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M5S, Politica Italia

#gigistaisereno

download Non  sono passate che poche settimane da quanto Beppe Grillo aveva confermato la sua fiducia a Gigino Di Maio ingiungendo ai contestatori di “non rompere” i cosiddetti. Una sorta di “Gigistaisereno” che è invece diventato il bacio della morte del leader del M5S da oggi non più tale.

Il primo esito concreto dello scontro politico agostano sono le sue dimissioni. Del resto Di Maio, rinunciando alla presidenza del consiglio offerta in extremis da Salvini, aveva allora di fatto firmato le sue dimissioni in bianco visto che il vincitore di quella mano era stato, inequivocabilmente, Giuseppe Conte. Di Maio paga certo la rivalità ed il disallineamento con il PdC ma soprattutto le incertezze e ritrosie mostrate nel seguire la svolta a sinistra del partito rispetto alle quali le sue ambiguità, specie in materia di alleanze per le regionali, sono state tante.

Di Maio era il più presentabile (o, meglio, il meno peggio) della prima ondata entrata in parlamento nel 2013. Il solo fatto che sapesse fare discorsi con soggetto-verbo-complemento oggetto lo poneva una spanna più in alto di tutti. Quella generazione mediocre è stata protetta oltre misura dalla carica degli attivisti che nei due anni successivi hanno provato a farsi spazio ma è stata costretta a cedere il passo a quegli infiltrati – come Conte, la Raggi, la Appendino –  che furono sapientemente e per tempo accolti senza passare per i meet up, i banchetti, i Vaffa Day allo scopo di guidare il movimento, piano piano, là dove il blogger aveva altrettanto per tempo visto che doveva andare a finire: nelle braccia della sinistra e dell’euroconformismo, a sostegno di quelle posizioni politicamente corrette che due anni fa erano minoranza nel Paese e a ridare fiato elettorale ad un PD asfissiato dalla sua brama di potere e dal suo arroccamento nei palazzi. Adesso il tempo si è compiuto: il movimento non è più “né di destra, né di sinistra” ma è parte organica dello schieramento che sta piano piano recuperando i populisti di sinistra, il M5S come Podemos, e quindi ha bisogno di leader che siano organici a questo progetto e non di personaggi che incarnino sogni del passato: come ha detto il vate, “non siamo più quelli di 10 anni fa”. Di Maio ha incarnato la sinistra contro Salvini e il sovranismo “mild” contro il PD. Ora che è libero di muoversi sarà curioso vedere se per caso, con tutto il tempo necessario, non proverà a ricreare il connubio con Salvini avvicinandosi alla destra.

Sul personaggio Di Maio il blogger è stato ampiamente critico in tempi non sospetti (vedasi la sezione “M5S”) e quindi non aggiungerà altri commenti. È certo che la sua crisi stava cominciando a toccare livelli troppo “elevati” e che, dovendo scegliere, Casaleggio abbia ben deciso di darlo in pasto ai parlamentari ormai fuori controllo. Dal punto di vista politico, le conseguenze sono poco prevedibili: difficilmente aumenteranno i voti con Crimi, forse potrebbe accadere con Di Battista ma una sua leadership sarebbe antagonista al PD e poco compatibile con l’ossessione di governo che anima oggi i capi del movimento. L’obiettivo è rafforzare Conte, non indebolirlo. E d’altro canto l’accordo di agosto è stato la sigla di un patto diabolico: 3 anni e mezzo di poltrona assicurata a prezzo dell’estinzione alle elezioni del 2023. Il M5S (ed in parte il PD) è un partito kamikaze chiamato ad immolarsi contro le destre: nessuno, dentro e fuori, è interessato al futuro del movimento mentre tutti lo sono al suo attuale ed irripetibile pacchetto parlamentare, un grande “gruppo misto” privo di controllo politico, intriso di conflitti di interesse e derive ideologiche e prono a tutte le richieste.

È strano che uno si dimetta 96 ore prima di un’elezione forse epocale. È probabilmente una conferma dello scenario peggiore per il M5S (la Bergonzoni che vince con uno scarto inferiore alla percentuale pentastellata) e forse questo sacrificio serve a varie cose: alla peggio, a trovare un colpevole da dare in pasto al PD inferocito, alla meglio per cercare di indebolire il consenso alla lista 5 stelle cercando in extremis di drenare voti verso il PD. La legge elettorale emiliana è complessa ma se il candidato pentastellato non raggiungesse il 5% o la lista collegata non superasse il quorum del 3% non si avrebbero rappresentanti del movimento nel consiglio regionale. Le liste collegate al neogovernatore avrebbero comunque la maggioranza con un numero di seggi compreso fra 27 e 32 nel caso prendessero meno di 24 seggi al proporzionale. Alla fine se il movimento non entrasse in consiglio lascerebbe liberi i suoi seggi e ridimensionerebbe una eventuale maggioranza leghista: grasso che cola per un partito che parte da 29 seggi e che almeno 22 potrebbe conservarli per poi provare a tentare i responsabili forzisti.

Le elezioni emiliane hanno dissestato Roma prima ancora di svolgersi e magari l’olocausto di Giggino è un sacrificio ai “senior” per mantenere in piedi il governo e per compattarlo politicamente creando un fortilizio da cui cambiare, nei prossimi 36 mesi, l’Italia prima che la destra prevalga per almeno un decennio.

Le carriere politiche sono ormai rapide, i leader “usa e getta”. Dopo Monti, Letta, Renzi, Gentiloni tocca ora all’ex bibitaro. Il prossimo sarà uno fra Conte e Salvini: aspettiamo il 26.

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