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Economia e società, MES, Politica Europa, Politica Italia

Quattro e MES

download Il dibattito sul MES ha avuto il grande pregio di evidenziare alcuni dati di fatto inoppugnabili.

Uno – la finanza pubblica

Il primo è il riconoscimento che il debito italiano è oggettivamente insostenibile: le possibilità di rimborsarlo in Euro, interamente e  con gli interessi diminuiscono anno dopo anno. La riforma del trattato MES comincia a prendere atto concretamente di questa opinione finora negata a livello di establishment e confinata ai blog populisti.

La causa è la crisi produttiva italiana che impedisce una crescita del PIL tale da consentire il mantenimento, via fisco, dell’allineamento fra valore contabile ed economico dei titoli. Un titolo pubblico, così come qualsiasi titolo di debito/credito, non vale 100 perché c’è scritto sopra ma perché il debitore ha flussi di entrate idonee a consentire regolarmente il pagamento delle cedole ed il rimborso a scadenza: questo fenomeno sta diventando sempre più faticoso da realizzare. Lo stato non ha intenzione di tagliare le spese e anzi è stretto fra esigenze impellenti di governo del territorio ed ambizioni velleitarie di giustizia sociale ed ecologica. D’altro canto la strada dell’aumento delle tasse non è più sostenibile come la tortuosa vicenda della finanziaria ormai dimostra a sufficienza: per il grosso della popolazione le questioni sociali non hanno più credibilità e quelle ecologiche non ce l’hanno ancora ed i partiti, antenne imperfette ma concrete di captazione del consenso, si muovono di conseguenza. Il governo non riesce a trovare una narrazione convincente per aumentare ancora le tasse ad una popolazione ormai avviata verso i gradini inferiori della piramide di Maslow e Conte (un giorno qualcuno scriverà con calma dei tratti zelighiani della sua personalità) dopo avere mandato a Bruxelles una finanziaria piena di tasse, oggi chiede come se nulla fosse di modificarla per abbattere la pressione fiscale: tutto ed il contrario di tutto a seconda dei momenti, un “leader” con l’animo del travet incapace di individuare una strada per il Paese ed interessato solo a salvare la cadrega e, probabilmente, del tutto incapace di valutare effetti economici, sociali e politici delle sue scelte.

È vero che questa crisi debitoria data da prima dell’ingresso nella moneta unica ma è comunque conseguente alla scelta di legarsi ad unioni valutarie che hanno avuto il loro apice con la nascita dell’Euro. Nel 1992 il debito italiano sarebbe stato perfettamente solvibile perché denominato in moneta nazionale stampabile ad libitum. Il controllo della moneta di regolamento del debito consente di escludere l’insolvenza nominale salvo ovviamente creare inflazione che, detto per inciso, è il modo normale con cui gli stati hanno risolto nei secoli le loro crisi. Sempre nel 1992 l’Italia andò incontro ad una crisi valutaria legata alle fasce di oscillazione delle monete aderenti allo SME (ad esempio, il Deutsche Mark valeva 743 Lire con oscillazione compresa fra più o meno 2,25%). L’impossibilità di stare dentro questi parametri causata dalla crisi economica determinò continui aumenti dei tassi di interesse, con conseguente avvitamento della dinamica debito/PIL, che crearono lo stress che culminò con l’uscita di Italia e GB dallo SME dopodichè la Lira scese fino a 1.400 contro il Marco salvo ritornare a meno di 1.000 in prossimità, guarda un po’ tu, dell’ingresso nell’Euro.

L’Euro può essere visto come un’unione valutaria fatta moneta con il che lo stress si trasmette direttamente ai valori finanziari saltando gli ormai inesistenti valori valutari. Questo non significa che le conseguenze non possano essere le stesse: l’Euro raggruppa comunità politiche diverse che possono prendere decisioni eterogenee fra cui l’uscita. Occorre essere chiari: non esiste, in forza di una decisione presa decenni prima, un obbligo irredimibile di rispetto di un trattato che si riveli estremamente penalizzante per una comunità politica che si riconosca come tale. Tutti i trattati possono essere ripudiati e così anche quello che riguarda l’adesione all’Euro.

