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L’ometto del destino

download (11)Quando ieri sera, dopo cena, sono cominciate a circolare le consuete indiscrezioni soffiate sui disaccordi in seno al Consiglio Europeo e sulla ferma posizione di Conte (“Dateci una risposta in dieci giorni o l’Italia farà da sé”) già si cominciava a percepire la sola. Conte, inopinatamente consigliato da un frocio antipatico che dopo il GF1 era sparito dai radar per poi riapparire come politico in carriera (e già questo è un segno evidente del degrado etico e culturale del Paese), gioca ormai quotidianamente questa carta comunicativa che lo vede rappresentato come un personaggio epico e tragico insieme, come un Ercole impegnato nelle sue sette fatiche quotidiane, come un David che lotta istante per istante non con uno ma con diversi Golia (di volta in volta incarnati da Salvini, dall’UE, dalla natura stessa), come un profeta che indica agli italici gli orizzonti di un “nuovo umanesimo” e di “nuovi stili di vita”, come un ircocervo culturale politamente corretto che mescola progressismo piddino, pauperismo (per gli altri) pentastellato e cattolicesimo straccione bergogliano, come un “uomo solo al comando” che assume su di sé il peso delle decisioni spesso assunte nel tardo dopocena.

I suoi riferimenti politici sono Churchill ma forse anche Mao. Conte gode di un’altissima autostima ma ciò che stride è l’assoluta incoerenza fra la realtà personale che egli incarna e la rappresentazione che lui stesso ha di sé. Conte è un normale avvocato d’affari che soltanto sfiorava gli ambienti che contano e che, probabilmente ben consigliato, guidato, manovrato ed accolto, aveva infiltrato per tempo un partito che all’epoca era quanto di più lontano ci potesse essere dalla sua immagine di ricco dandy meridionale demodé. Abile intrallazzatore, è riuscito a fare quel che ha fatto sfruttando certo un vuoto politico determinato dalla conventio ad excludendum disposta verso i partiti che ancora questa settimana sarebbero maggioritari, con qualsiasi legge elettorale, in parlamento ma anche beneficiando dei consueti appoggi esterni. Un uomo di successo, secondo i parametri correnti, ma da qui a pensarsi uomo del destino ce ne corre davvero.

Perché Conte sconta in primo luogo l’assoluta mancanza di un passato pubblico che costituisca una garanzia per il futuro. Rimanendo “solo” a Churchill, non è che la sua carriera politica cominciò con la famosa frase sull’ora più buia. No, Churchill nel 1941 aveva già 57 anni e, lasciando perdere l’attività militare e giornalistica, a quell’epoca vantava una carriera politica che risaliva ad almeno un trentennio prima e che non era fra l’altro stata priva di insuccessi, anche gravi, come la sconfitta di Gallipoli (in Turchia) del 1916. Di Conte non si sa niente, neanche di un qualche successo professionale pregresso. Affidarsi a Winston nel 1941 voleva dire optare per un usato sicuro, affidarsi a “Giuseppi” nel 2020 è un salto nel buio e non bastano poche frasi ad effetto (oltretutto manco originali ma puerilmente scopiazzate dal sussidiario e sostanzialmente ignote al pubblico medio italico) a determinare l’atteso upgrading della figura politica. L’altra grande differenza è che Churchill e Mao vinsero le loro battaglie mentre lui la sua l’ha già persa: lasciando perdere tutte le considerazioni su questa malattia fatte nei precedenti articoli, alla fine saranno morte comunque migliaia di persone e l’economia sarà stata distrutta: dove mai sarà questo gran successo?

Né vale dire che Conte si assume la “responsabilità politica” delle scelte: che cosa significa in concreto? Che darà le dimissioni? Che si ritirerà dalla vita politica? A parte che il disastro provocato dovrebbe politicamente già indurlo alle dimissioni ed al ritiro, ma non essendo un politico, non avendo impostato la propria vita, carriera, ricchezza sulla politica, politicamente Conte di fatto non rischia niente e quindi niente di concreto offre in cambio ed in riparazione dei suoi errori. Politicamente niente era e niente sarà dopo questa esperienza. E chi più di un non politico privo di futuro politico può compiere, con spirito sereno e impunemente, errori politici epocali?

Conte ha preso decisioni (oltretutto caotiche e contraddittorie) di una gravità enorme a livello giuridico ed economico e lo ha fatto con una sicumera autistica basata sulla monomania della lotta al virus intesa in senso teleologico, senza porsi alcun dubbio sulle conseguenze – economiche, politiche, civili, sociali – delle scelte fatte, trincerandosi dietro ad un malinteso diritto alla salute anteposto addirittura al diritto ad un futuro. La popolazione più che dargli fiducia ha subito inerte il cambiamento subitaneo della situazione ma credo che l’effetto sorpresa stia passando: nessuno canta più sui balconi mentre è evidente che la crisi sanitaria assume giorno dopo giorno contorni opachi e diversi da quelli propagandati e che soprattutto sta velocemente virando verso problemi economici fisicamente testimoniati dall’arrivo sui balconi, già ma non più gaudenti, dei  cassintegrati che sono invece depressi per definizione. Se la prima settimana si poteva pensare ad una vacanza pagata, ad un singolare corso di sopravvivenza svolto sul divano di casa, adesso le preoccupazioni su quello che succederà nelle prossime settimane stanno montando e questo sfata il mito dell’ometto solo al comando che vede e provvede per tutti. Conte è vittima di un equivoco su sé stesso: è come se Mastella avesse parlato di sé come novello De Gasperi, è come se Oriali si fosse presentato come il nuovo Rivera. Alla fine non tutto può essere comunicazione e gli eventi hanno il brutto vizio di scacciare le illusioni e tutto questo sta accadendo.

