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Coronavirus, Politica Italia

E poi?

Con i dati di ieri (3.089 contagiati) il rapporto fra infettati e abitanti è salito in Italia a 51,5 per milione. Come previsto nel post di ieri, abbiamo quasi raggiunto la Cina che (77.658 casi su 1,5 miliardi di abitanti) ha un indice di 51,8. Visto che la Cina è in fase di remissione e noi abbiamo, alla meglio, altri 3-4 giorni di peggioramento, le passeremo sicuramente avanti.

La chiusura delle scuole concede al blogger qualche ora in più da dedicare alla scrittura ma è l’indicatore più evidente del caos in cui versa il governo. Ricordiamo che il 23 febbraio le scuole furono chiuse per decisione non del governo ma delle regioni e che la settimana dopo lo scontro al calor bianco fra Conte e Fontana era legato alla sensazione che il premier volesse riaprirle. Addirittura il governo, via TAR, ha fatto riaprire le scuole marchigiane lunedì per poi decidere di chiuderle, insieme alle altre, mercoledì: poche idee ma confuse. Del resto il fatto che siano contagiati o isolati un ministro, un governatore, assessori, giudici, financo personale sanitario, la dice lunga sull’impreparazione e sul pressappochismo con cui si è affrontata questa vicenda. Ed il Papa continua a smoccicare…..

La decisione può essere giusta o sbagliata a seconda dell’analisi che ci sta dietro. Soprattutto bisognerebbe avere dati di morbilità splittati per classi di età, unica informazione che viene tenuta riservata. Se è vero, come si è detto ieri, che le scuole sono classicamente il più grande serbatoio di microbi e diffusione dei contagi, allora la chiusura andava disposta subito ma questo avrebbe distrutto la “rassicurante” narrazione secondo cui la malattia era pericolosa solo per anziani con altre patologie, ceto che di solito non affolla le aule. Gli avanti e andrè sulle aule sono indice della variazione narrativa che convulsamente il governo ha cercato di imporre nei giorni. Si è passati dalla sottovalutazione di inizio febbraio alla voglia di rassicurare del primo decreto, alla drammatizzazione dei giorni successivi ed all’incertezza di adesso, consapevoli che qualsiasi cosa si faccia si sbaglia.

Perché è vero che il sentiero è stretto, irto di vincoli politici, operativi, giuridici ed economici, ma è anche vero che le scelte iniziali sono state fortemente condizionate dal pregiudizio immigrazionista che vedeva come fumo negli occhi qualsiasi tentativo di mettere limiti alla libertà di arrivo in Italia. I controlli medici sui ritornanti dalla Cina (che paradossalmente, per essere efficaci, dovevano essere indiscriminati e rivolti a italiani, europei e cinesi in egual modo e quindi, per definizione, antirazzisti), oltretutto in un clima irenico in cui c’era chi parlava di malattia meno grave dell’influenza, hanno subito fatto pensare a pregiudizi contro gli stranieri e a corrispondenti limiti di sbarco imposti alle ONG (e un giorno, quando non ci sarò più, qualche storico spiegherà il senso di questa mania) con la sicurezza sanitaria che avrebbe potuto rappresentare il grimaldello che Salvini non era riuscito a trovare per bloccare il via vai dalla Libia. Per non creare precedenti, ci si è rifiutati di fare quel che era logico e razionale favorendo, invece, la diffusione del morbo con l’ironica conseguenza che adesso gli africani, avvertiti del pericolo che li aspetta, preferiscono stare nei lager libici dove li stuprano/torturano/affamano piuttosto che imbarcarsi per il Belpaese.

Certo che anche gli scienziati non hanno dato una mano. La diversità di opinioni rifletteva ego di primedonne, interessi personali, rancori. Ad oggi non è chiaro pressochè nulla di questo virus e la mancanza di informazioni reali ha certamente lasciato spazi liberi alla politica per improvvisare.

Il tentativo di Conte di replicare il modello cinese (il virus in una sola provincia) cade adesso nel ridicolo perché Lodi, individuata come colpevole al pari dell’Hubei in Cina, ha solo 229.000 abitanti contro i 58,5 milioni della consorella cinese ed è ridicolo pensare che tutti i malati, di riffa o di raffa, abbiano avuto a che fare con Codogno e Casalpusterlengo anche perché, se Dio vuole, Milano ed il suo hinterland, che distano 26 minuti da Lodi, non sono paradossalmente molto interessati dall’infezione. L’ignoranza della nostra classe dirigente, tutta meridionale, l’ha indotta a pensare che una provincia così piccola poteva essere il capro espiatorio perfetto e non, invece, un tassello del sistema padano che ora collassa.

Ipotizzando che, a livello sanitario, bene o male se ne uscirà, i danni economici saranno enormi per il blocco del commercio internazionale e per l’immagine di precarietà che il sistema produttivo italiano ha acquisito e che lo renderà inaffidabile, per gli stranieri, al pari di quello cinese. La riorganizzazione delle supply chain, tanto invocata negli anni passati, avverrà ma a nostro danno.