Di fronte alla scelta fra pagare i debiti parzialmente in Euro o totalmente in una diversa e nuova moneta nazionale, il MES tende a forzare per la prima opzione ma anche questa strada si rivela velleitaria. Ammesso e non concesso che la riforma MES venga accettata dall’Italia as is, la possibilità del ripudio  anche di questo nuovo trattato nel momento in cui se ne dovessero manifestare gli effetti negativi (commissariamento del Paese e successivo esproprio) rimarrebbe ugualmente intatta. Anche perché il MES, per la limitatezza delle risorse e la farraginosità dei meccanismi, è del tutto inidoneo a svolgere funzioni di stabilizzazione dei mercati per cui il suo intervento, effettivo o anche solo preannunciato, potrebbe addirittura peggiorare la situazione di una crisi debitoria.

Nella pratica il MES, prevedendo interventi draconiani che coartano il consenso politico nazionale e che teoricamente consentono il realizzarsi dell’auspicio di Oettinger dello scorso anno (“Dobbiamo impossessarci del ministero del Tesoro”), nella pratica è quasi inapplicabile e  serve soprattutto a tre scopi:

  1. fare la faccia feroce per rassicurare i risparmiatori/elettori del nord Europa;
  2. vincolare la politica di bilancio italiana, favorendo una narrazione che consenta prossimi sacrifici autoindotti per prevenire quelli, supposti più gravi, altrimenti imposti dal MES;
  3. mettere in gabbia un possibile governo di destra nazionalista che avrebbe sulla testolina, sin dal primo giorno, la spada di Damocle di un trattato avverso firmato da forze politiche avverse.

Il rapporto fra Italia e UE si fonda ormai su basi fragilissime. Il problema Italia in UE è talmente grande che l’unica soluzione è il rinvio, posporre le decisioni di mese in mese, rinegoziare continuamente tutto, la riforma MES così come (notizia di stamani) la legge di bilancio. È questo un ulteriore segno della crescente difficoltà italiana ad appartenere ad una comunità politica che segue logiche del tutto diverse a cui il Paese, inteso sia come classe dirigente che elettorato, non ha mai inteso adeguarsi del tutto e volontariamente. In questo risiede la colpa storica dell’Italia che ha rifiutato di riconoscere la realtà post-guerra fredda che, contemporaneamente, riduceva la sua importanza relativa e la conseguente libertà di manovra e avviava il mondo verso un sistema ipercompetitivo, ampio ed interconnesso in cui la solidità, competitività  ed efficacia del sistema paese diventa requisito di sopravvivenza per la comunità politica e fattore critico di successo anche per imprese ed individui. In Europa il crollo del muro ha oltretutto liberato gli animal spirits tedeschi che per quasi mezzo secolo erano stati sedati consentendo quel miracolo di condivisione che è stata la CEE. La crisi di oggi risale, anche cronologicamente a quegli anni ed il fatto che ormai ne siano trascorsi trenta è dimostrazione della crisi culturale del Paese – problema probabilmente più importante di quelli economici e politici – che coinvolge anche la Chiesa, occasionalmente ma provvidenzialmente basata in Italia, che non a caso attraversa anche lei, al momento, uno dei periodi più oscuri della sua storia.

Mentre non è chiaro quando e da dove possa venire quel di più di cultura che ci potrà tirare fuori dai guai, resta il fatto che delle tre opzioni oggi sul tavolo (default autogestito, default eterodiretto, ridenominazione) l’ultima comincia ad essere una possibilità da valutare nei suoi pregi e difetti.

