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Economia e società, Politicamente scorretto

Be S.M.A.R.T.

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GIORNO  TOTALE ISOL. DOM. RICOVERATI TER. INT. GUARITI MORTI
24/02/2020           229 101 94 27 1 6
25/02/2020           322 162 114 35 1 10
26/02/2020           374 209 116 36 1 12
27/02/2020           650 284 248 56 45 17
28/02/2020           888 412 345 64 46 21
29/02/2020       1.128 543 401 105 50 29
01/03/2020       1.694 798 639 140 83 34
02/03/2020       2.036 927 742 166 149 52
03/03/2020       2.502 1000 1034 229 160 79
04/03/2020       3.089 1065 1346 295 276 107
05/03/2020       3.858 1155 1790 351 414 148
06/03/2020       4.636 1060 2394 462 523 197
07/03/2020       5.883 1843 2651 567 589 233
08/03/2020       7.375 2180 3557 650 622 366

Gli infettati sono saliti ad oltre 7.000, 32 volte di più di quelli che c’erano il 24 febbraio, primo giorno dopo le misure prese da governo e regioni nel week end precedente. Dato che il periodo di incubazione è di 14 giorni, possiamo dire che la prima tornata di misure (quella del 22/23 febbraio) è stata fallimentare: il contagio è largamente aumentato e pone rischi evidenti per il futuro. Di questo passo (un raddoppio in 3-4 giorni), fra 14 giorni (tempo di incubazione) potremo avere fra 56.000 e 112.000 infettati con un fabbisogno di posti in terapia intensiva compreso fra 5.000 e 11.000. E francamente queste nuove misure incideranno poco perchè coloro che sono già infettati si ammaleranno ugualmente entro l’equinozio di primavera. La metodologia delle “zone rosse” limitata ad alcuni comuni di Lodi e Padova (60.000 abitanti, 0,1% della popolazione italiana) voleva ricalcare l’analoga esperienza di Wuhan ma su scala estremamente ridotta così da essere inefficace e non credibile: per alcuni giorni siamo andati avanti con la vulgata dei contagi dovuti ai convegni ed alle conferenze fatte a Codogno ma evidentemente si trattava solo di un puerile escamotage per mettere il cappello, con poco impegno e rischio, su una prevista (o sperata) remissione spontanea dell’epidemia che invece non si è verificata. Neanche si capisce la chiusura delle scuole visto che nelle scuole non ci sono persone di età superiore a 69 anni (soglia oltre la quale il rischio aumenta di molto) e che la prevalenza della malattia nelle fasce di età inferiori a 18 anni è infinitesimale e i bambini corrono quindi più rischi a stare con i nonni che invece sono maggiormente esposti alla malattia. Del resto l’esplosione della malattia a scuole lombardo-venete chiuse conferma la scarsa efficacia della misura.

Dalla mattina di sabato le TV a reti unificate hanno cominciato a fracassarci i maroni con il fatto che gli italiani non rispettano le norme igieniche, premessa fondamentale per passare ad un ulteriore giro di vite concretizzatosi con il DPCM della notte successiva. Alcune di queste norme sono di fatto inapplicabili, specie quella di mantenere sempre un metro di distanza (non vedo come lo si possa fare in bus, metro, treno, aereo, auto, ma spesso anche in ufficio e, in futuro, a scuola) ma creare un senso di colpa nei sottoposti è sempre un metodo efficace per governare. Evidenzio en passant che in questo modo il ruolo di untore, denegatissimo per cinesi e migranti, viene impresso a lettere di fuoco su tutti gli italiani, in particolare su quelli del nord ed ancor più sui giovani (ancorchè dalle statistiche non risulti un’epidemia fra di loro) e che si rovescia per l’ennesima volta la narrazione: se qualche giorno fa il problema era limitato perché in fondo morivano solo vecchi malati, adesso per salvare i preziosissimi nonnini si impongono norme draconiane a tutti gli altri. Le norme draconiane sono imposte dalle carenze di posti di rianimazione ma, a parte che questa è stata una scelta deliberata portata avanti da tutti i governi da Monti in poi, se questo era il problema non si poteva agire prima, sin da febbraio, aumentando la dotazione, spostando risorse da sud a nord, chiedendo aiuto ad una UE latitante come non mai? Ideologia, confusione, ignoranza dei rudimenti di statistica sanitaria, inefficacia elette a sistema di governo e coperta da una pochette.

Le misure che sono imposte sono giustificate con un diritto alla salute che prevale su tutto. Si tratta di una visione giuridica della realtà che trova conferma nella Costituzione, che effettivamente antepone il diritto alla vita ed alla salute su ogni altro, ma che deve trovare invece una lettura critica una volta che la si cali in un quadro sistemico. Il diritto alla salute può giustificare interventi che distruggano l’economia o che pregiudichino elementi essenziali dell’ordine sociale come l’amministrazione della giustizia che, insieme alla scuola, pare essere stata sospesa sine die? È evidente che una giusta contemperazione non dei diversi diritti ma dei diversi elementi sistemici è compito della politica e quindi non del tutto rassicurante appare il rinvio al giudizio di “organi scientifici” che ovviamente hanno una visione settoriale (e direi neanche del tutto chiara e condivisa) del problema e propongono soluzioni che sono per forza di cose squilibrate.