I problemi di finanza pubblica saranno enormi. Per affrontarli occorre un cambio di paradigma di cui il governo di unità nazionale è solo un tassello. Occorre un franco chiarimento a livello politico su quello che il Paese è e deve diventare. È evidente che la strategia di diventare una provincia degli Stati Uniti d’Europa è fallimentare perché l’UE non è diventata uno stato, perché gli altri stati adottano politiche di fatto sovraniste, competitive ed aggressive e perché, accettando questa logica imperiale, niente garantisce che una provincia venga trattata bene, basti vedere cosa è successo nell’Hubei. Questa sensazione è chiara addirittura in Grecia che negli ultimi mesi ha snobbato “+Europa” e si è messa a brigare con Israele e Haftar contro la Turchia e, col plauso anche di Ursula, a sparare ai migranti ormai qualificati correttamente come invasori.

Lontani dagli ideologismi che vedono, fuori dalla UE, solo razzismo e guerra, occorre fare un chiaro ragionamento su quali sono gli interessi italiani, sul modo di perseguirli e sulle persone che possono svolgere questo compito.

In altri post (qui, qui) ho, ante litteram, ipotizzato un percorso di normalizzazione della Lega e di Salvini che potesse sfociare in un rapporto con il mondo conservatore europeo (PPE o Conservatori) e nel connubio con poteri forti “ragionevoli” e con i loro esponenti fra i quali ho individuato Mario Draghi. Si tratta di ipotesi rischiose o addirittura peregrine ma valide come altre in mancanza di alternative. Detto ciò, un governo di unità nazionale con la Lega andrebbe in questa direzione? Sì, ma ad alcune condizioni.

Entrare oggi in un governo siffatto sarebbe a mio avviso esiziale, per il Paese prima che per la Lega, perché avverrebbe a condizioni date, con una composizione parlamentare che, oltre che viziata dalla presenza di 330 parlamentari di un partito ormai dissolto, non rispecchia il Paese e penalizza la destra (37,5% dei seggi contro una potenziale maggioranza assoluta); con un PdR ormai perso dietro un anacronistico mandato assegnatogli da chissà chi (promuovere cinesi, ebrei, Rom, chiunque non sia di origine italiana) e che si è impegnato attivamente in politica (maggio 2018, agosto 2019) in senso ostile alla destra e, per estensione, al popolo; con un sistema burocratico (vedi Gabrielli) e giudiziario che è al limite dell’eversione. Entrare oggi in un governo del “volemose bene” vorrebbe dire condividere responsabilità e prassi di questa classe dirigente, portare consenso a politiche che per forza di cose sono opposte a quelle salviniane (qualcuno pensa davvero che un governo di unità nazionale, oggi, rigetterebbe il MES o lancerebbe arpioni contro le ONG?), uniformarsi ed indebolirsi. Potrebbe riportare qualche poltrona a Giorgetti e compagnia, attenuare l’aggressione giudiziaria contro il Capitano, in generale togliere di mezzo un governo ed un premier incapaci e supponenti. Ma poi? Sarebbe una normalizzazione al ribasso analoga a quella pentastellata.

Il patto nazionale, di valore costituente e rifondativo, dovrebbe essere molto più ampio e prevedere: dimissioni di Mattarella, accordo di unità nazionale per eleggere Draghi al primo scrutinio, scioglimento delle camere, elezioni con sistema proporzionale, a quel punto anche governo di unità nazionale basato però su una rappresentazione realistica del consenso politico che auspicabilmente premi le destre. Da lì riforma costituzionale con soppressione del titolo V (la contrapposizione stato/regioni è deleteria e gli eventi di queste settimane confermano che non esistono centinaia di ottimi amministratori in Italia, piuttosto chi vuole contribuire si metta in gioco, prenda l’Eurostar® e scenda a Roma), riforma della magistratura, rinegoziazione con l’UE dei parametri economici e del sostegno al nostro debito pubblico verso impegno di permanenza nell’Euro e di graduale risanamento.

Nel 1914 nessuno pensava che l’Impero Austro-Ungarico sarebbe caduto così come nessuno pensava, nell’88, alla fine del comunismo e alla dissoluzione dell’URSS. Gli eventi epocali sono improvvisi e questa inaspettata crisi sanitaria, con le sue conseguenze industriali, economiche e sociali, foriera di gravissime conseguenze, potrebbe e dovrebbe mettere fine ad un trentennio di follie (ideologiche, economiche, politiche, giudiziarie) che ha dissipato quel che di buono era stato fatto dal dopoguerra.

E tutto questo a partire da un dato di fatto: il popolo italiano, ed in questo concetto metto anche coloro che non sono nati qui e magari non hanno neanche la nostra cittadinanza, quello fatto di gente comune spesso accusata di non capire e condividere gli astrusi sofismi di intello, politici, burocrati e magistrati, sta dando prova di una serena serietà e di un’autodisciplina che spesso non viene riconosciuta a livello di comunicazione. Praticamente nessuno è sfuggito ai propri doveri e praticamente nessuno si è ribellato o ha contestato i limiti imposti. La criticità della situazione è certamente avvertita ma, con lei, anche la percezione che il sistema, fatto di volta in volta da noi che interpretiamo ogni giorno ruoli diversi, esiste e funziona, protegge e rassicura. È un popolo probabilmente migliore, in questi momenti, dei suoi vertici. Non sarebbe sbagliato, una volta ogni 30 anni, chiedergli dove vuole realmente andare.

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