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Politica internazionale

Finchè c’è l’ENI, c’è speranza

downloadDopo quasi nove mesi di stallo, del resto ampiamente prevedibili, la vicenda libica sembra subire un’accelerazione con il presunto rafforzamento militare di entrambi i contendenti, il governo di Tripoli guidato da Al Sarraj (GNA) ed il variegato schieramento che sostiene il governo di Tobruk (LNA) la cui punta di diamante è il generale Haftar. Da un lato si parla di arrivo di truppe e mezzi militari turchi, dall’altro dell’afflusso di migliaia di mercenari sudanesi e russi. Il nostro Paese, dominus in Libia (circostanza talmente particolare da non essere correttamente percepita e da influenzare quindi in modo errato ogni valutazione) sostiene Al Sarraj insieme ai turchi ed è stato parzialmente spiazzato dalla repentina crescita dei rapporti turco-libici in campo economico (istituzione di una ZEE congiunta) e militare. Peraltro l’attivismo di Erdogan si basa solo su annunci, promesse e minacce mentre gli impegni concreti appaiono meno consistenti. In realtà, le informazioni sono abbastanza frammentarie e confuse e tutto si basa sull’ipotesi, sostenuta solo da Haftar, che un tank posto a difesa dell’aeroporto di Mitigia sia effettivamente turco.

A partire da aprile, la guerra aperta scoppiata fra il governo di Tripoli ed il generale Haftar ha avuto ben pochi sviluppi sul campo ma ha prodotto l’effetto, estremamente positivo, di semplificare non poco il quadro “istituzionale” libico. Tutti ricorderanno certo i 65 capi tribù convocati a Roma da Minniti per accordarsi sul blocco dei flussi migratori: insieme alle 200 milizie armate, essi erano il simbolo di una frammentazione drammatica delle forze in campo che, invece, con questa guerra si è ridotta al confronto fra due soli schieramenti, con ciò semplificando molto il sistema delle relazioni e riducendo la possibilità di ricatto da parte di qualche predone del deserto smanioso di denaro. Questo ha aumentato il peso politico italiano: non a caso l’ENI ha continuato a lavorare come se niente fosse ed il flusso delle partenze di migranti si è di molto ridotto con la Guardia Costiera che ha recuperato gommoni, rispettando gli accordi, anche nei momenti più incerti dell’attacco a Tripoli.

Il governo giallo-verde ha sostenuto intelligentemente il leader di Tripoli per una serie di motivi: a parte che sul carro del presunto vincitore non era rimasto nemmeno un predellino libero dopo l’endorsement di francesi, russi, egiziani, sauditi, emiratini e in parte USA, quello di Al Sarraj è l’unico governo riconosciuto internazionalmente e controlla la Tripolitania in cui sono concentrati gli interessi nazionali (eh, sì) italiani in termini energetici e migratori. Sbolognare il GNA per correre a chiedere aiuto a Macron (cosa che era stata inopinatamente ipotizzata da diversi commentatori nove mesi fa) avrebbe voluto dire semplicemente capitolare. Invece, una condotta intelligente che ha portato al leale sostegno di Al Sarraj e, contemporaneamente, al dialogo pacifico con Haftar ha permesso di far valere i punti di forza che l’Italia ha in loco (da una lato ambasciata aperta, contingente a Misurata, collaborazione con la Guardia Costiera Libica, in generale accordi industriali e finanziari con l’ENI, infrastrutture fisiche, flussi di denaro sul territorio, buoni rapporti con gli alleati egiziani e russi di Haftar) e prosciugare piano piano l’irrazionale attivismo muscolare francese. I giallo-rossi adesso vorrebbero ardentemente buttare all’aria gli accordi e riaprire i flussi migratori ma motivi elettorali e di ordine internazionale glielo impediscono. Tuttavia si ripropone la tesi del cambio di alleanze per sfuggire, si dice adesso, al pericolo turco.

