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Economia e società, MES, Politica Europa, Politica Italia

A proposito di MES

download Lasciando da parte Borghi e Bagnai, economisti che da tempo si occupano dei rischi insiti nella riforma del MES ma che a livello accademico e mediatico vengono rappresentati come degli hooligan della disciplina, vediamo quali sono i commenti di quelli bravi riguardo a tale tema:

Igrnazio Visco, Governatore della Banca d’Italia, quello per la cui conferma nel ruolo si spesero Mattarella e Draghi: “I piccoli e incerti benefici di una ristrutturazione del debito devono essere ponderati rispetto all’enorme rischio che il mero annuncio di una sua introduzione possa innescare una spirale perversa di aspettative di default, che può diventare una profezia che si autoavvera”.

Giampaolo Galli, economista pro-euro e vicepresidente dell’Osservatorio sul Debito Pubblico Italiano di cui il Presidente è quel Cottarelli che Mattarella voleva porre al posto di Conte rischiando il golpe bianco: “Il Mes è un’istituzione molto utile che deve continuare ad avere il pieno sostegno dell’Italia. Le proposte di riforma che sono state formulate dall’Eurogruppo dello scorso giugno presentano aspetti positivi, ma anche alcune criticità per un paese come l’Italia. In particolare, preoccupa l’idea che, in certe circostanze, la ristrutturazione del debito pubblico possa diventare una precondizione per avere accesso alle risorse del Mes”. Quindi “occorre rafforzare il ruolo della Commissione rispetto al Mes” e bisogna “sottolineare con forza che la ristrutturazione del debito pubblico non può essere decisa sulla base di valutazioni meccaniche”, ma “va valutata con grande attenzione, con il pieno coinvolgimento delle autorità nazionali, perché rischia di aggravare la condizione economica e sociale di una nazione, nonché di avere effetti di contagio molto negativi sull’intera eurozona”.

Paolo Savona, ex ministro degli Affari Europei e attuale Presidente Consob: In altre parti è detto che il Mes interviene solo come prestatore di ultima istanza, ponendo fine alla disputa sulla non indispensabilità della funzione, tesi che prevalse all’atto della nascita dell’Unione monetaria europea. Nel corso del secolo XIX Henry Thornton e Walter Bagehot hanno elaborato i contenuti della funzione di lender of last resort per una buona conduzione della politica monetaria e per la stabilità del mercato finanziario, evidenziando che la dotazione debba essere illimitata, per scoraggiare attacchi speculativi; e tempestiva, per rendere efficace l’intervento. Gli istituti che emettono moneta, soprattutto banche centrali, sono gli unici che hanno la possibilità di soddisfare queste due caratteristiche. Il Mes non ha questa possibilità perché il suo capitale sarà di 705 miliardi di euro (l’Italia contribuirà per il 17,8%, pari a 125 miliardi, di cui 8 da versare subito) e opererà sotto incisive condizionalità. Poiché però può raccogliere fondi sul mercato, la sua inadeguatezza a svolgere la funzione di prestatore di ultima istanza può essere colmata. Da ministro per gli Affari europei ho proposto che al Mes venisse attribuito il potere di risolvere il problema dell’assenza di uno European safe asset, per fermare in Europa il risparmio che si andava spostando sui titoli americani a seguito dei maggiori tassi pagati, tra gli altri, sugli American safe asset, ma soprattutto per agganciare i ricavati delle emissioni di questo strumento per avviare a soluzione gli eccessi di debito pubblico rispetto ai parametri fiscali di Maastricht.

