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Cincinnato

download (10) Mario Draghi scrive sul Financial Times quello che è giusto e che tutti volevano sentirsi dire: la “guerra” contro il coronavirus si vince con il debito, tanto, subito, a lungo termine, emesso come se non ci fosse un domani ma per assicurarci un domani. È uno statement chiarissimo ed esplicito (parti in corsivo riprese da Huffington Post): dobbiamo adottare queste misure contenitive ma i danni saranno enormi e “La sfida che affrontiamo è come agire con sufficiente forza e velocità per evitare che la recessione si trasformi in una depressione prolungata, resa più profonda da una pletora di valori predefiniti che lasciano danni irreversibili.” “Una profonda recessione è inevitabile”, ammette. La questione chiave non è se ma come lo Stato possa utilizzare in maniera efficace il suo bilancio. La priorità”, aggiunge, “non deve essere soltanto fornire un reddito base a coloro che hanno perso il proprio lavoro. Innanzitutto dobbiamo evitare che le persone perdano il proprio lavoro. Se non lo faremo usciremo da questa crisi con un tasso e una capacità produttiva permanentemente più bassi”. Per proteggerli, incalza “serve un immediata iniezione di liquidità”, che è “essenziale per le aziende per coprire le spese operative durante la crisi, si tratti di grandi, piccole o medie imprese o lavoratori autonomi”. Allo Stato spetterà farsi carico delle difficoltà dei privati: “La perdita di reddito del settore privato – e ogni debito assunto per riempirla – deve essere assorbita, totalmente o in parte, dai bilanci pubblici. Debiti pubblici più alti diventeranno una caratteristica delle nostre economie e saranno accompagnati dalla cancellazione del debito privato”. “Il corretto ruolo dello Stato è utilizzare il proprio bilancio per proteggere cittadini ed economia contro gli shock di cui il settore privato non è responsabile e che non può assorbire”. Senza dubbio “I livelli del debito pubblico saranno aumentati. Ma l’alternativa – una distruzione permanente della capacità produttiva e quindi della base fiscale – sarebbe molto più dannosa per l’economia e infine per il credito pubblico. Dobbiamo anche ricordare che, visti i livelli attuali e probabili futuri dei tassi di interesse, un tale aumento del debito pubblico non aumenterà i suoi costi di servizio.” Draghi sottolinea che “gli Stati hanno già fatto così” in occasione di altre emergenze. Le guerre, ad esempio, osserva l’ex governatore della Banca d’Italia, “sono state finanziate da un aumento del debito pubblico”.

L’ex Governatore non si nasconde più dietro ai tecnicismi ipocriti delle “misure volte ad agevolare la trasmissione degli stimoli monetari in vista di obiettivi di inflazione vicina ma sotto al 2%”. No, il discorso è diverso, chiaro ed esplicito. È un “Whatever it takes” fiscale e non più monetario che esonda dalla finanza ed entra nella politica e nella vita. È un discorso politico radicale che rigetta i paradigmi dei trattati e degli accordi. La discesa in campo di Draghi è un monito lanciato all’Europa ma soprattutto un’ancora di salvataggio per l’Italia: d’ora in avanti non ci saranno più motivazioni tecniche o “scientifiche” che potranno essere opposte a scelte di indebitamento straordinario. A partire da oggi, dall’ennesima riunione di un qualche comitato europeo che vorrà imporci il destino greco. Se Conte e Gualtieri “tornassero” con un accordo sul MES che prevedesse “condizionalità” sarebbero ormai passibili di alto tradimento.

Draghi privato cittadino può dire cose diverse da quelle impostegli dalla sua precedente funzione di Governatore BCE: è il destino di tutti i capi che solo dopo l’abbandono possono mandare al macero le necessità di consenso, relazione e compromesso e dire quello che veramente pensano. E magari, onestamente, dire cose diverse da quelle che dissero e fecero nel 1992 e nel 2011. Anche perché forse non si è più le stesse persone del 1992 (un giovane in carriera bisognoso di visibilità, legittimazione e cooptazione) e del 2011 (un banchiere all’apice della carriera ma pur sempre scelto da altri). A partire dal 2012 Draghi ha sconfessato la lettera a Berlusconi dell’estate precedente e ha svolto un ruolo protettivo verso l’Italia la cui importanza si vede solo oggi che quello scudo non c’è più. A 72 anni, risolti i bisogni minori, si ascende forse all’ultimo livello di Maslow, all’autorealizzazione, alla voglia di fare qualcosa per sé ma anche per gli altri, per la tenuta in Umbria ma anche per la storia, per quell’ambizione di ricordo e di piazze e scuole a sé intitolate che altri non hanno sentito. Fa un discorso di economia che è soprattutto un discorso politico, un discorso di responsabilità verso popoli e individui che rovescia il paradigma euristico dello stato che combatte i suoi cittadini, che denuncia l’ideologia contenuta in un obsoleto sistema di parametri che, parafrasando Kennedy, misurano tutto eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta e sono ormai solo uno strumento di guerra asimmetrica all’interno dell’Unione. Con lui l’economia, il lavoro, il “Dopo” irrompono impetuosamente in un dibattito che indulge solo su terrorismo, catastrofismo, numeri incerti, produzione normativa a getto continuo, miopia politica e miseria morale e riporta a razionalità qualsiasi discussione che non potrà più prescindere dall’apertura di orizzonte che questa intervista provoca.

