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Politica Italia

Avanti il proxy

Ancora sette giorni ed avremo il redde rationem del ciclo politico cominciato ad agosto con la crisi del governo giallo-verde il cui significato non è chiaro ed i cui retroscena sono ovviamente affidati agli storici. Nei giorni di scoramento e/o di entusiasmo a cavallo di ferragosto, avevo detto sin da subito che il test politico sarebbero state le elezioni umbre ed emiliane a cavallo di capodanno. In un regime tanto democratico ed antifascista da nutrire un sacro terrore del voto popolare, le regionali nelle tre regioni rosse (a maggio si vota anche da noi) erano sin da allora quanto di più simile al proxy statistico. Non potendo osservare direttamente il consenso popolare per il governo, possiamo farlo testando l’elettorato di quelle aree dove il consenso stesso dovrebbe essere più alto: se non lo fosse neanche lì, figuriamoci altrove.

Il voto emiliano è, per il PD, il voto dei voti. Il modello emiliano è quanto di più vicino possibile ad un sistema socialista realizzato con il suo connubio di enti pubblici, società pubbliche, cooperative, associazionismo e terzo settore, tutti ordinatamente schierati, intrecciati ed indirizzati. Ci mancava solo l'”alzamiento” dei vescovi regionali guidati dal bergoglianissimo Card. Zuppi per completare il quadro di un qualcosa molto vicino ad un totalitarismo in scala ridotta. Una sconfitta in loco potrebbe forse lasciare indenne il governo ma si scaricherebbe certamente sul “Partito” che difficilmente potrebbe rimanere in questa forma.

D’altro canto anche Salvini si gioca tutto. In passato gli avevo suggerito di lasciare perdere le regionali dove si spende tanto per far vincere governatori privi di carisma e carattere ma questa volta è differente. Una sconfitta in Emilia, che oltretutto sarebbe per lui la prima, vorrebbe dire che la sinistra ed il suo mondo di riferimento si dimostrano resilienti anche nel paese in cui sono maggiormente in crisi ed in cui la svolta a destra verso il sovranismo è più probabile.

Zingaretti e Matteo si giocano una partita determinante per i destini individuali e dei rispettivi partiti. Un pareggio (ad uno il presidente, all’altro la maggioranza in consiglio) sarebbe una doppia sconfitta. In mancanza di sondaggi (manco ci sono più quelli nascosti sotto forma di corse di cavalli) le sensazioni sono buone solo perché gli altri esprimono sensazioni negative: Conte ha già derubricato il tutto a sfida elettorale locale, evitando di ripetere l’errore umbro; Zingaretti dopo l’uscita della scorsa settimana (vinciamo e rifondiamo il partito) sembra latitare; anche le Sardine, ieri sera, nutrivano molti dubbi e si preparavano ad un dopo elezioni con la Bergonzoni governatrice; persino Bonaccini non brilla per presenzialismo.

Bonaccini vinse nel 2015 con il 50% dei voti sul 35% dei votanti e fu quella la prima avvisaglia di rifiuto del PD renziano virato al centro. A condizioni normali, forse, non sarebbe stato neanche ripresentato ma questi non sono tempi normali. Il PD si avvinghia a lui come un naufrago al bagnino inventandosi un pedigree di grande amministratore che trova solo parzialmente riscontro nella prova dei fatti anche se bisogna dare atto che sempre più i toscani dell’Appennino vanno a Faenza per visite ed esami. La sanità è il core business delle regioni e quella emiliana obiettivamente funziona bene. Questo dato potrebbe indurre un po’ di elettori a dare un doppio voto facendo così perdere la Bergonzoni: ci sta, ma sarebbe un errore drammatico quello di non farsi carico della realtà del voto che è nazionale e politico e non regionale ed amministrativo. Non votare la Bergonzoni significa rinviare sine die il voto politico e poi in cambio di cosa? A tutta evidenza la candidata leghista si avvia ad un percorso simile a quello del macellaio Guazzaloca a Bologna nel 2000: cinque anni e via, senza poter incidere davvero perché cinquanta anni di governo del “Partito” non si cancellano certo nominando dieci assessori nuovi e lasciando migliaia di funzionari e dirigenti nei posti critici. Non ci saranno riforme epocali, non ci sarà la sanità privata (che comunque in Veneto e Lombardia funziona bene uguale), sarà un’esperienza unica in attesa di tornare alla normalità di normali consultazioni politiche che non abbisognino di un proxy.

