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Fra Berlinguer e Draghi (e Farage)

Nel 1973, poco dopo il sanguinoso golpe cileno di Pinochet, Enrico Berlinguer lanciò la proposta del compromesso storico a cui il PCI improntò la sua strategia politica fino al 1980. Il segretario comunista era stato profondamente colpito dalla tragedia che aveva seguito l’affermazione elettorale della sinistra di Allende causata dalla reazione di forze interne e potenze internazionali capeggiate ovviamente dagli USA. Berlinguer aveva intuito che, al di fuori dell’ingenuo idealismo della Costituzione, il consenso elettorale era solo un elemento del più complesso quadro di compatibilità che dovevano essere soddisfatte per governare un paese sviluppato ed inquadrato in un rigido sistema di alleanze. Aveva, in termini odierni, compreso l’esistenza di un “deep state” che avrebbe potuto soverchiare la legittimazione derivante dalla vittoria elettorale.

Mutatis mutandis, qualcosa di simile sembra affiorare anche nella consapevolezza della Lega e di Salvini. Le vicende di agosto hanno dimostrato che un governo del centro destra a trazione leghista incontrerebbe, sic stantibus, l’opposizione di una congerie di forze a-democratiche ma potenti. Nel quadro attuale delle alleanze internazionali di cui fa parte l’Italia, il ruolo degli USA è più che efficacemente surrogato da quello dell’Unione Europea che dispone di mezzi di coercizione ben più efficaci di quelli americani dell’epoca in quanto sfuggono alle dinamiche militari e poliziesche d’antan per tradursi in pressioni finanziarie che non solo sono meno cruente e più difficili da capire e da  interpretare ma appaiono oltretutto ammantate da un alone di legalità derivante dalla “spontanea” adesione italiana ai trattati su cui si basano. La Chiesa, paradossalmente oggi vicina alle posizioni comuniste di mezzo secolo fa, rappresenta tuttora un ostacolo ancora più formidabile all’ascesa al potere di un partito eterodosso che oltretutto, a differenza del PCI, non è riuscito a coltivare con essa rapporti riservati. Il ruolo dei servizi segreti rimane ambiguo, come la ridicola vicenda del Russiagate nostrano dimostra, mentre l’opposizione dei vertici militari si manifesta non con una levata in armi ma con una sorta di disobbedienza civile che il ruolo della Guardia Costiera e le esternazioni del capo della Polizia contro il suo ex superiore dimostrano ad abundantiam. Rispetto al 1973, la Lega deve anche contrastare la presenza invasiva della magistratura che, ai tempi, non entrava palesemente nel gioco politico. Il ruolo del terrorismo è efficacemente surrogato da quello delle ONG che hanno giocato, nella breve esperienza giallo-verde, un chiaro ruolo eversivo. Le “Sardine”, apparse dal nulla e quindi attentamente programmate, sono uno pseudomovimento di base che sembra nato al solo scopo di ridurre l’agibilità di Salvini sul web e sul territorio e che prefigura, in caso di governo della destra, una delle tante rivoluzioni colorate che hanno caratterizzato i paesi governati dai politici “sbagliati”, ivi compresi gli USA di Trump. Oltretutto la Lega non ha una capacità di mobilitazione paragonabile a quella del PCI ed in grado di controbilanciare la pressione di piazza esercitata dai movimenti. Lo squilibrio mediatico ed accademico è totale mentre il PCI poteva, ai tempi, disporre di un retroterra informativo e culturale che ancora oggi costituisce il principale asset del PD che ne è il discendente. Anche la situazione economica è infinitamente peggiore di quella di quegli anni, pur caratterizzati dallo choc petrolifero, visto che l’Italia si trova in una situazione che prelude al crack finanziario ed al collasso del sistema paese. Proseguendo su una strada di contrapposizione e mero scontro di forze, la Lega e Salvini rischierebbero di cadere in uno scenario venezuelano senza considerare che, sfumato il maggioritario, Salvini sarebbe appeso alle ubbie dei forzisti sempre in vendita al miglior offerente.

