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Economia e società, Politica Italia

Mutismo e rassegnazione

download (4)L’impianto produttivo ILVA realizza da solo un fatturato di € 2,2 miliardi e genera, dati SVIMEZ, circa l’1,4% del  PIL italiano. Ricordiamo che il governo, da anni, basa la sua programmazione finanziaria su cifre taroccate nell’ordine dello zero virgola qualcosa per cui perdere di colpo produzione per una cifra pari ad  8-10 volte i tarocchi dovrebbe essere un pensiero angosciante.

L’ILVA occupa direttamente 10.700 dipendenti oltre a circa altrettanti dell’indotto diventando uno dei primi datori di lavoro privati italiani e garantendo occupazione a circa il 10% degli abitanti di Taranto: senza l’ILVA Taranto farà la fine dei villaggi del vecchio West una volta finita la corsa all’oro, solo polvere ed erbacce secche. A livello nazionale il comparto, al netto dell’escamotage della CIG, pesa da solo per lo 0,1%, probabilmente di più se si considerano gli effetti indiretti: magari i sindacati potrebbero preoccuparsene.

Strategicamente, l’ILVA garantisce l’autonomia produttiva italiana in un settore vitale per l’economia (meccanica, metallurgia, edilizia, automotive, elettrodomestico) e la difesa (mi dicono che l’acciaio serve per la produzione di carri armati, autoblindo, cannoni, munizioni, ecc.). Tanto per dire e per fare un paragone, quando Trump ha voluto imporre dazi su acciaio e alluminio ha fatto continuamente riferimento alla frase “sicurezza nazionale”, sinonimo moderno dell’antico “Sim sala bin” utile a mettere a tacere tutti i critici della limitazione degli scambi internazionali. Pur con tutte le criticità, l’impianto era un asset nazionale (oltretutto di fatto non riproducibile nelle attuali condizioni socio-economiche e politiche-giudiziarie) in mano ad imprenditori italiani con i quali era pur sempre possibile trovare accordi e mediazioni basati su interessi o su minacce. Invece si è preferito spossessarli, intestare le proprietà ad una gestione commissariale del tutto estemporanea e poi cederla ad una società indiana (sai mai, l’India è nostra grande amica come il caso dei marò dimostra) che è il più grande produttore di acciaio al mondo, fattura 75 miliardi, ne guadagna 5, ha stabilimenti in tutto il mondo attraverso cui può fare arbitraggio prodotti/clienti spostando le produzioni dove ritiene più opportuno senza perdere quote di mercato. Quindi, lasciando fare al libero mercato che sta distruggendo la nostra economia, il nostro Paese sta mettendo quote importanti di economia e difesa in mano a potenze straniere: magari il Presidente Mattarella, comandante in capo delle forze armate, il premier con la pochette, i vertici militari, qualche dubbio se lo potrebbero far sorgere.

La multinazionale ha impugnato il contratto di affitto/vendita con lo Stato Italiano probabilmente con buone ragioni: il Sole 24 Ore ricostruisce con precisione la successione dei contratti e le prescrizioni dettagliate dell’ultima versione che danno ampio spazio di argomentazione a favore dell’impresa. Soprattutto la decisione di togliere lo scudo penale dopo che gli indiani avevano firmato il contratto è una mossa da magliari degna dei migliori biscazzieri delle tre carte che evidentemente mette una croce sulla credibilità ed autorevolezza delle autorità politiche italiane e giustifica la fuga di persone e aziende da un paese in cui si stanno incrociando, tutte insieme, in modo imprevedibile ed inopinato, correnti giustizialiste, ambientaliste, decrescitiste, stataliste, assistenziali, opportuniste e fancazziste che stanno formando un coacervo di negatività che risulta incredibile agli occhi di un blogger di mezza età.