Antonio Quadrio Curzio, economista mainstream e presidente emerito Accademia dei Lincei: citando Padoan, evidenzia “i pregi (maggiori) e rischi (minori) dell’attuale riforma del Mes (che comunque ritiene migliorativa rispetto a punitive richieste precedenti di Stati come Germania ed altri), richiama le Istituzioni Italiane a un impegno rinnovato per la riduzione del debito pubblico”. Quindi propone che la riforma del Mes “venga integrata da altre componenti per la stabilità dell’Eurozona tra cui l’emissione di un “safe asset”. Inoltre, tramite conferimento di garanzie reali (ENI, ENEL, Fincantieri, Leonardo, oro, ipoteche su case private, ndr) “il Fondo Salva-Stati diventerebbe anche il fondamento del bilancio pubblico dell’Eurozona che emette titoli eurobond e finanzia le politiche pubbliche.

Infine Carlo Cottarelli, “riserva della Repubblica“, incaricato da Mattarella il giorno del tentato golpe che ha rischiato di essere il primo e unico premier al mondo a non ricevere nemmeno un voto a favore (il PD si sarebbe astenuto) e che auspicava un avanzo primario del 4%: «Ristrutturare il debito significa ripagare solo in parte i creditori, insomma, quello che ha fatto la Grecia nel 2012. Perché il Mes dovrebbe chiedere la ristrutturazione del debito come condizione per prestare soldi? Per diversi motivi. Primo, il debito del Belpaese si ridurrebbe immediatamente, rendendo quindi più facile ripagare il Mes. Secondo, riducendo il debito iniziale si potrebbero avere delle politiche meno austere, cioè meno aumenti di tasse e tagli di spesa. Il conto lo pagherebbero i creditori, secondo un principio di equa distribuzione del costo dell’ aggiustamento tra debitore e creditore». «Uno dei vantaggi principali di una ristrutturazione del debito-quello di far pagare ai creditori il rafforzamento dei conti pubblici piuttosto che ai cittadini del paese in questione-sarebbe molto inferiore nel caso dell’Italia. Qui il 70 per cento del debito è detenuto dagli italiani stessi. La ristrutturazione del debito sarebbe per oltre due terzi una tassa che gli italiani dovrebbero pagare. Quindi non un’alternativa all’austerità, ma una forma di austerità (la patrimoniale di cui oggi tanti parlano). Quindi l’ Italia fa bene a opporsi a questi aspetti della riforma del Mes».

Una rassegna breve ma interessante che dice sostanzialmente una cosa: nessun tecnico di vaglia appoggia “questa” riforma del MES in quanto la ritiene, dicendolo in modo più o meno soft, contraria all’interesse nazionale. Alcuni ipotizzano soluzioni illusorie che si riassumono negli Eurobond. Tutti dicono che è utile ma non con queste regole per cui, de iure condito, è inutile o addirittura dannoso. Appare peraltro sconcertante che professionisti della materia ritengano possibile che si possa ancora oggi intervenire sulla negoziazione per ottenere repentinamente quel risultato (condivisione del rischio via eurobond) che coinvolgerebbe la Germania ed i paesi del nord nel salvataggio “fraterno” dei mediterranei e che, oltre a non essere mai stato appoggiato da un qualsiasi partito locale, manco di estrema sinistra, sarebbe dichiarato immediatamente inammissibile dalla Corte Costituzionale tedesca. Forse, in definitiva, solo un modo di salvarsi l’anima dicendo che così non va ma per adesso firmiamolo e poi … campa cavallo.