La svolta moderata di Salvini e Giorgetti, anticipata di poche ore da un’intervista di Giulio Sapelli che, ricordiamolo, avrebbe potuto essere il premier del precedente governo al posto di Conte, appare quindi saggia e conferma l’analisi che il blogger aveva proposto a settembre. Salvini ha probabilmente raggiunto i limiti attuali del suo personaggio politico, più agit-prop che leader politico di governo, ed anche il consenso per la Lega ed il centro destra sembra avere raggiunto i suoi limiti, pur invidiabili in quanto a cavallo del 50%. Un ulteriore passo in avanti richiede uno spostamento verso posizioni più “corrette” che facciano della Lega una sorta di CDU o di partito conservatore anglosassone ed aprano la strada ad alleanze con altre forze, un po’ come voleva fare Berlinguer con la DC. La principale contestazione portata contro la Lega (la politica migratoria) sembra ormai superata visto che tutti i partiti conservatori “corretti” hanno ormai adottato, in Europa ed America, posizioni anti immigrazione forse addirittura più forti di quelle leghiste. Anche i partiti di sinistra hanno grandi difficoltà a continuare nella retorica pro-imm come dimostra anche la ritrosia di Conte ad abrogare i decreti sicurezza. Per altro verso, le recenti elezioni britanniche hanno dimostrato che la voglia di “uomini forti” alberga anche in altri paesi come rimedio alla debolezza dei sistemi politico-amministrativi e culturali. Se la Lega riuscisse a spostarsi al centro, potrebbe recuperare voti ma soprattutto si potrebbe creare lo schema di un’alleanza del genere CDU/AfD o OVP/FPO in cui il ruolo della destra rimarrebbe a Fratelli d’Italia. Del resto, in Austria è già successo e si comincia a parlarne anche in Germania.

La marcia della Lega verso il centro trova quindi due ostacoli: i rapporti troppo stretti con la Russia e la posizione verso l’UE e l’Euro. Se sul primo aspetto si tratta di fare una scelta di campo netta, sul secondo il discorso è più articolato alla luce di quanto è avvenuto nel dibattito sul MES. Tale dibattito, che ha comunque condotto ad uno stop del trattato,  è stato innescato e sviluppato non tanto dalla Lega e dai suoi dioscuri euroscettici (Bagnai e Borghi) ma, imprevedibilmente ed inopinatamente, da una serie di tecnici ed economisti europeisti di cui ho dato conto in precedenti articoli, in ultimo questo. Questa levata di scudi sembra avere rivelato l’esistenza di una fronda, pur europeista, critica nei confronti dell’evoluzione che l’UE sta subendo negli ultimi mesi e che si traduce in una costante aggressione verso il nostro Paese (procedura di infrazione di luglio, modesta flessibilità sulla finanziaria, adesso riforma MES). Questa fronda esprime probabilmente la preoccupazione del sistema dei “poteri forti” italiani (industria, banche, società pubbliche) che sembra avere capito che il prossimo passo sarà la conquista degli asset nazionali da parte di Francia, Germania e Cina. È un dato di fatto che questo mondo trova sempre meno ascolto nei partiti al governo fra i quali il PD è ormai troppo colluso con i poteri europei ed il M5S sembra perso in una deriva ideologica decrescitista e pauperista. La Lega è ad oggi il partito più vicino a questi ambienti ed è ad essi che dovrebbe guardare, come sembra avere iniziato a fare, non tanto per ottenere un pass di correttezza politica ma per definire un progetto politico per il futuro dell’Italia che renda, come conseguenza, più agevole e proficuo un governo a forte presenza leghista.