Il DPCM 6/2020 prevede limiti allo spostamento che esentano in gran parte quelli dovuti a motivi di lavoro: è chiaro nel testo e lo è ancora di più alla luce delle circolari esplicative che rinviano addirittura a forme di autocertificazione verbale (ergo spieghi cortesemente al carabiniere che ti ha fermato dove stai andando). Evidentemente il solipsismo pseudo umanistico di Conte è stato mitigato dai colloqui successivi con ministri e governatori che devono avergli fatto presente che se si impedisce alla gente di andare in fabbrica o in ufficio (lo smart working funziona purtroppo poco bene nel caso dei torni e delle presse) il sistema, per l’appunto, salta per aria. Alla fine si tratta di imporre un grande coprifuoco dalle 18 in poi che riguarda tutte le attività di svago, culturali e religiose ritenute evidentemente “sovrastruttura”. Va da sé che questo provvedimento riflette una visione arcaica ed elementare dell’economia che distingue fra lavoro e svago e vede lo svago solo come voluttuario e improduttivo, una sorta di versione 4.0 della spesa dissoluta dei nobili dell’ancien regime: vaglielo a spiegare il valore economico di una movida milanese che si voleva caratterizzasse strutturalmente la città. In effetti Milano, con 124 infetti per milione, è in linea con la media italiana e non sembrava essere particolarmente sotto pressione. Con questo provvedimento viene però tirata dentro una zona arancione da cui paradossalmente, con le prime misure, la si voleva proteggere e si sfata il tentativo di Sala di imporre la narrazione #milanononsiferma che la voleva differenziare dal resto della Lombardia.

I giuristi grillini hanno una visione dell’economia come mera sovrastruttura ed oltretutto pure arcaica: se si applica strettamente la morsa sugli spostamenti casa lavoro, quali effetti si avranno su una città che ha abbandonato da decenni il paradigma casa-bottega e si muove lungo i crinali liquidi del terziario, delle libere professioni, in gran parte neanche ordinistiche, dell’autoimprenditoralità, della Jeeg economy? Tutti fenomeni che impongono dinamismo e flessibilità e che spesso prescindono dalla rassicurante (per i poliziotti) presenza di un ufficio e di una scrivania. E visto che i milanesi in trasferta li incontri ovunque, porre limiti alla mobilità non avrà riflessi diretti e indiretti anche su altre zone? Ma certo sono dubbi che non possono cogliere chi non ha mai preso l’Eurostar delle 6.00 e vede la libera impresa solo come predazione.

Dal punto di vista sanitario c’è da dire che questo “draconiano” provvedimento costruisce i muri tanto negletti ai buonisti ma non si accompagna, stranamente, a restrizioni all’ingresso e alla circolazione o a misure di quarantena per chi proviene dall’estero per cui può darsi che l’epidemia continui su basi alloctone stranamente ignorate. Schengen continua ad operare mentre il caos istituzionale italiano crea le condizioni per secessioni di fatto autogestite da governatori che impediscono il ritorno a casa ai loro stessi corregionali in fuga dalla malattia. Le decisioni di De Luca, Emiliano, Santelli impongono una torsione illiberale del sistema che viene oltretutto affidata ad organi nati con finalità fondamentalmente amministrative e trasformatisi, soltanto dopo e oltretutto in malo modo, in pseudostaterelli di impronta plebiscitaria. In generale una linea rossa viene attraversata: si è trovato il grimaldello per trasformare un pedone in un presunto colpevole, l’emergenza passerà ma il precedente resterà. Si è pure capito  che le regioni possono opporsi o, addirittura, sostituirsi allo Stato e anche questo precedente resterà negli annali quando andranno al potere governi non graditi.

Non è detto che queste misure saranno efficaci visto che il lasciapassare del “lavoro” consente una miriade di contatti che in Cina, per dire, sono stati vietati. A livello pratico, se non blocchi aeroporti, treni e autostrade, il provvedimento rischia di rimanere una grida manzoniana o, al limite, l’ennesimo cappello posto su un colpo di culo una remissione spontanea dell’epidemia, magari aiutata da un po’ di bella stagione. Lo sapremo fra altri 14 giorni, per adesso un po’ di preghiera non fa male anche se i sacerdoti, a partire dal Primo, si estraneano dalla lotta, con la rima che segue.