Da qui si dovrebbe partire per una decisione finale su questa vicenda tenendo tuttavia sempre presente una premessa: in Italia si tende a ragionare dell’UE avendo davanti agli occhi l’immagine della CEE, una delle storie di maggiore successo della storia umana che ha consentito non solo la “pace del continente”, che ci sarebbe comunque stata visto che i paesi europei di guerra non ne potevano più, ma anche una crescita della capacità amministrativa italiana che invece, altrimenti, non ci sarebbe mai stata ed una crescita economica equa e condivisa fra tutti i paesi partner. Ciò, evidentemente, sulla base della precondizione della neutralizzazione politica della Germania post IIGM purtroppo venuta meno dopo il crollo del mai abbastanza rimpianto muro. Le vicende europee post 2008 ci raccontano invece la diversa storia di una comunità che si è divisa secondo linee di frattura verticali del genere “debitore-creditore” e “forte-debole” per cui l’UE è semplicemente uno strumento di guerra asimmetrica con cui gli stati forti-creditori impongono la loro volontà a quelli deboli-debitori ed il fatto che lo facciano in modo soft, con i “trattati internazionali” non referendabili in Italia, e non con i panzer non deve far perdere di vista i reali termini della questione. L’Italia entra a pieno titolo nella seconda fascia dei paesi sconfitti e sfigati ma il MES conferma che anche la Francia, ad esempio, sarebbe soggetta, in caso di necessità, a quelle condizionalità che oggi sono riservate solo a noi. Quindi il pregiudizio è che qualsiasi riforma europea è regolarmente diretta a pregiudicare i nostri interessi nazionali come il passato (fiscal compact, bail in, primo MES) dimostra ampiamente. Anche la maggiore competenza europea deve essere messa in discussione: i fallimenti ampiamente riconosciuti in Grecia e, per quello che ci riguarda, nella gestione delle crisi bancarie gettano pesanti ombre sulla presunzione di razionalità di cui Bruxelles beneficia.

In generale, questa evoluzione della governance UE confligge con l’obiettivo istituzionale di fondo che era quello di ridurre le divergenze fra regioni. Di fatto le politiche UE dell’ultimo decennio, mentre cercano con i pochi fondi strutturali di favorire la convergenza, per dire, fra Baviera e Peloponneso, tramite la gestione dell’Euro stanno aumentando drammaticamente le divergenze fra gli stati che quelle regioni contengono, con l’Italia becca e bastonata che, essendo datore netto, ad un tempo finanzia la convergenza di regioni non sue e diverge finanziariamente in negativo dalle condizioni sia degli stati euroforti che di quelli che si sono tenuti alla larga dalla moneta unica, salvo donare oro e sangue per salvare le banche dei ricchi: un disastro perfetto.

La riforma del MES pone una serie di problemi:

  1. per la prima volta pone espressamente la questione dell’insolvenza del debito pubblico italiano, fatto scontato a parere del blogger ma finora pervicacemente negato da tutto l’establishment europeo a partire dal (fu) Presidente BCE Mario Draghi. Non è un caso che ieri lo spread fosse a 170, più o meno dove è stato per il grosso della durata del governo giallo-verde;
  2. la questione “insolvenza” viene posta oltretutto in termini di relativizzazione: ammettiamo che ci sia il rischio default però non cerchiamo di evitarlo ma piuttosto cerchiamo di limitarne gli effetti per gli altri paesi, un po’ come la barzelletta dell’italiano, del giapponese e del leone;
  3. il meccanismo comporta una strana eterogenesi dei fini: siccome non posso ripagare il debito, per evitare di diventare insolvente mi rivolgo al MES che mi obbliga a diventare insolvente: allora, a che pro devo rivolgermi al MES?
  4. l’adesione a questo meccanismo salvifico comporta l’obbligo di pagare 111 miliardi entro sette giorni dal richiamo (manco in banca, dove la legge impone un termine di rientro di almeno 15 giorni) il che, ovviamente, comporterebbe una pura e semplice espropriazione di asset liquidi (leggi: conti correnti) dei cittadini;
  5. di fatto, impedisce prevedibilmente di utilizzare questi fondi per necessità italiche mentre li mette allegramente a disposizione dei paesi del nord e, soprattutto, delle loro banche strafatte di derivati in perdita, con la sottile, crudele beffa di imporre sacrifici enormi agli italiani per salvare la Deutsche Bank che è dal 2008 il braccio armato dell’aggressione finanziaria al nostro Paese;
  6. last but non least è incostituzionale almeno sotto due profili. Il primo è quello della violazione dell’art. 11 che “consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni“: ci sarebbe da capire se si può limitare la sovranità nei confronti di un veicolo finanziario quale è il MES, se questa limitazione è volta ad assicurare pace e giustizia fra le Nazioni (sic!) ma evidentemente questa limitazione di sovranità non è effettuata su un piano di parità stanti le diverse prerogative attribuite a stati forti-creditori e deboli-debitori. La seconda è quella dell’art. 3 in quanto lo scudo giudiziario totale ed incondizionato riconosciuto a 160 tecnici del MEF è evidentemente contrario al principio di eguaglianza fra i cittadini su cui balla, tanto per dire, la garanzia legale che Arcelormittal richiede in questi giorni per i suoi manager. Del resto l’importanza di questa garanzia è stata svelata dalla sconfitta giudiziaria subita dalla Vestager riguardo al divieto di salvataggio delle quattro banchette via Fondo Bancario di Garanzia, decisione che conferma cecità ed irresponsabilità dell’UE e che al contempo espone le persone fisiche a richieste di risarcimenti miliardari.