L’intervento turco compenserebbe, si dice, l’incremento degli aiuti russi dati ad Haftar. Su queste vicende belliche credo varrebbe la pena di ragionare con beneficio di inventario perché, data la vasta dimensione territoriale e la scarsa numerosità degli “eserciti”, di vere e proprie battaglie non si ha notizia per cui non si può neanche essere sicuri che tutti questi mercenari russi e tank turchi ci siano davvero. Le immagini televisive mostrano semplicemente dei beduini malvestiti e malarmati, privi di mezzi pesanti e dotati solo di suv con mitragliatrici, che sparano qualche colpo di mitraglia a favore di telecamere per poi scendere dal mezzo e passeggiare tranquillamente in quello che dovrebbe essere un campo di battaglia. Del resto il conflitto è talmente blando da avere prodotto, in un anno di attacchi ad una città di 1,1 milioni di abitanti, solo 284 morti e poche centinaia di feriti.

Ma ammesso che tutti questi miliziani ci siano davvero, il duplice intervento turco e russo andrebbe nel senso dei nostri interessi in quanto realizzerebbe quella stabilizzazione del paese che non è possibile al di fuori di un intervento militare da parte di grandi potenze. L’Italia è una media potenza che, per motivi economici ed ideologici, non è in grado di giocare in proprio una partita di chiaro stampo imperialista che pur sarebbe nel suo interesse. Deve quindi appoggiarsi ad altri attori, che in passato erano gli americani e adesso sono i russi e se del caso i turchi, e giocare di sponda con gli stessi a tutela dei propri pochi interessi rimasti e legati a gas, petrolio e migranti. In effetti le scelte scellerate del 2011 hanno distrutto un paese ricco che chiedeva (ne parlo per esperienza diretta) l’accesso alle nostre risorse manageriali e tecnologiche e che poteva essere un traino globale della nostra economia. Avendo  abbondantemente versato il latte a suo tempo, a questo punto della vicenda l’interesse preminente non è “dominare” la Libia ma semplicemente mantenere un ruolo nelle vicende di un paese che rimarrà instabile per anni, come del resto le esperienze di Iraq, Siria, Somalia dimostrano ampiamente. Se, d’altro canto, la stabilizzazione fallisse ed il reciproco rafforzamento militare semplicemente perpetuasse e rafforzasse lo scontro fra i due schieramenti, l’Italia avrebbe buon gioco, in virtù della sua presenza concreta e costruttiva sul territorio, a mantenere un ruolo di dialogo e di equilibrio fra i contendenti.

La Libia è uno dei temi, oltre alla mafia ed al terrorismo, su cui si mantiene salda l’unità nazionale del deep state nostrano che certamente non verrà scalfita dalla superficialità degli scappati di casa che sono adesso al governo. La politica estera, fuori dalla forma, non è certo guidata da Di Maio ma dall’ENI il che rende la posizione italiana in loco fortissima: basti pensare che la guerra fra fazioni va avanti sulla base dell’unica premessa che l’ENI continui a pompare, esportare e pagare il petrolio. I proventi vanno tutti alla NOC, locale società petrolifera, che divide i soldi fra Tripoli e Tobruk consentendo così ad entrambi di acquistare armi e mercenari. l’Italia è presente in loco con il contingente di Misurata che rappresenta la vera assicurazione sulla vita di Al Sarraj, non a caso caldamente richiesto dopo la visita di due anni fa a Macron: chi attacca i nostri militi attacca la NATO, con tutte le conseguenze del caso, e non è probabilmente un caso che le milizie di Misurata siano proprio quelle più ostili ad Haftar e che più bellicosamente si sono schierate contro di lui sia nel settembre 2018 che nell’aprile 2019. Non è nemmeno un caso che i tank turchi, se esistono, siano arrivati proprio al porto di Misurata il che rende poco probabile che non vi sia un nostro consenso in proposito. Del resto non è nemmeno detto che l’Italia non stia fornendo armi e uomini al GNA, sospetto dimostrato dal recente abbattimento di un drone tricolore da parte dell’LNA di Haftar. L’intervento turco, in questi termini, andrebbe quindi ad aggiungersi e non a sostituirsi a quello italiano il che basta e avanza per mantenere più di un piede in Libia nel futuro prevedibile.

