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Politica Europa, Politica internazionale

Pieni poteri

downloadI risultati delle elezioni britanniche, ormai quasi definitivi, dicono che i conservatori di Bo Johnson si sono aggiudicati oltre 360 seggi, i laburisti di Corbyn superano di poco i 200, il resto alle frattaglie. I Tory hanno ottenuto uno dei migliori risultati dai tempi della Thatcher, i laburisti uno dei peggiori dell’ultimo secolo. Johnson avrà una maggioranza di almeno 35 seggi alla Camera dei Comuni, oltre 70 in più della coalizione delle opposizioni, peraltro malassortite, divise e rissose. Chi voleva un secondo referendum è stato accontentato: Exit ha vinto di nuovo, il 31 gennaio 2020 il Regno Unito farà un “Ciaone” alla UE, ora possiamo finirla qui?

Ancora ieri la stampa di qualità (perché libera non ha più, neanche lei, il coraggio di chiamarsi) paventava un risultato interlocutorio con un hung parliament senza una chiara maggioranza. Non riesco ancora a non stupirmi per la malafede, la menzogna, il tentativo di manipolazione della verità che trasudano da questi elzeviri pensosi e puerili insieme, tentativi ridicoli di esorcizzare la realtà che oltretutto vengono smascherati dopo poche ore alla lettura dei risultati elettorali. In un sistema maggioritario si può avere la maggioranza dei seggi anche con la minoranza dei voti, figuriamoci l’effetto leva che deriva da una maggioranza elettorale che, a seconda dei sondaggi, oscillava (il 10 dicembre, non mesi fa) fra 11 e 14 punti percentuali. Si vaticinavano anche “voti utili” e “desistenze” poste in essere spontaneamente dalla base in mancanza di accordi e appelli di vertice: non più fatti, non più opinioni ma semplici deliri e falsità.

È venuta meno anche la speranza che la corsa all’iscrizione nelle liste elettorali dei “giovani”, ritenuti europeisti per definizione, tutti Erasmus+ e Schengen, potesse soverchiare la testardaggine exiter dei “vecchi”, ritenuti tutti per definizione ottusi nostalgici dell’impero, seppure mediamente più giovani dei mitici totem italici di Mattarella (78 anni) e Segre (90 anni): si vede che anche l’età, come il sesso ed altro, in questa società liquida non è un dato di fatto ma uno stato dell’animo e che si è giovani solo quando il sistema politically correct decide che lo sei. I Britons attendono adesso un Beppe Grillo che dica loro di togliere il voto ai vecchi ma forse neanche questo sarebbe una soluzione.

Perché paradossalmente sembra che il sostegno alla Brexit, in questi 3 anni e mezzo, sia aumentato e non diminuito. Lo fanno pensare le tre elezioni vinte dai Brexiters (referendum 2016, europee 2019, politiche 2019) con il successo del Brexit Party – nato in un mese e che ora è il partito più rappresentato d’Europa (ancora per poco) a Bruxelles/Strasburgo –  che è stato oggi passato, a mo’ di staffetta, a Boris. Lo fa pensare anche il sostegno compatto ricevuto dal mondo degli affari che pure era stato il più forte sostenitore del Remain. È probabile che il senso di collasso che questa vicenda stava trasmettendo abbia influito non poco sugli orientamenti. Ricordiamo che tutta la vicenda Brexit è stato un tentativo di sconfessare una decisione diretta del popolo tramite pastrocchi parlamentari e ipotesi di accordo che puntavano ad una “exit-in-name-only”, un gattopardesco tentativo di cambiare tutto perché niente cambiasse. Questo tentativo era già stato bloccato dal 32% ottenuto dal Brexit Party che metteva in discussione la plurisecolare diarchia fra conservatori e laburisti. Di più, questa vicenda ha determinato, dopo le elezioni di maggio, uno scontro istituzionale che ha avuto il suo apice a ottobre con la chiusura del Parlamento, la frammentazione dei Tory, l’imposizione di un governo di minoranza con la contestuale negazione delle elezioni, l’intervento della Suprema Corte che sconfessava Johnson ma che, per farlo, doveva chiamare in causa la regina che, nel classico dilemma “complice-imbecille”, veniva classificata nella seconda categoria. Probabilmente il troppo stroppia: la GB ha sfiorato il suo 8 settembre ma alla fine la coesione fra popolo, leader politici, istituzioni si è ricreata e ha avuto il suo punto di caduta nella repentina decisione di tornare a votare e di rimettere definitivamente in mano alla gente la decisione su una vicenda che, 42 mesi dopo, appare molto meno drammatica che a giugno 2016. In fondo il Regno Unito ha deciso a suo tempo di affrontare la Invincible Armada, Napoleone, Hitler: forse il terrore di abbandonare il regno di “Drunkie” Junker o di “Greenie” Ursula non era poi così giustificato.