Dato che nessuno è fesso, è evidente che l’abrogazione dello scudo penale non è stato un incidente di percorso ma un mezzo accuratamente studiato per consentire il raggiungimento di alcuni deteriori obiettivi:

  • quello del M5S di realizzare concretamente il suo disegno antindustriale, decrescitista ed ambientalista;
  • quello della magistratura di portare a compimento, a partire da accuse di crimini ambientali che mai ad oggi hanno portato ad una condanna nemmeno in primo grado, un’operazione di esproprio e distruzione in cui si intrecciano velleità vetero socialisteggianti ed estremo ambientaliste;
  • quello del PD di tenere in piedi un’alleanza innaturale e insana con i pentastellati per provare a mantenere sulla cadrega almeno Bonaccini, l’ennesima ultima “speranza bianca” del partito che puzza di “sardine”, ripudiando una storia ormai non più sua di forze produttive, fabbriche e operai.

Tuttavia il “recesso” di Arcelormittal sta assumendo i connotati di un saccheggio. Il suo diritto di recesso non dipende evidentemente da un atto unilaterale ma richiede, come ha dimostrato essa stessa presentando un ricorso in tribunale, un doveroso passaggio giudiziario che tuttavia perderà di qualsiasi rilevanza qualora gli impianti dovessero essere distrutti. Il che è quello che stanno facendo i manager imponendo lo spegnimento degli altoforni che, anche se recuperabili, avrebbero bisogno di mesi di lavori e di milioni di investimento per essere ripristinati: chi mai lo farà? Non lo Stato che tassa la Fanta® per andare avanti e non un altro fesso investitore privato che abbia visto come vanno le cose in Italia. Questo recesso, al di fuori di qualsiasi canone di bona fide, assomiglia ad un voluto sabotaggio di un impianto che, dopo essere stato depredato dei clienti, viene reso inutilizzabile per chiunque altro, anche per il suo legittimo proprietario di ritorno (i “Commissari”) e per gli eventuali, folli, futuri concorrenti.

Voi direte: ma la situazione è talmente grave che qualcosa qualcuno farà. Invece in tutta questa situazione rimbomba fragoroso il silenzio di tutte le parti in causa a partire dal governo che abiura, abdica, rinuncia, ripudia i poteri che gli sono propri – e che non sono, ricordiamolo, discrezionali ma concernono la difesa dello Stato e dei suoi interessi – rifiutando di prendere qualsiasi decisione di urgenza normativa, sia nel senso di procedere in un tentativo di mediazione con l’impresa ripristinando lo scudo penale (conditio sine qua non per provare a ricominciare a parlare, lo capiscono anche i bimbi), sia nel senso di prevenire danni ingiusti con un provvedimento di esproprio sicuramente impugnabile ovunque (tribunali, Consulta, Corte di Giustizia, CEDU) ma che, nelle more dei ricorsi, eviterebbe danni irreparabili. Addirittura lo scemo del villaggio, cioè Di Maio, vede il futuro solo in un lunghissimo, defatigante ed incerto procedimento giudiziario al termine del quale, fra 20 anni, l’ILVA sarà diventata come Gotham City e lui venderà di nuovo bibite. Perché poi, una causa ha un senso quando uno ha preso un bene e non lo vuole restituire, non quando te lo vuole rendere per forza: di cosa lo minacci? Di sequestrarglielo, così risolvendogli il problema? E se gli indiani non hanno più beni in Italia, anche se vinci come fai a farti rimborsare i danni? Misteri dei laureati all’università della vita.

La magistratura, la grande ed instancabile moralizzatrice, sempre attenta a qualsiasi sussulto che attraversi la vita normale (oggi la vicenda minimale della ministra Trenta e della sua casa), sempre alla ricerca di colpevoli che l’hanno fatta franca, sempre pronta ad aprire inchieste per gli esiti di atti di guerra in Iraq, prima colpevole di questo grande casino, adesso cosa fa? Niente, attende di parlare con gli atti formali, dimentica del bailamme mediatico di inchieste a cazzo fatte, tanto per dirne una, dalla Procura di Trani sulle agenzie di rating e quant’altro. Solo Greco da Milano apre un’inchiesta contro ignoti (LOL, LOL) per possibili danni all’economia nazionale. Ma mi domando: uno che è custode di un bene che rifiuta, lo può distruggere impunemente? E se no, cosa impedisce di fare un normale, piccolo, ordinario sequestro, come si fa con chiunque sospettato di qualche cosa nata dalla fantasia dei magistrati, non ultimo quello del vicino Altoforno 2?