Tornando a ieri sera, Conte ha giocato un’altra carta mediatica, quella dell’”uomo che non deve che non deve chiedere mai”, rifiutandosi di firmare le conclusioni del meeting. Peccato che si sia poi scoperto che il meeting non si era ancora concluso e che le vere conclusioni le ha poi firmate. E queste conclusioni dicono che:

  1. di coronabond che mutualizzino il debito non se ne parla proprio;
  2. di MES invece si continua a parlare:
  3. tutte le decisioni verranno prese in un nuovo vertice fra 14 giorni.

Ora, il fatto stesso che il termine vada oltre i dieci giorni ultimativi è un’evidente sconfessione dell’immagine di forza bruta che Conte voleva trasmettere: in Europa sono sadicamente fini quando vogliono sputtanare un indisciplinato. Ma quello che è venuto fuori è che la strategia contiana è già stata sconfitta: se si parlerà di aiuti, se ne parlerà nei termini tradizionali delle condizionalità. E se in altri tempi questa strategia finanziaria e comunicativa poteva andare bene (“ho lottato come un leone e sono riuscito ad ottenere condizioni molto migliori”) adesso invece no. Perché da ieri c’è sul tavolo il sogno debitorio proposto nientepopodimeno che da Supermario e quindi qualsiasi cosa ci verrà proposta dalla UE sarà comunque giudicata in modo negativo dall’opinione pubblica e dalla politica. Del resto non capisco come in Italia si possa fare affidamento sulla “solidarietà europea”. A parte che abbiamo dietro le spalle dodici anni di costante e comprovata mancanza di solidarietà, a parte che la stessa Italia mai si è sognata di esprimere concreta solidarietà (intendo soldi, non discorsi) alla Grecia stuprata senza motivo dall’UE e ridotta alla fame, ma come si può pensare che popoli e stati (baltici, scandinavi, in parte est europei) con cui, a differenza proprio della Grecia, non abbiamo mai avuto reali rapporti storici, culturali, umani possano essere solidali con gli italiani quando neanche gli italiani sono solidali fra di loro e le regioni del sud respingono,  non si sa con quale titolo, non solo i nordici che vanno nelle seconde case ma addirittura i meridionali emigrati che, in fuga da quella che oggi è la peggiore sanità in Europa e comunque sgravando, inconsapevolmente ma intelligentemente, del loro peso gli ospedali lombardi ormai collassati, vorrebbero passare la quarantena a casa loro e non nella stanza condivisa di Milano o di Torino? Come si fa a ragionare sempre in termini simil sentimentali e a non mettere mai un piede per terra?

Molti commentatori hanno giudicato l’intervento di Draghi superficiale e privo di dettagli ed in effetti, rileggendolo bene, è vero: non si spiega come dovrebbe essere gestito questo enorme indebitamento addizionale e se la mente corre subito alla BCE è anche vero che questa strategia non è incompatibile con un MES. Ma ieri Draghi ha smesso i panni del supertecnico e ha assunto quelli del politico, forse dello statista. Quello che lui propone non è uno schema finanziario ma una prospettiva, non un agreement su come gestire la liquidità ma un cambio di paradigma in cui gli stati tornano a fare la loro funzione che è quella di proteggere i propri popoli e di promuovere i loro interessi con tutti i mezzi esistenti e con formule adatte ai tempi. Nessuno può realisticamente pensare che, indebitandosi oggi come se non ci fosse un domani, poi il domani non arrivi mai ma posporre il domani, oggi, in queste condizioni, non è un modo per sfuggire alle responsabilità ma una ricetta per assicurarsi che un domani ci sia davvero.

Il discorso di Draghi è politico e va certamente nella direzione dell’unità nazionale che Mattarella sponsorizza ma che non può ridursi alla versione 1:16 che vediamo in opera in queste ore con il premier che soltanto si degna di riferire ad un Parlamento inteso ormai neanche più come organo consultivo. Che Draghi abbia parlato solo di sua sponte non ci credo e non credo neanche che non abbia mai parlato con un Mattarella fra l’altro sempre più assente dalla scena, circostanza che oltretutto risalta di più ora che anche il Papa ha ricominciato a pregare in mondovisione. La salita al Colle è sempre stata usata da Conte per rafforzarsi nei momenti difficili ma questa volta si vede che il portone non si è aperto e questo è un dato da valutare.

Da ieri si parla di economia e se ne parla nei termini in cui questo sito ne parlava già due settimane fa. Fra 14 giorni (curiosamente il tempo di incubazione del morbo) la situazione sarà peggiorata e tutte le criticità saranno evidenti. È delirante pensare che le si possano affrontare con un premier nel panico, autistico, che intende la politica come gestione solipsistica del potere, chiuso in una singolare ipertrofia di sé mentre oltretutto un peso massimo ha già pesantemente bussato alla porta. È tempo di migrare.

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