Secondo – il fronte tecnico

Credo che qualche pensiero in questo senso, in qualche segreta stanza, magari non solo italica, ormai ci sia, perché il secondo fatto inopinato svelato da questa crisi è la rottura del fronte tecnico che, per decenni, ha avuto un’inclinazione fortemente favorevole a UE ed Euro e ha sostenuto le analoghe posizioni politiche del PD e in generale della sinistra. Conte aveva sperato in un silente passaggio della riforma MEF ma il caso è scoppiato non per le intemperanze di Salvini (quasi colto di sorpresa anche se poi tutte le colpe sono sempre sue) ma per le critiche di “quelli bravi” ampiamente riportate nei due post precedenti (qui e qui). Critiche in parte ritrattate (del resto sono uomini di mondo), in parte coperte da proposte di facciata inverosimili come quelle degli eurobond o dell’assoggettamento del MES al parlamento europeo, in parte giustificate da considerazioni strettamente politiche attinenti alla necessità di sostenere un governo anti Salvini, ma comunque critiche provenienti da settori intellettuali, istituzionali e operativi da cui non erano attese e ad un livello tanto alto da avere ridimensionato di nuovo Borghi e Bagnai che, salvo vantare una primogenitura sull’argomento, hanno dimostrato di essere inadeguati a livello accademico e istituzionale visto che a suo tempo non hanno spinto abbastanza per avere informazioni chiare sul trattato a partire dalla loro posizione di presidenti di commissione parlamentare o, avendolo fatto, non hanno denunciato per tempo le chiusure e opacità del governo Conte I.

Avviene ogni tanto che ci sia una rottura dell’establishment italiano. Ho ricordato in altri post che la svolta anti immigrazione di Minniti venne preceduta da una strana sequela di interventi di generali in pensione che criticavano i porti aperti: forse questo portò il ministro a parlare di problemi di tenuta democratica e a cambiare direzione anche contro il suo partito. La metodica del pensionato di lusso libero di parlare per dire la verità (derivata paradossalmente dalla stessa libertà concessa ai buffoni di corte nel medioevo) è stata recentemente utilizzata anche da Draghi ma in questo caso si tratta di personale in servizio permanente effettivo, a partire da Visco e Patuelli, per cui il grado di gravità percepita è forse estremamente superiore al passato: del resto qui si parla di danè, mica di negrette incinte. Qualcosa di grosso si è forse smosso nel deep state italiano e i prossimi mesi ci diranno se questa ipotesi è vera e quali risultati produrrà a livello politico europeo e nazionale.

Terzo – la degenerazione costituzionale in Italia ed UE

Terzo, questa vicenda ha anche svelato la degenerazione che hanno subito i processi di formazione delle norme a livello nazionale ed europeo. In premessa occorre riconoscere che trattati internazionali come il MES sono tali soltanto formalmente essendo essi fonte di norme che trovano applicazione principalmente all’interno di uno stato. Essi determinano quindi un processo di formazione delle norme che esce dal percorso costituzionale e che si fonda su un potere di iniziativa politica esterno alle istituzioni italiane e di fatto straniero. Inoltre è nei fatti che il sistema UE nel suo complesso ha una serie di strumenti politici e finanziari con cui esercitare un certo “nudging” sulle decisioni nazionali, basti pensare al va e vieni dello spread.

Come si interfacciano queste dinamiche con i processi costituzionali italiani? A questo riguardo occorre evidenziare in primo luogo una notevole asimmetria informativa esistente fra i due ambiti. Conte nel suo intervento alla Camera ha elencato numerosi momenti di confronto parlamentare e governativo sulla riforma ma le analisi dei giorni successivi, soprattutto quella di Punzi su Atlantico Quotidiano, hanno dimostrato la reticenza e opacità delle informazioni fornite sui nodi fondamentali del provvedimento e anche la discrasia di tempi e contenuti fra atti politici posti in essere (adesione o firma del trattato che sia) e indicazioni parlamentari. Gli interventi imbarazzati di Tria, quelli più chiari di Moavero e Di Maio, confermano che anche il governo ha discusso poco e male dell’argomento, sostanzialmente solo in termini generali. Bagnai ha addirittura elencato gli stringenti limiti impostigli, pur essendo presidente di commissione parlamentare, nell’acquisizione di dati e addirittura nella lettura del trattato. D’altro canto questo tentativo di bypassare il parlamento imponendo dall’esterno un trattato non ratificato è stato fatto anche nel caso del Migration Compact laddove si ipotizzò che l’appartenenza all’ONU, la cui Assemblea Generale aveva approvato il testo, determinasse di per sè il vincolo anche per i paesi contrari o silenti. Anche il trattato CETA con il Canada è in vigore, nonostante manchino ratifiche parlamentari nazionali, sulla base del solo consenso del parlamento europeo.