Ieri abbiamo avuto la grande manifestazione delle Sardine. Il raduno di Bologna sembra voler far dimenticare lo smacco di Bibbiano, cittadina in cui avrebbero voluto che nessuno parlasse. Salvini, personaggio non eccelso ma ampiamente misconosciuto che nelle ultime ore ha assunto su di sé il rischio grave di un processo all’italiana, chiuderà lì il suo tour elettorale e ben si capisce il disagio dei pesciolini nell’andare lì a fare il controcanto a favore di un sindaco che, alla meglio, non aveva capito nulla e di un’amministrazione che rapiva e torturava bambini per alimentare il mercato, ad un tempo ideologico ed economico, delle adozioni: ci provino e vediamo l’effetto che fa. I 40.000 di ieri sono un dato ambiguo perché molti venivano da fuori e non si capisce se erano lì per la politica o per la musica. Bonaccini ne sta lontano perché intuisce che Santori non ha sfondato e che questa polemica su Salvini alla fine politicizza il voto che lui vorrebbe solo amministrativo: strano destino di questa strana speranza piddina che il PD, a partire dalle tasse su plastica e auto aziendali, cerca di sabotare in tutti i modi, non sappiamo se consapevolmente o no.

Le Sardine sono la nuova forma di quell’estrema sinistra tradizionale che appare periodicamente sulla scena. Non portano nulla di più alla contesa elettorale locale se non nella misura in cui potranno fare da passerella per elettori M5S e di estrema sinistra che, sedotti dalla loro vocazione piazzaiola, potrebbero essere indotti al voto disgiunto a favore del candidato piddino. Fuori da questo contesto, sono i prodromi della rivoluzione arancione che aggredirà la Bergonzoni nel caso diventi governatrice e che poi si estenderà ad un eventuale Salvini premier. Hanno coperto il vuoto della sinistra sui social che è fisiologico: la sinistra controlla i luoghi dove le idee si formano ed i media dove vengono diffuse. Il web è il luogo della resistenza affollato da coloro che non hanno accesso ai canali verticali ed unidirezionali tradizionali. La presenza della sinistra sui canali alternativi non è efficace perché è l’audience che li frequenta che la rifiuta. Le Sardine hanno svolto più che altro una funzione di opposizione, fisica e digitale, a Salvini ma senza riempirla di contenuti e, quindi, senza riuscire ad aggregare testimonial importanti come, ad esempio, fecero i “Girotondi” con Nanni Moretti. Sono peraltro diversi anche gli avversari: l’odio verso Salvini è ideologico e non personale come quello contro Berlusconi e quindi non basta denigrare l’avversario per smuovere consenso politico.

Il web, inizialmente visto come grande omologatore su valori politicamente corretti, è via via divenuto il luogo delle opposizioni che, per i motivi detti sopra, impediscono alla sinistra di prevalere con mezzi normali. Da qui tutto il tentativo di regolamentarlo anche a livello europeo con i mezzi mediati della lotta alla fake news, della tutela della privacy e del diritto di autore e dell’azione privata dei gestori dei social. Non c’è il coraggio di attuare una forma espressamente autoritaria in stile cinese ma, evidentemente, questi mezzi indiretti non portano risultati significativi. Le Sardine esprimono concetti pericolosi sulla presenza internet (web descritto come “squadrismo digitale”, sovranisti che non hanno il diritto di essere ascoltati, DASPO per i social scorretti) che potrebbero essere il presupposto di norme vessatorie. Del resto le scelte più controverse (ambiente, immigrazione) sono state sempre basate (buona ultima la svolta green di Ursula) su una presunta “richiesta” proveniente dal popolo.

Le sardine hanno adottato un modus operandi simile a quello delle ONG laddove pretendono, sulla base di una presunta primazia morale, di sostituirsi alla politica nel definire la regolamentazione di talune aree di attività. I pescetti tendono a fare questo addirittura nel campo della politica stessa pretendendo di porre requisiti per la campagna elettorale e ponendo addirittura in dubbio la necessità di votare. Frutto di questa vicenda elettorale, le Sardine pongono problemi di esiziale rilevanza generale che potrebbero essere alla base di misure antidemocratiche ormai evidentemente necessarie per assicurare l’adesione del Paese a politiche europeiste e politicamente corrette. Si conferma quindi la drammatica rilevanza di questo voto. Come sempre, speriamo e preghiamo.

 

Discussione

2 pensieri su “Avanti il proxy

  1. Augurando la liberazione dell’Emilia, vorrei postare un link.
    L’articolo è piuttosto divertente, soprattutto perchè rispecchia una realtà, che in pochi conoscono.
    Direi che è anche di buon auspicio, visto che si chiama: “LEmilia cadrà”.

    https://keinpfusch.net/lemilia-cadra/

    "Mi piace"

    Pubblicato da Graziella | 20 gennaio 2020, 15:18

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