Questo progetto non potrebbe essere guidato da Salvini, troppo compromesso ed inviso e che, ad onor del vero, non sembra neanche proporsi, ma da un soggetto di garanzia che potrebbe essere Mario Draghi. L’eventuale scelta di Draghi da parte della Lega, sarebbe una capitolazione o un’evoluzione? Molto dipende dalla valutazione che si dà della figura e dell’operato dell’ex Presidente BCE. Draghi nel 2011 è stato parte attiva del golpe bianco ai danni di Berlusconi ma, a partire dal 2012, ha fatto molto per difendere le banche italiane (misure LTRO che ruppero l’isolamento finanziario che stavano subendo con tassi interbancari alle stelle) ed il nostro debito pubblico con misure formali (QE) ed informali (“Whatever it takes”). Nella realtà le misure BCE hanno consentito la costante riduzione del costo del nuovo debito emesso ed il suo mantenimento al di sotto della media storica, come la figura dimostra:

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Negli anni di Draghi, la politica monetaria accomodante ha oggettivamente coperto la politica fiscale allegra dei vari governi con il deficit/PIL che mai si è avvicinato alla parità imposta dall’art. 81 della Costituzione. In compenso la spesa per interessi, in percentuale del PIL, è scesa di quasi un punto, pari a 17 miliardi all’anno.

 

Anno Debito PIL Debito/PIL[1] Deficit/PIL[1] Inflazione[2] PIL (reale)[1] Disoccupazione[3] Spesa per interessi Governo
(milioni di euro) (miliardi di Euro)
2011 1.907.769 1611,79 116,4 -3,5 2,8 0,58 8,4 4,7 Berlusconi IV, Monti
2012 1.989.878 1655,41 123,4 -3 3 -2,8 10,7 5,2 Monti
2013 2.070.013 1696,32 129 -2,9 1,2 -1,7 12,1 4,8 Monti, Letta
2014 2.137.119 1692,94 131,8 -3 0,2 0,11 12,7 4,7 Letta, Renzi
2015 2.172.673 1691,89 131,6 -2,6 0,1 0,93 11,9 4,2 Renzi
2016 2.220.662 1745,29 131,4 -2,5 -0,1 1,1 11,7 4 Renzi, Gentiloni
2017 2.220.662 1801,21 131,4 -2,4 1,2 1,6 10,9 3,8 Gentiloni
2018 2.316.697 1853,87 132,2 -2,1 1,1 0,9 10,5

La spesa pubblica in valore assoluto è cresciuta (2008-2018) di circa 145 miliardi, da 707.181,34 milioni a 852.234,32 milioni (+20,5%), a fronte di una spesa per interessi che, dal 2011, è sempre stata in contrazione per cui la spesa primaria è cresciuta ancora di più.

Al netto della letterina del 2011, appare difficile descrivere Draghi come un vampiro nemico dell’Italia e, a maggior ragione, descrivere la sua politica come volta ad imporre austerity. Prova ne è, oltretutto, il fatto che appena andatosene è partito il balletto del MES volto a depotenziare il ruolo della BCE e ad evitare che prosegua il salvataggio del debito italiano a spese dei rendimenti dei risparmi nord europei. L’esordio del 2011 fu quindi, probabilmente, uno scotto da pagare, una libbra di carne (nostra) data come pegno di lealtà, utile anche a rimuovere un leader sospettato di rapporti pericolosi con la Russia. Ciò detto, un’alleanza di forze che proponesse Marione come premier o, meglio, come PdR non sarebbe di per sé un’abiura di principi sovranisti. Ma per fare cosa? 