Ed i sindacati? Ne vogliamo parlare? Pronti a tutto per proteggere il posto di lavoro, certo. Magari collaborando serenamente con i manager per spegnere le fornaci e quindi tagliare l’albero occupazionale dove sono seduti. Ma, invece, un picchettaggio? Uno sciopero? Un’occupazione come si fa quando lo stipendio ritarda di qualche giorno? Niente via niente, una passività che nasconde l’aspirazione alla CIG, al reddito di cittadinanza o al prepensionamento, aspirazione pezzente che ha attraversato tutta la storia assurda di questa vicenda.

Antonio Polito sul Corriere, riferendosi a Venezia, parla di ingorgo normativo e burocratico che blocca l’Italia e la sua classe dirigente. Ma la realtà è un’altra: oggi un politico, un burocrate, un magistrato, un sindacalista che compisse un atto di forza, che sfuggisse alle regole castranti, che rifiutasse la retorica della legalità inerte, si prenderebbe l’Italia tanta è la voglia di qualcuno che faccia qualcosa. Del resto Salvini è vicino a farlo per il poco che ha fatto sulla lotta all’immigrazione. E allora perché nessuno lo fa? Nessuno lo fa perché il problema è antropologico, perché le “leadership” negli ultimi 35 anni sono state costruite a tavolino con la selezione attenta di amebe che non abbiano carattere, idee, forza d’animo, coglioni per mettersi contro la UE ed i poteri forti che rappresenta. Non c’è più nessuno che abbia fatto carriera vincendo battaglie politiche, avanzano solo quelli che le battaglie le hanno sfuggite. E quelli che per caso ce l’avevano fatta (Craxi, Berlusconi, forse ora Salvini) l’hanno pagata cara. E Dio non voglia che non si tratti semplicemente di venduti a potenze e forze straniere che debilitano il Paese per provocare quella crisi di sistema, quella disgregazione, quel collasso che, così andando le cose, ormai è solo questione di tempo.

Anche perché il problema economico ormai c’è e non si vede con che logica si possa imporre a Mittal di sostenere perdite a babbo morto per tenere al lavoro una pletora di personale in più di quello necessario (anche a pieno regime: in Italia 10.000 dipendenti per 6 milioni di tonnellate, in India 4.000 per 10 milioni) negando l’evidenza di una crisi settoriale che invece giustifica la fuga di FCA e Mediaset all’estero ed in braccio ad altri. Un atteggiamento da legulei di mezza tacca, del tutto ignari di economia e del ruolo di uno stato che, in un settore così pesante e difficile, dovrebbe  invece svolgere, almeno congiunturalmente, funzioni di sostegno. Vanno in fumo, finalmente, le cagate sul ruolo sociale dell’impresa che hanno ammorbato i miei anni di università e che oggi peraltro si declinano non nella salvaguardia del territorio e del lavoro ma nella cura prestata alle esigenze di piante, bestie e culattoni.

Il Conte tapino smette la pochette ed indossa il golfino, a metà fra Marchionne, Monti e Salvini. Ci mette la faccia, certo, ma anche la pochezza della sua cultura, consapevolezza e capacità politica. Si affida ad una causa legale priva di senso confermandosi quello che è, che era ed è sempre stato, un poveretto beneficato chissà da chi, chissà perché, esaltato solo perché faceva la ramanzina a Salvini. La soluzione naturale di questa vicenda sarebbe una transitoria nazionalizzazione che salvi un bene ormai non più riproducibile. Ci vorrebbe altra gente di altri tempi: oggi c’è solo mutismo e rassegnazione.

Discussione

2 pensieri su “Mutismo e rassegnazione

  1. Decenni passati ad ignorare i problemi ed accumulare legioni d’onore,
    il massimo possibile per le ambe accuratamente selezionalte. Ed ora eccoci qui.
    I problemi non si sono decomposti e volatilizzati, sono cresciuti e cresciuti.
    Ci stanno per crollare in testa. Tutti.
    Siamo ad un punto di svolta: o un risveglio tardivo, ma un risveglio, costi quel che costi
    o rassegnarsi alla fine certa, tanto prima dello schianto c’è ancora tempo …

    "Mi piace"

    Pubblicato da Graziella | 23 novembre 2019, 12:21

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  1. Pingback: A proposito di MES | Average Joe - 29 novembre 2019

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