Fortemente proposto, ai tempi, dagli americani, di cultura economica anglosassone, Mario evapora in un attimo l’androgina che ha preso la sua scrivania ma non il suo posto. Siccome avviato al buen ritiro di Umbertide, la sua uscita non è certo casuale e quindi non si fermerà qui. L’intervista sul Financial, bibbia della business community anglosassone, è il primo atto di guerra all’UE dopo la Brexit e va ad impattare sull’anello debole e su un governo disgustoso che mira ad una svolta autoritaria basata su presupposti puerili. Se Dio Onnipotente ci manderà 20 giorni di caldo, questo virus passerà, come tutte le influenze, e rimarranno macerie da ricostruire ma non con questo governo e con questi partiti. L’intervista di Draghi prefigura il futuro di un nuovo governo premessa di un’ascesa al soglio quirinalizio. La scelta di Draghi può avere anche un senso politico di posizionamento e riposizionamento dei partiti ma questo, oggi, è l’ultimo dei problemi. La classe politica attuale – tutta – è vergognosa, legata com’è a infime scelte di poltrone – che stiano a Roma o a Milano è indifferente – e, lo dico con la morte nel cuore ma penso che ormai sia evidentemente vero, votare non risolverebbe niente perché la scelta sarebbe fra cattivi e pessimi. Se tutto nella vita ha un senso, allora questo ridicolo parlamento autistico, fatto di ometti impauriti e mascherati barricati dietro l’ambizione mediocre di uno stipendio e di una pensione, potrebbe trovare il senso di sé che tutto riscatta nella chiamata di Draghi e di un governo di emergenza. Perché in momenti di emergenza occorre un Cincinnato e stamani Cincinnato ha bussato alla porta.

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Aggiornamento 26/03/20, ore 14.02: è bastata l’intervista per gettare nel panico la politichetta italiana. Di fronte alla dimensione, alle modalità ed al significato delle misure emerse dalle parole di Draghi le provvidenze stanziate dal governo appaiono bruscolini. Conte ha rilanciato al Senato parlando di “ben più di 25 miliardi” ma sono parole al vento (del resto come tutte quelle che ha detto in questo mese) e brancola nel buio ancor più che di fronte all’emergenza sanitaria perchè non sa dove prendere i soldi e nessun accordo nel Consiglio Europeo dei Capi di Stato e di Governo sarà più un buon accordo. Probabilmente “poche” condizionalità ottenute dopo la solita nottata di trattative sarebbero state presentate come un enorme successo ma oggi tutto questo è il “Passato”, riti arcaici che si scoprono all’improvviso grotteschi, obsoleti e non più credibili: nessuna condizionalità è più accettabile e del resto il 17/18% (quota MES italiana) di 410 miliardi ormai sono peanuts. Il PIL italiano scenderà da 1.760 a 1.585 miliardi di Euro (-12%, stima Goldman&Sachs) con un calo delle entrate di 105 mld che si aggiungerà al deficit già previsto di 35 a cui vanno aggiunti i 50 miliardi già stanziati o previsti (totale 190).  Il deficit/PIL salirà quindi al 10,4%, senza contare ulteriori interventi che si renderanno necessari, ed il debito/Pil salirà dal 136% al 167%: mica vi stupirete che qualcuno si sia posto il problema di tirare via le “riserve” (della Repubblica) e di sostituirle con un fuoriclasse?

L’intervista, dirompente ed attentamente studiata nella tempistica, getta sabbia negli ingranaggi europei alla vigilia dell’ennesimo vertice “decisivo” e dissolve la politica italiana che avrà un prima ed un dopo. Conte, avvocaticchio già dimostratosi neanche capace di leggere la Costituzione, non è assolutamente credibile quando parla di economia e lo sarà ancora di meno con Draghi alle spalle che già gli ha fatto il controcanto. La tentazione di un governo del Presidente (del nuovo Presidente, intendo) dilaga già ora, figuriamoci domattina, appena scopertisi abbandonati dalla solita UE dei decimali. Se Iddio Onnipotente ci manderà una calda primavera scacciando il virus, il premier venuto dal nulla potrà almeno vantarsi di avere “salvato” vite umane, poi comincerà il “Dopo”. E lui non ci sarà.

 

Discussione

3 pensieri su “Cincinnato

  1. Sono d’accordo, il destino ci tende una mano, ci da una possibilità, l’ultima, a noi, cinici e bari. Ma gli avvoltoi che hanno prosperato sulle nostre carcasse e che controllano tutto, riusciranno ad avere un soprassalto di umanità? Capiranno che solo allentando la presa si può sperare nella rinascita come avvenne settant’anni fa? Vorranno scegliere l’impegno della libertà o la morbida, lussuosa comodità delle catene leccando le mani dei nuovi padroni in cambio di un piatto di minestra? Spero di sorprendermi.

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    Pubblicato da Ned | 26 marzo 2020, 9:45

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