmaticamente, per le conseguenze che una marea di cani sciolti può produrre sul destino comune. La democrazia moderna è basata sui partiti e, a tutta evidenza, questo è un partito che non esiste più a livello organizzativo ed elettorale ed i suoi parlamentari sono una sorta di gruppo misto votato all’irresponsabilità ed al conflitto di interessi. Un presidente della repubblica meno ideologizzato e cattivo di Mattarella ne avrebbe dovuto tenere conto ad agosto e dovrebbe tenerne conto, per mandarci a votare, non appena si aprirà uno spiraglio.

Stupisce il crollo culturale del PD che, di fronte ad elezioni regionali da cui dipende la sua stessa esistenza, si imbarca in avventure lontanissime dalla sua storia (il PCI ha sempre guardato allo sviluppo delle “forze produttive”) e dalla sensibilità di quelli che dovrebbero essere i suoi elettori. Non stupisce la scomparsa dal dibattito di Conte che dimostra l’incapacità e l’inconsistenza del personaggio che ad agosto, causa anche accordi equivoci con Ursula e Donald, ha avuto i suoi 15 minuti di notorietà e gloria ma adesso è meglio che torni da dove è venuto. Le contraddizioni, i rischi ed i limiti di un simile governo erano noti dall’inizio (il blog ha dedicato vari articoli all’epoca) ma nessuno poteva prevedere una simile cupio dissolvi che, fra leggi finanziarie fantasiose e tragedie industriali, in soli due mesi lo sta facendo sprofondare semplicemente nel ridicolo. Sarebbe il momento, come nel 1943, che tutti gli uomini onesti ed interessati al destino degli italiani facessero uno sforzo di verità e di comunione per individuare la strada che porta ad un diverso destino.

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