Come sempre manca una visione S.M.A.R.T. degli obiettivi. Le lettere più importanti dell’acronimo adesso sono “R” di Realistic e “T” di Time-related. Perché è evidente che un coprifuoco che distrugge l’economia e impatta su valori istituzionali e democratici tanto tempo non può durare. Ed è altrettanto evidente, ormai, che questa epidemia continuerà nel tempo (uno “sciame, si dice) e si integrerà probabilmente nel sistema di malattie infettive ordinarie del nostro mondo. Quindi è importante essere realisti e stabilire un livello di contagi raggiunto il quale dichiarare la vittoria e cessare le ostilità. Questo è compito della politica, non della scienza, per cui dire, come faceva ieri il sottosegretario Sileri, che anche 100 contagi devono essere ritenuti pericolosi vuol dire impegnare il Paese nell’ennesima battaglia (“Eradicare il virus!”) universalistica e millenaristica e come tale votata alla sconfitta. Obiettivo realistico è ridimensionare l’epidemia e farla dimenticare: si muore di tante cose, compresa l’influenza, si potrà morire un po’ anche di coronavirus mentre si aspetta il vaccino e l’economia si rimette in moto.

Le misure proposte oltretutto sono forti ma non a livello cinese, il che è logico se si pensa che Wuhan ha lo 0,8% della popolazione cinese e invece la sola Milano il 5,3% di quella italiana e che i 60 milioni dell’Hubei rappresentano il 4,3% della popolazione cinese mentre i 16 milioni della zona arancione sono il 26,5% di quella italiana. E vista la dimensione demografica ed economica delle aree coinvolte, è anche difficile prevedere in futuro un reale rafforzamento delle misure: o la va, o la spacca.

Conte cerca (anche se non trova) i pieni poteri che aveva negato a Salvini, lasciando perdere il fatto che Salvini li cercava per via democratica ed elettorale e che Conte è invece un signor nessuno che pretende fiducia venendo da una serie di fallimenti. Ricordiamoci che fino a metà febbraio la richiesta di quarantene era considerata sinonimo di razzismo e che a fine febbraio il clima era rilassato, tanto rilassato che Zingaretti si è infettato mentre faceva il ganzo passando da un aperitivo ad una cena per “sdrammatizzare” e sostenere il #milanononsiferma di Sala (a proposito: un controllino?). L’inefficacia delle misure passate è tale che abbiamo contagiati un ministro, tre governatori, svariati assessori regionali, magistrati e prefetti. Nardella si è fatto tamponare per scrupolo avendo incontrato Zingaretti e mi permetto di chiedere cosa dovevano dirsi di tanto importante, in un momento in cui si vieta ai cittadini financo di andare a trovare la mamma salvo che sia moribonda, che non potessero dirsi per telefono o per Skipe®. Segno di una politica falsa, vuota, presuntuosa, irresponsabile, chiacchierona, che non ha neanche consapevolezza del suo ruolo: perché auguro il meglio a Zingaretti ma se il Lazio venisse investito dall’epidemia che lui stesso, fra l’altro, contribuisce a diffondere e lui fosse in terapia intensiva, chi prenderebbe le decisioni del caso? Il capo comanda e per questo deve essere difeso fino all’ultimo ma nessuno, evidentemente, si ritiene un capo. Spero che questa crisi ci riporti ad un tempo in cui la Politica con la P maiuscola decide e non ciancia, si esprime ieraticamente nei  luoghi solitari e sacri del potere e non in modo “friendly” sui social o “in mezzo a voi!” alle apericene.

Questa crisi attraversa la linea rossa dell’autoritarismo e fa strame del solidarismo: il messaggio è che ci si salva da soli, senza gli altri e contro gli altri, tenuti prudenzialmente a 1,82 (chissà mai perché questa misura, l’avranno decisa in qualche ufficio di Bruxelles) metri di distanza. Ci si salva mettendo una regione contro l’altra e alzando muri. Ci si salva sperando che a crepare siano solo vecchini “inutili”.

Istituzionalmente il regionalismo costituzionale è finito per la dimensione inadeguata, l’insufficienza istituzionale, l’inefficacia decisionale, l’incapacità comunicativa, la carica divisiva anche fra regioni politicamente affini (Basilicata e Calabria sono del centro destra), addirittura la portata eversiva che esprime. Politicamente il nord è stato occupato e “murato” da un governo che realizza il sogno meridionalista dell’invasione al contrario, dei Borboni che scacciano i Savoia, dei pazzarielli napoletani che vanno al potere. Si fa presto a prendere decisioni drastiche in terre nemiche, vedremo se si farà lo stesso quando il contagio scenderà sotto al Tevere in terre che hanno dissipato da sempre i fondi sanitari privilegiando lazzi e frizzi e riversando i loro malati sugli ospedali del nord, in nome di un’unità nazionale e di una solidarietà che ora sono i primi a negare. L’Europa ha ignorato semplicemente la questione: non una parola di conforto e vicinanza, solo due spiccioli di debito da recuperare a partire dal 16 marzo quando il MES entrerà in vigore.

Politicamente qualcuno (Blondet) pensa che la crisi asservirà il nord a Roma e distruggerà le basi economiche e sociali dell’autonomia e del sovranismo. A mio avviso il risultato sarà un soprassalto di indipendentismo con la Lega Nord che riprenderà campo, a questo punto forse anche a Milano, a scapito del partito nazionalista di Salvini. Che non a caso tace.

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