I britannici hanno rifiutato di diventare il 27° paese accapponato in cui ci sono cose che funzionano con il pilota automatico ed altre che non si possono fare, dire, addirittura pensare. Hanno rifiutato un gioco politico che esclude il popolo dalle decisioni di fondo da affidare, invece, a collegi di “saggi” che lo difendano dalle sue decisioni sempre pretese “istintive e superficiali”. Hanno detto chiaramente NO ad un’opzione politica che prevede governi svincolati dal consenso ma vincolati a dogmi ideologici precostituiti. Hanno respinto la teoria dei contrappesi che tolgono senso ai pesi e della tutela delle minoranze che priva di effetto le scelte della maggioranza. Hanno rifiutato una narrazione della complessità che nega la sempiterna verità che le scelte strategiche si traducono sempre nella scelta, non banale ma semplice, fra un SI e un NO. In tutto questo aiutati evidentemente dalla visione dello sfascio in cui versa l’UE frammentata per faglie nazionali e partitiche ed ormai ridotta ad una dependance di Greta e ad una replica in scala 1000:1 dell’ARCY Gay. Certo, avere la quinta economia del mondo, il terzo esercito, la seconda borsa e, last but not least, la bomba H sicuramente aiuta. Ma da stanotte un destino inopinato si apre per i popoli dell’impero eurista: la libertà è possibile, bastano volontà, tempo, coesione e determinazione.

Boris Johnson in soli sei mesi diventa il leader politico più forte d’Europa confermando le aspettative riposte su uno strano personaggio che mescola atteggiamenti da prima pagina del “Sun” ad altissimi livelli intellettuali e culturali. Come Trump incarna un pezzo di élite che diventa popolo e se ne mette alla guida, da oggi con “pieni poteri”. BoJo ha dimostrato un senso tattico sopraffino confermato dalla purga realizzata nel partito Tory, che adesso può guidare come un bicicletta, e dalla desistenza concordata con Farage che, a sua volta, incarna lo strano archetipo di un moderno Cincinnato che rinuncia a seggi per ideali. Viene ancora sfatata la vulgata della stampa di qualità (perché libera non ha più, neanche lei, il coraggio di chiamarsi) secondo cui eravamo di fronte ad un clown irresponsabile, il secondo dopo Trump che, risolto il piccolo impiccio dell’impeachment,  si avvia a sua volta a vincere per mancanza di avversari le elezioni di novembre 2020. Ricostituito l’asse atlantico-anglosassone, spazzati via problemi minori come la Brexit e l’impeachment, i problemi per l’UE arriveranno per tempo nonostante il ricorrente delirio minaccioso di Beppe Severgnini.

La disfatta laburista chiama in causa la confusione mentale, prima che politica, di Corbyn che è riuscito ad un tempo a non dire cosa pensava della Brexit, a spaventare l’elettorato di livello sociale medio-alto con la riproposizione di proposte politiche di stampo bolscevico ed a regalare i “poveri” alla destra in nome di un nazionalismo negato alla radice. Un politico talmente mediocre che la business community, dove mi sembra che i Jewish abbondino, per levarselo di mezzo gli ha lanciato contro il moderno ma inopinato anatema dell’antisemitismo che non è stato esplicitamente riservato neanche a Salvini. Il Labour conferma che, dopo la sbornia liberal-globalista degli anni ’90 e quella politically correct attuale, la sinistra  può potrà più vincere se non riuscirà a coniugare le istanze politiche di classe con quelle nazionali. Del resto è un problema che il socialismo si porta dietro dal fallimento della Prima Internazionale e dalla IGM per cui soluzioni semplici non ci sono.

Nella sua singolarità il Regno Unito indica una strada alla crisi politica che avvolge i principali paesi europei. È la strada che da sempre porta alle storie di successo: quella della convergenza fra umori popolari, establishment e classe politica. Quando si realizza, sintetizzandosi in un leader che crea consenso attorno ad un progetto politico nazionale, tutto diventa possibile. Perché sia possibile a sua volta occorrono coerenza, competenza e onestà, personale ed intellettuale. Occorre anche un sistema maggioritario che spazzi via partitelli e ometti politici e le loro minime fisime. Ed occorre anche un sistema istituzionale che abbia consapevolezza di sé e della sua forza normalizzatrice nei confronti anche di quelle forze e posizioni politiche che, di tanto in tanto, appaiono antisistema. Una chiamata chiara che Londra fa a Roma. Speriamo che da noi qualcuno risponda.

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