Se è vero che il processo normativo ha subito cambiamenti a seguito dell’appartenenza all’UE, occorrerebbe allora modificare la Costituzione per riconoscere la mera natura di legge di questi pseudotrattati con cui il governo italiano accetta una qualche regolamentazione di fenomeni interni al Paese. In questo caso si potrebbero prevedere alcune garanzie tali da ridare senso alle tutele costituzionali quali la legge delega parlamentare che stabilisca vincoli e limiti, la giurisdizione della Consulta e la referendabilità degli stessi.

A livello europeo il processo deliberante è passato soprattutto da sporadiche riunioni di Eurogruppo e Consiglio dei Capi di Stato e di Governo. A parte il fatto che il primo è un organo informale che non rientra nell’articolazione degli organi istituzionali dell’UE, questi organi hanno un evidente problema di trasparenza visto le riunioni sono secretate, che non sono pubblicati verbali, resoconti ed esiti di votazioni (ammesso che si voti) e che i membri sono tenuti al segreto anche nei confronti dei propri governi e parlamenti, prassi senza dubbio incostituzionale e non a caso vietata dalla Consulta tedesca che ha così riaffermato anche il principio per cui la Germania è più uguale degli altri. È abbastanza assurdo che, nell’epoca di internet, atti di importanza determinante per la vita dei cittadini europei non siano resi noti. Questa tuttavia non è una problematica specifica della revisione MES visto che il problema della trasparenza degli atti si era posto anche nel caso del trattato TTIP con gli USA che però andava ad impattare su tutti i  consumatori europei, non soltanto sui cittadini degli stati sudditi,  e che conseguentemente aveva sollevato ovunque ondate di proteste poi sospese nel momento in cui Trump lo aveva sconfessato. Inoltre queste riunioni sono state poche, convocate principalmente di sera e tenutesi di notte, talmente brevi rispetto alla portata delle decisioni da rendere di fatto impossibile anche solo la lettura delle carte.

La confusione quindi esiste riguardo anche alle procedure interne ed alle modalità con cui si forma il consenso e vengono definiti i provvedimenti. Visto che i premier e ministri delle finanze non hanno evidentemente redatto e, forse, neanche letto i provvedimenti, rimane infatti aperta la questione di fondo: chi ha redatto realmente i testi scrivendo le norme che sono oggetto di contestazione adesso in Italia? Che forma di controllo sui testi hanno esercitato i leader? Esistono stesure definitive? Chi ha avuto la possibilità di leggerle? Come si è espresso il consenso all’approvazione? Per dire, dopo un lungo e contraddittorio tira e molla fra Conte e Gualtieri circa la modificabilità dei testi, ancora ieri si discuteva sulla possibilità che le CACs fossero incluse nel testo principale o in un allegato: questo significa che ancora non esiste un testo definitivo e quindi non è assolutamente chiaro non solo se ma a cosa abbia aderito o firmato il governo (per la differenza vedere questo articolo)  e su cosa deciderà il parlamento il prossimo 11 dicembre: su un principio o su un trattato da ratificare? E nel secondo caso, il testo è a disposizione dei parlamentari? Da quanto tempo? È stato analizzato nelle sedi competenti?  Tutte domande con risposta negativa che mostrano come le procedure costituzionali italiane siano ridotte a mero formalismo di ratifica di provvedimenti non solo presi da fuori ma neanche chiaramente comunicati. Ci si ricorda della Grecia costretta ad approvare provvedimenti scritti originariamente in inglese e tradotti, frettolosamente e malamente, in greco con Google Translator.