L’evoluzione istituzionale della UE è sconcertante. La riforma MEF sottrae prerogative a organi certamente non democratici ma perlomeno politici per darli a un soggetto che opera secondo schemi e logiche privatistiche. Si va verso una sorta di “Junta” che allontana definitivamente i poteri dal popolo elettore e li dà ad un manipolo di “eletti” che li amministrano arbitrariamente. Al netto della posizione scomoda dell’Italia, si vede che l’evoluzione politica sta andando rapidamente verso quel sistema di “dittatura democratica” in cui, almeno nei paesi forti-creditori, la legittimazione dei governanti non è data dal voto ma dal consenso fattuale derivante dalla sicurezza e prosperità economica garantita al popolo tramite, fra l’altro, la dominazione degli sconfitti. È un qualcosa che si avvicina molto al modello russo o cinese che, d’altro canto, ammette la contemporanea vessazione di popoli dominati: i Ceceni e gli Uiguri da una parte, gli italiani dall’altra.

Altra singolarità è quella di una moneta che, nata senza stato, si priva anche di una propria banca centrale che faccia da prestatore di ultima istanza, funzione talmente scontata da non essere nemmeno oggetto di speculazione intellettuale che, nel caso di specie, viene affidata ad un fondo di investimento: una scelta idiota che, anche se paga in termini immediati nel quadro di una lotta fratricida interna, rischia di rivelarsi perdente nel momento in cui dovesse scoppiare una guerra valutaria mondiale.

Anche se si vuole rimanere alla vulgata corrente, il MEF riformato nasce vecchio e inutile. Un fondo che si finanzia emettendo obbligazioni e che è dotato di una potenza di fuoco di soli 700 mld (circa un decimo del debito pubblico delle sole Italia, Francia e Germania, circa un sesto del bilancio BCE), che eroga fondi sotto condizionalità contrattate, non avrà mai la forza finanziaria e la flessibilità operativa di una banca centrale che crea denaro ex nihilo e lo eroga mediante operazioni di mercato discrezionali. La prova è nell’operato delle BCE e FED degli ultimi anni ma anche nell’operatività, nascosta ma nell’ordine delle centinaia di miliardi di dollari, posta in essere dalla FED nelle ultime settimane per sostenere banche di cui si ignora addirittura l’identità. D’altro canto la BCE, dopo il 2012, con il suo armamentario di QE variamente assortito, aveva già chiaramente indicato la strada da seguire per assicurare solvibilità e stabilità. Evidentemente ai piani alti si ritiene che l’era di Draghi sia stata solo una parentesi passata la quale tornare alla prassi, nata nel 2011, di letterine, imposizioni, e ricatti per ottenere aggiustamenti reali e non finanziari. Questa volta, tuttavia, senza neanche sporcarsi le mani ma delegando il tutto ad un tecnico sconosciuto ai media ed esente da rischi.

Ci sarebbe anche da capire come mai un’insolvenza del debito italiano diventi, nella narrazione, un “default disordinato” se gestito a livello nazionale ed una “ristrutturazione ordinata” se gestita dal MES. La differenza si capisce bene se consideriamo “ordinata” non un aggettivo ma un participio che svela la realtà di effettivi “ordini” che vengono impartiti da un fondo di investimento a uno stato sovrano.

