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Bye bye Sarraj

Le valutazioni politiche riguardo alla situazione libica ed alle scelte del governo prescindono spesso da un dato di fatto estremamente singolare ma importante. L’Italia, solo in Libia, è tuttora un “incumbent”, un ex monopolista che mantiene ancora nel paese una posizione importante da difendere dall’attacco degli “entranti”. Questa circostanza presenta vantaggi ma pone anche vincoli che devono essere tenuti presenti nel giudicare quello che Conte e Di Maio stanno facendo. Il punto di partenza è che l’Italia sta gradualmente perdendo potere nella zona, dato incontrovertibile ed al momento probabilmente irreversibile, ma conserva una posizione dominante che, in relazione alla situazione sul campo, le permette, per vie economiche e di intelligence più che politiche, di giocare ancora un ruolo a tutela di interessi nazionali vitali che sono oramai ridotti al solo settore energetico ed al contrasto all’immigrazione clandestina.

La posizione dominante in Libia si manifesta in primo luogo negli accordi energetici che non sono riconducibili a mere concessioni revocabili a piacere ma prevedono un’infrastruttura operativa, ampia e consolidata, che garantisce anche gran parte dei servizi energetici alla popolazione da cui dipende anche il consenso ai due leader in guerra. Questo elemento strutturale non può non essere oggetto di un negoziato con le altre parti in causa, nell’ambito UE (Francia) e NATO (Turchia) o comunque con le normali modalità diplomatiche con paesi avversari ma non ostili (Russia, Egitto). In secondo luogo, l’attività estrattiva e commerciale garantisce gran parte delle entrate libica gestite dalla NOC e da questa distribuite ai due contendenti.  Si tratta probabilmente della più importante leva negoziale in mano italiana atteso che il blocco dei trasferimenti comporterebbe ipso facto l’impossibilità di pagare armi e mercenari.

I principali interessi italiani (idrocarburi e migranti) si trovano in Tripolitania per cui è stato logico che nel 2015 si fosse appoggiato un leader locale che in qualche misura li garantisse. I paragoni con l’attivismo muscolare francese sono impropri perché alla fine i galletti, così come russi, egiziani, arabi e turchi, non hanno nulla da difendere e possono permettersi una guerra di corsa a rischio zero. Ricordiamo che nel giugno 2017 Al Sarraj, dopo essere stato ricevuto da Macron all’Eliseo insieme a Haftar, corse a Roma per chiedere sei navi (poi scese a due) come garanzia sulla vita dopo che il colloquio a Parigi gli aveva evidentemente fatto venire in mente cattivi pensieri. È da quella vicenda che il nostro Paese si è riproposto credibilmente sulla scena libica ottenendo in cambio maggiore attenzione al tema del contrasto alla migrazione verso le coste italiane. Successivamente sono arrivati 300 soldati a Misurata, ufficialmente per motivi umanitari ma, visto l’andamento lento dell’attività medica in loco, più probabilmente per coordinare e formare le milizie locali, le più acerrime rivali di Haftar contro cui si sono mobilitate a settembre 2018 e ad aprile 2019. Questa presenza militare è il principale ostacolo all’aggressione di Haftar alle due grandi città della Tripolitania, Misurata e Tripoli.

L’Italia è quindi sempre stata un partner leale di Al Sarraj anche se questo groviglio di rapporti incrociati e la forte presenza dell’intelligence hanno permesso di mantenere aperte le linee di comunicazione con Haftar. La tutela dell’interesse nazionale ben giustifica una certa flessibilità politica e diplomatica peraltro ampiamente sfruttata dagli altri attori in loco, Sarraj per primo. D’altro canto Al Sarraj, che senza l’Italia sarebbe un morto che cammina, non ha dimostrato di essere un partner altrettanto affidabile ponendosi sempre alla ricerca di un altro lord protettore, si trattasse di Macron o di Erdogan, e rompendo di fatto, lui per primo, l’accordo con il nostro Paese. L’alleanza con la Turchia mette in gioco il principale avversario italiano, peggiore dei “nemici” russi ed egiziani, e giustifica da parte nostra un’ampia riconsiderazione della strategia.

Riguardo al leader turco, è probabile che timori e aspettative siano molto superiori alla realtà. Avevo scritto pochi giorni fa che molto probabilmente, per vari motivi, il potenziale bellico turco in Libia non può arrivare ai livelli (truppe regolari, mezzi corazzati, aviazione) necessari per sconfiggere Haftar ed allontanarlo dalla Tripolitania. In effetti il contributo di Ankara sembra al momento limitarsi all’invio di consiglieri militari ed armi mentre anche i mercenari arabi siriani non sembrano ancora essere presenti sullo scenario. Oltre a quelli citati, l’accendersi di fuochi di guerra nel Medio Oriente a seguito del botta e risposta fra iraniani e americani è un ulteriore fattore che sconsiglia avventure su scenari ignoti e lontani da casa. L’entente cordiale con Putin è un ulteriore fattore che sconsiglia di legarsi troppo ad un leader in declino, debole ed inaffidabile. Erdogan è partito con fare bellicoso ma nel tempo ha smussato molto la sua aggressività parlando ripetutamente di “cessate il fuoco” (a Tunisi, commentando la legge del parlamento turco per l’invio truppe del 2 gennaio, ieri durante l’incontro con Putin) il che stempera forse un po’ le aspettative del leader tripolino. Anche l’accordo per la ZEE turco-libica è scritto sulla sabbia visto che in queste condizioni non si vede come possa tradursi in operatività non solo dal lato libico ma anche da quello turco. Erdogan ha giocato d’anticipo ma sembra avere il fiato corto e difficilmente coronerà il sogno di recuperare l’antica colonia.