D’altro canto è da vedere se la Turchia ha davvero tutte queste potenzialità: l’esercito è stato purgato dai golpisti nel 2016 ed in Siria, a parte azioni aeree e corazzate, non ha dato finora prova di grande capacità operativa; non si è mai schierato in combattimento in Siria lasciando andare avanti le milizie islamiste locali; il paese balla su una crisi politica interna latente e su una crisi economica che potrebbe essere aggravata da sanzioni USA; l’appartenenza alla NATO è precaria e conflittuale; la distanza fra i due paesi è notevole. Un massiccio intervento comporterebbe probabilmente una discesa in campo, sul lato Haftar, degli egiziani che confinano con la Libia e controllano il tratto di mare attraverso cui dovrebbero passare i convogli con i rifornimenti turchi. E’ probabile che siano solo atteggiamenti bulleschi dietro cui si cela poca sostanza, visto anche che Erdogan nelle ultime ore parla di “cessate il fuoco”. Analogamente un forte dispiegamento di forze russe appare poco probabile visto che aprirebbe il sesto conflitto in un contesto che dista migliaia di km e che, a differenza della Siria, è per loro totalmente ignoto, senza considerare, oltre ai costi, che in questo caso Putin non appoggerebbe un governo legittimo, aggredito e storicamente alleato ma un ondivago eversore dell’ordine costituito il che ne inficerebbe di molto l’immagine a livello internazionale. La Libia è molto più grande e destrutturata della Siria, un’avventura militare avrebbe per entrambi esiti molto incerti fino al rischio di una sorta di Vietnam.

Paradossalmente l’Italia ha migliori rapporti con gli avversari russi ed egiziani che con l’alleato turco. I rapporti politici sono storicamente buoni con la Russia ed in forte miglioramento con l’Egitto dopo la vicenda Regeni e sarebbero evidentemente lesi da uno sgarbo di tali dimensioni. L’ENI ha buoni rapporti con Gazprom così come con l’Egitto per lo sfruttamento del giacimento Zhor. Tutto questo qualche peso lo avrà pure in una eventuale stabilizzazione della Libia. Sull’altro lato la Turchia avrebbe da perdere in un braccio di ferro che potrebbe portare ad un atteggiamento più deciso sul fronte dello sfruttamento dei giacimenti ciprioti e israeliani del Mediterraneo orientali in cui parimenti l’ENI è coinvolta e che Erdogan vuole impedire.

Del resto tutti questi sforzi da ambo le parti potrebbero essere vani. Le immagini odierne dell’attacco a Idlib (Siria) confermano come le grandi città, per essere prese, richiedano una potenza militare (anche e soprattutto aerea) cospicua che non pare essere né nelle disponibilità dei predoni locali, né nella volontà dei loro alleati. Alla fin fine è molto probabile che queste notizie siano solo parte della solita guerra psicologica che mira a destabilizzare il fronte avversario e a provocare ammutinamenti. Il conflitto resterà a bassa intensità ed il paese rimarrà fisiologicamente instabile a lungo. In questo casino, l’Italia è l’unica che ha una presenza strutturale sul territorio mentre gli altri si limitano a finanziare mercenari e predoni. L’elemento militare non è così importante se si pensa che dopo 9 anni dall’attacco a Gheddafi  l’Italia presidia ancora, ben salda, i propri interessi. Ulteriore lato positivo di tutto ciò è che la Francia è stata marginalizzata per cui dovrebbe ridursi la forte opposizione che i galletti operano nei nostri confronti. Del resto il grande Macron, speranza ultima di globalisti ed europeisti, deve fronteggiare rivolte continue a Parigi ed il parziale distacco dei paesi africani per cui magari qualche altro pensiero ce l’avrà anche lui. Lascio perdere che l’UE è assente il che favorisce il compito di chi le cose le deve fare davvero.

Come detto anche in passato, una situazione di instabilità controllata è quanto di meglio l’Italia possa per adesso sperare per mantenere sotto controllo, con poco sforzo, un territorio la cui esplosione avrebbe effetti esiziali sul nostro Paese. Cinicamente preghiamo che questa guerricciola continui a lungo.

Discussione

2 pensieri su “Finchè c’è l’ENI, c’è speranza

  1. Auspichiamoci un 2020 migliore per l’Italia, che ne avrebbe davvero un gran bisogno.
    Un augurio anche al blogger di Average Joe e a tutti i suoi lettori.
    Buon anno nuovo!

    "Mi piace"

    Pubblicato da Graziella | 27 dicembre 2019, 19:07

Trackback/Pingback

  1. Pingback: Bye bye Sarraj | Average Joe - 9 gennaio 2020

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