Se pensiamo che le risorse del MES non sarebbero neanche state sufficienti a salvare Lehman Brothers, ben si capisce che questo strumento nulla potrà contro una crisi sistemica italiana. Tuttavia le regole e clausole minuziose del trattato, oltretutto interpretate soggettivamente dal board del MES, rappresenteranno una costante spada di Damocle sulla testa (o forse un coltello alla gola) di qualsiasi governo italiano, costretto a subire un ricatto permanente. Se poi l’evento, ormai anche un po’ atteso se non addirittura sperato, dovesse verificarsi davvero, il trattato consentirebbe di mettere le mani sulle risorse pubbliche e private del Pasese. Dall’altro lato questa mossa svela anche debolezza e paura: se si sta cominciando a correre senza più neanche curarsi delle apparenze, vuol dire che le élite cominciano ad avere paura. Evidentemente si pensa che il governo Quisling italiano non reggerà molto ma i due partiti kamikaze prescelti, immolandosi, renderanno inutili le prossime elezioni e la prevedibile vittoria di una destra anti europeista.

Da questa storia in Italia nessuno esce bene:

  1. Conte ha tradito governo e parlamento impegnandosi a firmare (o addirittura avendo già firmato) un trattato su cui non c’era il consenso né nel primo, né del secondo. Se d’altro canto la sua decisione fosse stata commendevole, non si capisce perché non se ne sia vantato in precedenza, vanesio com’è, magari nel corso della lunga concione antisalvini che lo ha lanciato nell’empireo degli statisti mondiali. In realtà si conferma essere un personaggio che interpreta la politica come scambio di interessi personali e non a caso si è trovato bene con Trump che ragiona nello stesso modo. Questa vicenda svela chiaramente come mai fosse così apprezzato in Europa ma ne evidenzia ancora di più i limiti politici normali: ancora una volta, dopo Autostrade e Ilva, non prende una posizione politica ma minaccia l’ennesima causa legale, non riuscendo a staccarsi dalla sua precedente vita ed a posizionarsi al livello richiestogli. La speranza è che, dopo avere contraddittoriamente promesso tutto a tutti, qualcuno scontento passi alla cassa e lo faccia fuori (solo politicamente, eh!);
  2. il M5S sbraita ma non si sarebbe giunti a questo punto se semplicemente avesse votato contro Ursula a luglio, invece di essere affascinato dal potere e di immaginarsi (come i servi invitati a tavola a Natale) chissà quali imaginifici futuri orizzonti di gloria;
  3. la Lega, che non ha vigilato, dimostra di non avere personale dotato di cultura adeguata e che il totalitario modello salvinicentrico lascia scoperti troppi fronti. Il rischio adesso è di vincere le elezioni per poi essere chiamato a gestire una “ristrutturazione ordinata”: urge un di più di strategia e cultura, non solo politica;
  4. Salvini e Di Maio devono rimpiangere l’errore di aver delegato Conte a trattare in Europa la finanziaria 2019, vero punto di svolta da cui ha preso il via l’epopea di “Giuseppi”,  errore che il blogger modestamente aveva segnalato sin  da subito;
  5. L’intellighenzia arriva come la salmeria, cioè dopo, affannata e stralunata, non avendo capito che la questione finanziaria non è più argomento da tesi di laurea ma da politica mainstream.

L’unica che ne esce bene è la Meloni: Fd’I ha sempre seguito l’iter dei trattati internazionali (Italia-Francia, Migration Compact, MES) denunciando sempre rischi e problematiche, segno di una cultura (non solo politica) che, affondando le radici nel vecchio MSI, rende il partito idoneo ad affrontare una gestione di governo che sfugga, almeno un po’, alla diuturna frequentazione dei social.

