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Economia e società, MES, Politica Europa, Politica Italia

Manco Fubini

download (2) Ieri Federico Fubini, vicedirettore del Corriere, ha pubblicato  un fondo intitolato “La terza via europea che può salvare l’Italia sul Mes”  che termina in questo modo: “Che può fare l’Italia adesso? Se il governo firma l’accordo europeo, rischia di cadere perché una parte del M5S dissente; se lo blocca rischia tensioni sui mercati del debito, perché gli investitori concluderebbero che una frangia di estremisti anti-euro hanno ancora il controllo di fatto del Paese. C’è però una terza via per l’attuale governo, che non ha concorso al negoziato: chiedere tempo in Europa per consultare il proprio Parlamento (Parigi e Berlino lo fanno regolarmente) e poi proporre una revisione che smascheri l’europeismo di facciata della Germania. L’Italia può subordinare il suo assenso alla promozione del Mes — con le regole attuali — al rango di vera istituzione europea che risponda solo al Parlamento di Strasburgo. Senza animali più uguali degli altri.”

L’intervento del mio concittadino spazza via qualsiasi dubbio sulla perniciosità del trattato MES di cui si sta discutendo: se anche un irenico euro aedo come lui si spinge inusitatamente a parlare di terza via (oltretutto salvifica per il Paese) fra la bocciatura secca (e questo, per lui, non sia mai) e l’approvazione sic et simpliciter, allora vuol proprio dire che la ratifica tale e quale del trattato è veramente letale per l’Italia.

La rassegna degli interventi tecnocritici si completa con Patuelli, presidente ABI che già il 20 novembre aveva dichiarato: “Non so niente, ho letto stamattina i giornali, leggo sull’Huffington post ma sono materie sulle quali il mondo bancario italiano non è stato messo al corrente. I problemi poi diventano tutti nostri e già ne abbiamo abbastanza. Questo è un problema delle istituzioni della Repubblica e noi facciamo parte della Repubblica. Semmai dovreste chiedere agli esponenti del governo perché non ci hanno consultati. Non li compreremo più [i titoli di stato, ndr], non abbiamo un vincolo di portafoglio di comprare ‘x’. Come investitore il mio problema è vedere che fa la Repubblica italiana per tutelare il debito pubblico italiano, visto che la maggior parte è sottoscritta da soggetti nazionali” e ieri rinforza il messaggio:

  • “I titoli di Stato sono finora esenti da rischio e, dunque, per le banche che li detengono non comportano alcun assorbimento di capitale. Ecco, con la ponderazione, gli stessi titoli si ritroverebbero etichettati con un livello di rischiosità. Lascio immaginare le conseguenze per il mondo bancario. Aggiungo una ulteriore considerazione, invitando a riflettere sull’impatto che una scelta del genere potrebbe generare sulla stessa dinamica dei titoli di Stato. È evidente che questo tipo di discussione non è accettabile: considero, insomma, la salvaguardia del concetto di non rischiosità dei titoli di Stato una sorta di linea del Piave”;
  • “Sono scottato. Le banche italiane hanno fatto sforzi enormi durante la fase di avvio della normativa dell’unione bancaria. E c’è un precedente, che non promette bene e che non si può dimenticare. Mi riferisco allo stop imposto dalla Commissione Ue al Fondo interbancario in occasione del salvataggio di Banca Tercas, nel 2014, e ad alcune iniziative successive. Il ricorso contro quella decisione di Bruxelles è stato vinto dagli italiani al Tribunale europeo, ma la Ue ha comunque deciso di impugnare e ricorrere a sua volta alla Corte di giustizia europea”;
  • “Il fatto è che tutti i negoziati relativi ai trattati internazionali prevedono la segretezza. Una riservatezza che non mi stupisce, mentre non mi stanco di ripetere la mia preoccupazione per le reiterate proposte che puntano a introdurre un indice di rischio sui titoli di Stato”.

La grande novità del dibattito sul MES è stata proprio la rivolta del fronte tecnico che in passato aveva sostenuto tutte le novità proposte a livello europeo e consentito una facile stigmatizzazione, a livello accademico e mediatico, delle posizioni contrarie. Invece la polemica non sarebbe neanche nata se non ci fosse stato  un profluvio di critiche e proposte di modifica, ovviamente non celabili mediaticamente, provenienti dai “competenti”, da “quelli bravi”: Visco, Galli, Patuelli, Cottarelli, Savona, Quadrio Curzio. L’affastellarsi dei loro interventi, tutti critici, tutti insieme come se l’emergenza fosse alle porte, ha sopravanzato i meriti accademici e politici da riconoscere a Bagnai e Borghi Aquilini che da sempre lanciano allarmi sul tema. E non possiamo scordarci che alla fin fine le critiche all’attuale politica economica UE erano partite proprio dal migliore dei migliori, da quel Mario Draghi che, salutando tutti, disse chiaro chiaro che le scelte di austerità dovevano essere accantonate.