Del resto è probabile che questo iter confuso ed opaco serva solo ad ammantare di una pretesa legalità un mero scontro di potere fra blocchi di paesi in cui il nostro, per lo scarso potere negoziale, esce sempre perdente. Probabilmente in questi incontri si realizza un mero consenso politico a favore di chi è più forte con la clausola”salvo intese” dopo di che  i dettagli vengono definiti dalla burocrazia europea. A questo punto sarebbe da chiedersi se Conte sia reticente o ignorante non avendo neanche lui idea precisa di quel che è stato scritto. Sembra quindi chiaro che queste norme vengono approvate secondo percorsi “informali” che sono incostituzionali in Italia e a-costituzionali in UE e che rescindono di fatto qualsiasi rapporto fra elettorato e potere legislativo che è la base minima ed inderogabile della democrazia. Questa situazione diventerà ancora più grave dopo che la riforma MES sostituirà il principio dell’unanimità con quello della maggioranza per cui decisioni esiziali potranno essere assunte anche senza o addirittura contro il consenso italiano. Questo cambiamento interrompe la continuità fra voto popolare – maggioranza elettorale – maggioranza parlamentare – governo – presenza con diritto di veto negli organismi europei che sola salvaguarda sovranità nazionale e, insieme, popolare. Sono questioni che ci impongono di interrogarci ulteriormente sul senso dell’appartenenza ad un’organizzazione che tradisce aspettative economiche e norme inderogabili.

Quarto – la politica

Politicamente, l’esecutivo tecnico viene perpetuato come unica forma di governo previsto per l’Italia, tuttavia il MES toglie gradi di politicità ed inserisce elementi di tecnicismo anche in UE. Il MES viene istituito con lo scopo di togliere potere alla troppo politica e, quindi, compromissoria Commissione. Tutto bene finchè si tratta di spartirsi l’Italia ma cosa potrebbe succedere in caso di conflitto fra i due organi, magari su altri temi e paesi? L’irrigidimento della governance europea può andare bene nel breve periodo ma nel lungo? Un altro elemento di incertezza del contesto.

Conte calcia in avanti l’ennesimo barattolo (finanziaria, ILVA, Venezia, MES) salvo poi cominciare ad incontrarli di nuovo sul sentiero (legge di bilancio ed ecotasse). Sulla vicenda MES è ormai evidente che ha agito motu proprio inserendo l’adesione all’accordo nel pacchetto di offerte che ne hanno rivalutato improvvisamente, ad agosto, figura e statura a livello internazionale e hanno favorito il discontinuo Conte II. È curioso che queste decisioni le prenda, a titolo individuale, un uomo che non ha mai ricevuto un voto in un’elezione. Il rinvio UE può essere un formalismo per scavallare le elezioni emiliane o l’apertura di una rinegoziazione più equilibrata se non il prodromo di un congelamento che sarebbe la cosa migliore. Ormai è evidente che fino al 26 gennaio non si muoverà più nulla.

Discussione

Un pensiero su “Quattro e MES

  1. Stamattina mi sono svegliata con una pietra sul cuore.
    Purtroppo lo sapevo, ero certissima che questo governicchio avrebbe firmato: «l’€uropa è una famiglia!».
    Sono seduti lì per questo, per reggere l’Italia morente mentre “la famiglia tedesca” si prende la sua vendetta.
    Non temono le elezioni, nè quelle in Emilia nè qualunque altra elezione.
    Possono farne a meno, tranquillamente, del mandato popolare, non è noi che devono servire e sono abbastanza sicura che tutto questo “ammore” persiste solo perchè noi siamo imbelli e ci lasciamo schiaffeggiare, muti.
    Ieri ho letto che la gestione di tutti i bus della Toscana saranno affidati ad una compagnia francese:
    il Consiglio di Stato ha respinto le impugnazioni dei gestori in carica (compresi quelli pubblici).
    Sono senza vergogna.
    Ormai scommetterei anche per lo spengimento degli altiforni ILVA.
    Nessuna nazione, avrebbe resistito ad attacchi così mirati, depredazioni così feroci, espoliazioni così massicce.
    Povera Patria mia, posso solo piangere e stamani l’ho fatto.

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    Pubblicato da Graziella | 12 dicembre 2019, 7:43

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