Su tutto aleggia il problema dei problemi: il debito pubblico italiano è stato dichiarato ufficialmente insostenibile. A questo punto se aderiamo al MES confermiamo che questa prospettiva è plausibile, se non lo facciamo sarà facile dire che il debito non è più protetto da nessuno, né dalla BCE, né dal “meccanismo”. Statisticamente, la domanda di titoli italiani diminuirà e il rendimento aumenterà: questo provocherà danni al bilancio dello stato e soprattutto delle banche che sono il ventre molle e, probabilmente, il reale obiettivo della riforma. Al limite, le stesse banche, come minacciato, terranno meno titoli in portafoglio contribuendo al circolo vizioso. Di più, questa circostanza consente di tenere sotto costante ricatto il governo italiano, qualunque sia ed in qualsiasi momento. E’ vero d’altra parte che abbiamo sprecato tutte le finestre di opportunità concesse, buona ultima quella del QE draghiano, in parte coincidente anche con l’ultimo periodo di crescita dignitosa del PIL, sprecata per concedere i bonus più vari (minorenni, docenti, 80 euri).

L’appartenenza ad una moneta straniera impone al problema del debito pubblico soluzioni privatistiche, solo parzialmente e tardivamente attenuate dal QE di Draghi, rispetto alle quali l’illusione e la pretesa di continuare a spendere in deficit senza una banca centrale di supporto sono deliranti. Il debito è un problema che favorisce il collasso del sistema tramite impoverimento dell’economia privata e distorsione del sistema di rapporti stato-cittadino costantemente piegato alle esigenze del servizio del debito stesso. Ciò sta evidentemente provocando la fuga di imprese e professionals con conseguente calo del PIL, oramai per cifre “tonde” come quelle dell’Ilva, a cui si può rispondere solo con una chiusura delle frontiere. Al contempo questo circolo vizioso rende inesorabile una procedura di insolvenza, ordinata o disordinata si vedrà.

Visto che le soluzioni ipotizzate sono tanto agghiaccianti quanto inefficienti, perché non cominciare (in segreto, eh, mi raccomando) a ipotizzare una exIT ed una conseguente ridenominazione? O almeno a minacciarle, (in segreto, eh, mi raccomando) per acquisire maggior potere contrattuale, atteso che l’unica cosa temuta a Bruxelles è ormai solo lo spacchettamento dell’Euro? Magari qualcuno nelle segrete stanze ci sta già pensando.

 

 

 

 

 

Discussione

4 pensieri su “A proposito di MES

  1. Articolo profondo e molto lucido come sempre.
    Ma, per cortesia, può precisare meglio come la CEE abbia garantito “una crescita della capacità amministrativa italiana che invece, altrimenti, non ci sarebbe mai stata” ?

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    Pubblicato da barabba | 1 dicembre 2019, 8:24
    • Buongiorno, il processo di creazione del mercato unico ha comportato un lavoro approfonditissimo di unificazione normativa e procedurale fra i vari paesi. Molte di queste norme e prassi sono state derivate indubitabilmente dall’esperienza di paesi con un impianto amministrativo più solido ed omogeneo del nostro e questo ha comportato un aumento della capacità amministrativa del Paese che altrimenti, al di fuori di questi stimoli, sarebbe avvenuta in misura minore ed in modo più lento. Il riferimento all’Europa ha contrastato inoltre quella “meridionalizzazione” della cultura dello stato, favorita dalla frammentazione regionale, che comunque è avanzata in tutti i campi della vita pubblica. In questo senso penso che l’esperienza della CEE sia stata positiva, realizzando una sorta di globalizzazione europea equa, condivisa e con vantaggi estesi anche ai popoli. Successivamente l’aumento delle ambizioni e dei campi di intervento UE ed il mutamento della posizione relativa dell’UE nel mondo hanno cambiato profondamente questa realtà di cui vediamo oggi solo gli aspetti deteriori che, in parte, discuto nel post. Grazie per il commento.

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      Pubblicato da Average Joe | 2 dicembre 2019, 9:53

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