Per fare quello che è necessario: ridurre il costo del debito. Nel 2018 il costo del debito è pari al 3,8% del PIL con un avanzo primario dell’1,5% circa. In queste condizioni la sua messa in sicurezza dipende solo dalla dinamica del PIL nominale (inflazione+crescita reale). A fronte di una crescita reale dello 0,2-0,4%, occorrerebbe un tasso di inflazione superiore al 2%, ipotesi ad oggi irrealistica dato il contesto esterno (commodity in fase di stagnazione su livelli di prezzo bassi, deflazione esportata dai paesi asiatici) ed interno (popolazioni in calo ed in fase di invecchiamento). È quindi necessario procedere ad una forte repressione finanziaria che porti i rendimenti reali (tasso di interesse – inflazione) in territorio negativo: è quanto ha fatto la Banca d’Italia in tutta la sua storia e quanto ha fatto la BCE dal 2015 con riferimento ai paesi nord-europei. In passato alti tassi di inflazione agevolavano il compito, adesso occorre agire sui rendimenti spingendoli verso il basso e possibilmente in territorio negativo.

L’Italia è l’unico paese europeo di grandi dimensioni che paga interessi positivi sui suoi titoli: questa situazione è oggettivamente insostenibile nel medio lungo periodo. A questo punto, il grande nuovo compromesso storico dovrebbe estendersi a livello europeo con l’impegno della BCE ad abbassare il costo medio del nuovo debito significativamente in territorio negativo (diciamo -1%) per un adeguato periodo di tempo (7-8 anni, durata media del debito italiano). In presenza di un saldo primario positivo, ci sarebbero risorse per sostenere lo sviluppo interno e per abbattere il debito/PIL, accompagnandolo con un forte sforzo di modernizzazione del Paese anche in ambito istituzionale, con il contenimento della magistratura, la riforma della Costituzione e la ridefinizione del potere del PdR, possibilmente inducendo Mattarella alle dimissioni o almeno ponendogli una figura prestigiosa come Draghi che ne limiti l’incapace esuberanza. Come contropartita ci sarebbe la definitiva adesione italiana al progetto della moneta unica e l’adozione di politiche che la rendano effettiva e sostenibile nel tempo. Il costo politico per la Lega sarebbe minimo posto che gran parte del suo elettorato è fatto di persone che hanno patrimoni (aziende, case, titoli, conti correnti) in Euro e che non gradiscono la loro conversione in una moneta svalutata.

Se questo fosse il progetto, Draghi sarebbe la persona giusta non solo per le competenze tecniche e la reputazione internazionale ma anche perché è stato (e probabilmente è ancora) il punto di riferimento di uno schieramento che ha, con tutta evidenza, rifiutato di estendere a tutta Europa la cura greca e che in Italia, appunto, potrebbe essere interessato a trovare l’alleanza con il consenso popolare che la Lega porta con sé. Diversamente, saremmo di fronte all’ennesimo caso di fuga, tradimento e connivenza con il nemico.

Questo progetto richiede evidentemente un passo indietro di Salvini (e della Meloni): anche in questo caso abbiamo il recente esempio di Farage che ha rinunciato ai seggi in parlamento pur di vedere realizzata la Brexit. Corsi e ricorsi quindi si affastellano, basta volerli cogliere.

Discussione

7 pensieri su “Fra Berlinguer e Draghi (e Farage)

  1. Dunque, Salvini non sarebbe più presentabile e occorre la faccia di qualcuno con le entrature giuste negli ambienti giusti? E questo qualcuno sarebbe Draghi? Che si dovrebbe fare più o meno dipendente di Salvini & Co. Se io fossi Draghi risponderei “Voglio pieni poteri!”

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    Pubblicato da Ned | 21 dicembre 2019, 14:48
  2. Chiedere a Draghi di prendere il timone, lui, quello che ha coperto le irresponsabilità dei cialtroni italiani al governo, che hanno sprecato assist su assist facendo spread e debito, perdendo tempo prezioso, invece di fare una gestione responsabile, è davvero una cosa al limite dell’offesa. Draghi potrebbe accettare ponendo condizioni severe…alla Prodi (by Guzzanti) come dal minuto 4:58.

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    Pubblicato da Ned | 21 dicembre 2019, 15:07

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