Ieri Conte ha riferito al Parlamento. Purtroppo per lui l’estate è lontana e lo stile paludoso, la pochette, la verbosità vuota, la pretesa di atteggiarsi a maitre de vie istituzionale non fanno più tanto breccia nei media e nei sondaggi. 44 minuti (fonte: Meloni con il suo orologio) di ricostruzione di passaggi parlamentari e governativi che hanno avuto il solo scopo di allontanare da lui il rischio di accuse gravi di lesione delle prerogative istituzionali poste in essere proprio da chi pretende di insegnare agli altri, specie se si chiamano Matteo, come ci si comporta nelle istituzioni. Un discorso tutto difensivo, tediosissimo, che lascia scoperto il fianco perché non chiarisce chi e quando abbia mai autorizzato la “firma” di “quel testo” che fa accapponare la pelle pure al Fede fiorentino. L’impressione è che sedute parlamentari, riunioni governative, incontri nelle commissioni ecc. fossero basate su chiacchiere, ipotesi, principi, linee guida, auspici, atti di indirizzo e tutto il resto che compone l’aria fritta che circonda le questioni europee ma che nessuno abbia mai letto una riga di un testo lungo, preciso, articolato e dotato, ci dicono adesso, anche di “legislazione secondaria”. E’ probabile che anche Conte, che per carattere sembra già di per se vocato alla captatio benevolentiae,  lusingato e irretito dalla bella vita bruxellese e, onestamente, del tutto inesperto ed impreparato a relazionarsi a quel livello, in quelle lunghe serate e notti di riunione non avesse ben chiara la dimensione del problema.

Del resto se Conte avesse chiesto a chicchessia il permesso di firmare dicendo chiaramente che il trattato prevede espressamente che:

  1. c’è un obbligo di versare, entro 7 giorni, 111 miliardi a richiesta di uno sconosciuto;
  2. questi soldi verranno liberamente dati a banche straniere per rifocillarsi;
  3. qualora fossero invece necessari per l’Italia o per le sue banche, questi soldi non verranno dati se non a prezzo di tagli, sacrifici ed imposizioni da parte di un ente esterno;

pensate davvero che qualcuno lo avrebbe autorizzato? 59 parole, 348 battute, al massimo 25 secondi di lettura che avrebbero fatto capire realmente di cosa si tratta, senza dover fare 11 sessioni di incontri ufficiali che hanno portato a questo caos.

Perché un’altra cosa che emerge è che non è chiaro se un testo definitivo esista realmente e dove si trovi o se ve ne siano, per caso, diverse versioni da tirare fuori di volta in volta e all’occorrenza come “piano B”. Delrio ieri ha accusato Salvini e la Meloni di mentire sul testo dell’accordo: come potrebbe farlo, senza tema a sua volta di smentite, se questo testo esistesse e fosse consultabile?

Anche il procedimento di formazione del testo appare lacunoso e opaco: Conte parla di numerose riunioni di “euro organismi” vari e assortiti ma in queste riunioni (che poi, detto per inciso, di solito cominciano alle 20.00 e finiscono di notte: ma farle di giorno, a mente fresca e con i giornalisti fuori dalla porta cosa vi costerebbe?) cosa succede? Pare di capire che si configurino come “colloqui fra pari” a porta chiusa, segreti, senza verbali e senza votazioni, dove si forma progressivamente un consenso probabilmente negli stessi termini di  aria fritta di cui sopra, ma alla fine chi è stende l’articolato? I leader? I loro portaborse? O i famosi tecnocrati che poi riferiscono a poteri informali? Perché siamo chiari, 28 persone sono troppe anche per una riunione di condominio, figuriamoci se sono tutti capi di stato e di governo: ce li vedete di notte a scrivere articolati di centinaia di pagine? È evidente che il procedimento di formazione delle norme comunitarie è completamente uscito dai canoni istituzionali e dei trattati e si svolge secondo modalità più simili a quelle dei signorotti medievali o delle cosche mafiose. Figuriamoci, avere sconfitto nazismo, fascismo e comunismo per arrivare a forme di governance primitive.