A livello bellico i due avversari hanno rivelato tutti i loro limiti. Haftar non ha le condizioni per occupare e mantenere le grandi città costiere e Al Sarraj a malapena si difende ed è impensabile che possa riacquisire il territorio perso. D’altro canto, anche un intervento militare su ambo i lati, nei termini prospettati, non appare particolarmente efficace dato che la guerra si concluderà con la caduta di Misurata e Tripoli il che implica, in termini militari (Aleppo e Idlib lo dimostrano), o un potente sforzo aeronautico da parte di Haftar (ipotesi che è fuori dalla realtà) o una battaglia casa per casa in cui, da ambo le parti, la presenza di truppe mercenarie appare poco utile. È invece più probabile che il conflitto cessi via ammutinamento di una parte delle milizie di uno dei due contendenti, probabilmente a questo punto sul lato di Al Sarraj. Per converso, in mancanza di una soluzione finale, l’intervento, più politico-diplomatico che militare, di russi e turchi avrà l’effetto non di stabilizzare il paese ma di cronicizzare il conflitto con la possibilità che aumentino le fratture negli schieramenti anche per la crescente presenza straniera. In Siria russi e turchi si sono dimostrati in grado di distruggere ma non di ricostruire pur in presenza di un’entità statuale infinitamente più solida di quella libica: è improbabile che possano andare più in là del pattugliamento del territorio e favorire la ripresa del paese nordafricano. E’ prevedibile una situazione di instabilità che l’Italia dovrebbe sfruttare per valorizzare il suo ruolo concreto e la presenza sul territorio. Conditio sine qua non, il mantenimento dei presidi militari.

Il lungo colloquio di Conte con Haftar di ieri è probabilmente il segno di un riposizionamento italiano che comincia a prevedere un piano B in caso di vittoria del generale che, per tutti i motivi sopra descritti, implica probabilmente un assenso italiano e quindi, suppongo, una contropartita in termini di garanzie per gli interessi nazionali. Il solo fatto di mantenere i contingenti militari impedisce che si realizzi la vulgata di un Haftar che, come il feroce Saladino, spazza via tutto quello che si trova sulla sua strada. Su questa linea sembra riposizionarsi anche tutta l’UE una volta riportati i francesi a più miti consigli. La solidità del deep state nostrano cozza con la superficialità della politica. Conte ha probabilmente sbagliato a non considerare la cattiva riuscita del tentativo di Macron di riunire i due capi libici ma, del resto, a quei tempi si occupava di contratti milionari e ignorava i precedenti, ulteriore sintomo dell’inettitudine e dell’incultura di questa persona vanitosa e superficiale ed impegnata in un confronto con Di Maio che è più penoso che ridicolo. Mentre USA e Iran affiancano le armi alla diplomazia, da noi la diplomazia viene confusa con le foto opportunity per lotte di corrente. Resta comunque l’impressione che la diplomazia, nei modi in cui viene declinata, con la sua ossessiva attenzione a forme, rituali, pompa magna, ordine di arrivo e di colloquio, incroci fra persone, sia un qualcosa di assolutamente fuori dal tempo. Non è comunque un problema: come per mafia e terrorismo, anche le vicende libiche hanno un pilota automatico che prescinde dal governo in carica. Se così non fosse, non si capirebbe come mai, dopo 9 anni dall’attacco militare alla Libia provocato da una politica addirittura “traditora”, l’Italia sia ancora ampiamente in partita.

Ciò non toglie che comunque l’alzata di ingegno di Al Sarraj rappresenta probabilmente il canto del cigno del personaggio che, in pieno panico, sembra ormai giocare una partita solo personale che lo rende sleale ed inaffidabile e che potrebbe essere rapidamente sostituito da un altro soggetto meno spaventato e più propenso al dialogo. Le avvisaglie non mancano viste le voci di un possibile rapimento del leader di Tripoli direttamente in aeroporto. La sostituzione di Al Sarraj sarebbe a questo punto un fattore positivo per la valorizzazione del ruolo italiano.

Discussione

Un pensiero su “Bye bye Sarraj

  1. Per fare diplomazia occorrono:
    capcità, autorevolezza, determinazione, vedute a lungo termine… e argomenti di scambio.

    L’Italia al momento (un LUNGO momento) non ha nulla di tutto questo.
    È una nave senza capitano nè equipaggio, in balia dei venti (eventi), con a bordo due o tre pirati a svuotare la stiva.
    Possiamo al massimo sperare nei colpi di fortuna.

    "Mi piace"

    Pubblicato da Graziella | 11 gennaio 2020, 17:23

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