Nessuno esce bene dalla vicenda: Conte può scegliere uno dei due termini del dilemma “complice o imbecille” ma anche Salvini e Di Maio e i loro uomini escono parecchio ridimensionati dalla vicenda la cui portata non sembravano avere pienamente capito. E se è vero che il segreto copriva tutta la vicenda, è anche vero che se uno sta al governo o è presidente di commissione ha il dovere, politico e morale, di capire un po’ di più dell’uomo della strada. La Meloni si salva per essere sempre stata all’opposizione mentre si svela il partito straniero fatto di PD e renziani che assurdamente pretendono di starne fuori quando, con il partito all’opposizione, gli unici piddini che potevano intervenire sul trattato erano i parlamentari, per l’appunto quasi tutti renziani, presenti nelle commissioni e in aula. Il M5S può stoppare il declino imponendo uno stop al trattato, aspettiamo un vecchio comico per vedere che dice e se anche questo rientra fra le “cose alte” da fare con la sinistra. In generale anche la cautela circospetta dei giornali, che oggi parlano di altro, dimostra che la rivolta del fronte tecnico era inattesa e che adesso nessuno sa più cosa fare.

Politicamente si ferma probabilmente qui l’ardito tentativo posto in essere dopo le elezioni di maggio: trasformare progressivamente il M5S in un partito europeista, in un partito di sinistra e, infine, nel partito di Conte, conferendogli per cominciare i parlamentari stellati. La stessa figura del premier ne esce fortemente indebolita: come sempre a partire dal 20 agosto (ma in parte anche prima), dimostra di interpretare la politica solo come relazione, maniera e procedura senza mai entrare nel merito delle scelte le quali, come ai tempi della TAV, dovrebbero venire da sé. Ieri, di fronte ad una scelta grave ed evidentemente poco ponderata, rispetto alla quale questo “automatismo” era evidentemente venuto meno, avrebbe potuto rilanciare intestandosi la decisione, spiegandone i vantaggi e almeno proponendosi come alfiere dell’euroconformismo. Invece ha solo badato a difendersi e a rigettare sul Parlamento l’onere della scelta finale. In questi termini penso stia deludendo anche i suoi sponsor che, perso il vantaggio della sorpresa e privi di un “campione”, potrebbero propendere per soluzioni diverse. Va da sè che, visto il profilo, appare poco produttivo pensare a lui anche come antagonista elettorale della destra.

Come Fubini, Conte è probabilmente una risorsa “in sonno”, uno dei tanti selezionati precocemente, formati lungamente e silenziosamente, incanalati nella politica e nella finanza, nel giornalismo e nelle professioni per ricoprire, all’occorrenza, ruoli di potere. Personaggi che vengono dal nulla e appaiono all’improvviso per ricoprire una parte, come se in un certo momento il contesto avesse assoluta necessità di loro. Lo abbiamo visto con Letta e, in successione, con Renzi, Di Maio e adesso lui. All’estero abbiamo gli esempi di Macron e Kurz. Un docente della LUISS, oggettivamente piddino, che con il PD al governo rifiuta l’apparentamento politico naturale ed entra invece nel M5S – scelta che, anni addietro, significava la morte civile per un professionista in carriera – è probabilmente uno dei tanti (come la Raggi, come la Appendino) con cui “il sistema” ha infiltrato il M5S per orientarlo, al momento opportuno, in certe direzioni.

Come tutte le crisi, anche questa potrebbe nascondere un’opportunità: quella di un serio chiarimento con l’UE, ormai da vedere non come un “NOI” ma come un “LORO”, che porti ad una regolarizzazione dei rapporti e dei processi decisionali o faccia da anticamera ad un ciaone. Al centro, la ricerca di soluzioni realistiche per il problema del debito pubblico e, quindi, della crescita. Per farlo occorrerebbe però una classe dirigente (non solo politica) che al momento non c’è. Salvo forse uno.

Discussione

2 pensieri su “Manco Fubini

  1. Questa crisi sarebbe un’opportunità se avessimo un Governo di livello e portatore di largo consenso;
    purtroppo (guarda caso…) abbiamo al Governo un manipolo di sfigati che MAI rinuncerebbero al profumo del potere
    e un partito che ha come unico scopo la sopravvivenza e il collezionare Legion d’Onore.
    Anche l’opposizione, escluse alcune teste pensanti, è composta da cricche a difesa di piccoli privilegi.
    Il giorno della firma si avvicina e ho tanta ma TANTA paura che come al solito cederanno senza pensare…
    ‘tanto allo schianto c’è ancora tempo’. Speriamo bene…

    "Mi piace"

    Pubblicato da Graziella | 4 dicembre 2019, 13:39

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  1. Pingback: Quattro e MES | Average Joe - 6 dicembre 2019

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